Lazio-Inter 'Il calcio è duro. Come la vita'
11:05 del 04 maggio
Chissà per quanto tempo ce lo porteremo dietro questo 'scandalo' della Lazio rinunciataria contro l'Inter. Forse durerà ancora più tempo di quel Roma-Juventus del 1973, quando la difesa giallorossa si allargò come le acque del Mar Rosso e Cuccureddu scagliò il tiro che valse ai bianconeri vittoria e scudetto ai danni di Milan e Lazio. Forse, tra un pochino, le cose torneranno nella loro giusta dimensione. E non sarà difficilissimo capire che, per la Lazio che si accingeva a scendere in campo nel posticipo, la vera e grande notizie della domenica veniva da Bergamo: il pareggio tra Atalanta e Bologna faceva della salvezza un traguardo virtualmente già raggiunto e rendeva meno complicato l'appuntamento all'Olimpico.
Come era pensabile che la Lazio, dopo aver visto lo spareggio di Bergamo, si recasse allo stadio con l'intenzione di disputare l'incontro della vita? Chi si aspettava questo, anzi chi lo pretendeva ad ogni costo, era appena caduto dal pero. Non aveva assistito, evidentemente, al dibattito nella tifoseria laziale nell'ultima settimana (soprattutto dopo la vittoria di Genoa), divisa tra un'ostentata indifferenza ed un accanito tifo a 'dispetto'. Stando a quanto si è visto sono prevalsi i secondi. Domanda. Si poteva chiedere ai giocatori della Lazio di essere assolutamente impermeabili a questo dibattito? Fino a che punto ci si poteva aspettare che i calciatori della Lazio, sfidando la propria tifoseria, scendessero in campo con gli occhi di tigre e la rabbia in corpo?
Certo, durante la partita faceva un po' effetto vedere l'esultanza dei laziali ai gol dei nerazzurri, ma quella serie di striscioni irridenti e smargiassi, riportavano ogni cosa nella dimensione dello sfottò più divertente e divertito. Quello 'scansamose' all'indirizzo dei propri difensori; quel veemente 'Oh Nooo!' esposto ad ogni gol dell'Inter erano il senso della beffa, forse atrocemente concepita nella notte dell'ultimo derby, quando alcuni giocatori giallorossi preferirono irridere la squadra sconfitta che festeggiare quella vittoria ottenuta come nessun laziale ha dimenticato. E poi, quei fischi alle parate di Muslera (belle, spettacolari, numerose) e quel grido a Zàrate 'fermate!', quando l'argentino voglioso di riscatto dribblava troppi avversari nei pressi dell'area di rigore.
E' come se per una sera il bar dello sport si fosse impadronito del torneo, e la burla tra i tifosi fosse diventata padrona del campo. Da qui ad invocare l'ufficio inchieste ce ne vuole. Il calcio somiglia alla vita, è duro e spietato, si deve fare affidamento sulle proprie forze e sul favorevole destino, per raggiungere quel che si desidera fortemente. La Roma così ha fatto splendidamente fino alla stracittadina. La sconfitta con la Sampdoria l'ha costretta a sperare negli altri, addirittura in una Lazio così malmessa ed ingiustamente sbeffeggiata dopo la doppietta di Vucinic. Chi oggi si strappa le vesti, dovrebbe rivedere l'intero film del campionato, prima di mettere sentenze.
Quanto alla Lazio, nella giornata dell'ennesima sconfitta interna, può dire di avere scampato il pericolo maggiore. Fare risultato tra Livorno ed Udinese non sembra impresa proibitiva. Ciò che conta da subito è portarsi avanti con il lavoro. La stagione che si va concludendo è stata negativa. E' durata praticamente solo un giorno: l'8 agosto a Pechino con la gioia immensa di una Supercoppa che ha creato troppe illusioni e ha portato troppi errori. Quella vittoria sull'Inter portò ad una campagna acquisti inesistente ed a una campagna abbonamenti eccellente. Il resto lo conosciamo bene. Si vorrebbe lasciare dietro alle spalle, insieme ad una serie di grandi problemi la cui soluzione passerebbe per un radicale cambiamento societario. Ma di questo ci sarà tempo per ragionare con calma, a salvezza raggiunta anche matematicamente.
Mauro Mazza