10 Gennaio 2013
Caso Mauri verso l'archiviazione: non ci sono prove...
di Stefano Greco
Archiviazione! Al contrario di quanto era successo esattamente un anno fa, quando il 29 dicembre Stefano Mauri fu tirato in ballo dal pentito Gervasoni, dipinto come il braccio destro romano del clan degli "zingari" e sbattuto in prima pagina come si fa con i banditi, la notizia della possibile archiviazione del procedimento contro il capitano della Lazio è stata buttata lì tra le righe, senza nessun clamore, messa in mezzo ai discorsi relativi alla chiusura dell'inchiesta della Procura di Bari. Della serie: "Ah, sì, a quanto pare il Gip sarebbe intenzionato a non concedere la proroga di sei mesi della chiusura delle indagini chiesta dal PM di Cremona e non essendo emerso nessun elemento probante dagli interrogatori di Gegic probabilmente la posizione di Mauri sarà stralciata e quel filone dell'inchiesta sarà archiviato".
Insomma, ci eravamo sbagliati. Chiaramente senza scuse allegate e senza nessun clamore, come se fosse normale sbattere una persona in carcere ed esporla per un anno ad un massacro mediatico quotidiani o quasi avendo in mano solo dei "si dice" e nessuna prova. Tra l'altro, dei "si dice" di seconda o terza mano di un pentito, smentiti anche dalla persona che questi "si dice" li avrebbe riferiti...
Sì, perché la cosa assurda della vicenda-Mauri è proprio questa. Mentre per il caso-Conte, ad esempio, il "pentito" (credibile o no) è un testimone diretto, un giocatore allenato dall'attuale tecnico della Juventus quando lavorava a Siena, ad accusare Stefano Mauri è uno che con il capitano della Lazio non ha mai avuto nessun tipo di rapporto. Lo scandalo del calcio scommesse, infatti, inizia a lambire anche la Lazio a fine dicembre del 2011, quando Carlo Gervasoni, uno dei 17 arrestati nella seconda fase dell'inchiesta della procura di Cremona, durante l'interrogatorio fa ai PM il nome di Stefano Mauri. Il capitano della Lazio, a detta di Gervasoni, era implicato nella combine legata a due partite della sua squadra. Gervasoni racconta che fu lo "zingaro" Almir Gegic a raccontargli come Mauri avesse concordato con il clan il risultato di Lazio-Genoa e Lecce-Lazio del 14 e 22 maggio del 2011, vinte entrambe dai biancocelesti per 4 a 2.
Quella "rivelazione" di Gervasoni, porta all'arresto di Stefano Mauri, con la seguente motivazione: "manifestava la sua costante disponibilità, a favore del gruppo degli zingari, ad alterare in cambio di denaro il risultato di partite della Lazio nel campionato 2010-2011, favorendone la vittoria anche ai fini di una migliore posizione in classifica. In concreto partecipava quantomeno alla manipolazione delle partite Lazio-Genoa, del 14 maggio 2011 e Lecce-Lazio del 22 maggio".
Secondo Gervasoni, a fornire il contatto con Mauri fu Alessandro Zamperini, altro giocatore arrestato a dicembre del 2011. Peccato, però, che pur ammettendo le sue responsabilità e il suo coinvolgimento nella vicenda, Zamperini abbia negato sempre di aver coinvolto l'amico Mauri nelle combine, contraddicendo quindi la versione di Gervasoni presa per oro colato dai PM che nell'ordinanza scrivevano: "Zamperini, che era al corrente di detta disponibilità, metteva Mauri in contatto con Gegic e Ilievski. Mauri pertanto intratteneva", sempre secondo gli inquirenti, "una fitta rete di rapporti diretti e telefonici con alcuni degli associati, in data prossima o coincidente con le partite, e in particolare con Zamperini, che costituiva il costante strumento di mediazione tra il gruppo degli zingari e i calciatori, corrotti o corruttibili, della serie A".
Insomma, secondo il castello accusatorio Mauri è il braccio armato romano degli zingari e Zamperini è il tramite tra il capitano della Lazio e Almir Gegic. Il problema, è che non si capisce su quali basi si fondi questo castello, visto che sia Zamperini all'inizio che poi Gegic dopo che si è costituito, hanno sempre negato il coinvolgimento di Mauri. Zamperini dice di non mai presentato Mauri agli "zingari", Gegic dice di non aver mai conosciuto Mauri, ma a tenere in piedi il castello è la versione di seconda mano di Gervasoni, per giunta smentita in ogni interrogatorio dai veri protagonisti, secondo la quale il capitano della Lazio sarebbe coinvolto nelle due combine.
Già questo sarebbe abbastanza ridicolo, ma la cosa grottesca è che non c'è una sola prova tangibile a supporto di questo castello accusatorio. La domanda più semplice, ad esempio, è: "Come ha fatto Mauri a combinare da solo i risultati di quelle due partite?". Ed è una domanda che non trova risposta, perché nessun giocatore della Lazio viene chiamato in causa né in modo diretto né in modo indiretto, al contrario di quello che è successo in tutti gli altri filoni dell'inchiesta sul calcioscommesse, primo fra tutti quello di Bari che si è chiuso ieri con la richiesta di rinvio a giudizio di 33 persone tra giocatori, dirigenti, "zingari" e addirittura tifosi. A Roma, invece, Mauri avrebbe fatto tutto da solo. Non ci sono prove di incontri tra Mauri e gli "zingari", non ci sono intercettazioni in cui il capitano parla con Gegic o Ilievski della vicenda, non ci sono prove di pagamenti fatti da qualcuno a Mauri per combinare queste partite. Nulla di nulla. A incastrare Mauri sarebbero le tante telefonate e i troppi sms scambiati (435 tra aprile e luglio 2011) con l'amico Zamperini e la presenza dello sloveno Viktor Kondic e del thailandese Thamrog Prachum, entrambi considerati organici al gruppo degli scommettitori, rivelata da una cella telefonica situata nei pressi di Formello, vicino al centro sportivo della Lazio dove stavano in ritiro i giocatori prima della partita con il Genoa. Sulla base di questo, Stefano Mauri è stato 8 giorni in carcere e 10 giorni agli arresti domiciliari, revocati (guarda caso), proprio il giorno prima della decisione da parte del Tribunale del Riesame, a cui si erano rivolti gli avvocati del giocatore per contestare le motivazioni che avevano portato all'arresto.
Ora, io non so se Mauri è completamente estraneo a questa vicenda e quindi vittima di un clamoroso errore giudiziario, oppure se è un furbo che l'ha fatta franca solo perché è stato bravo a non lasciare traccia e quindi i magistrati non hanno trovato le prove per incastrarlo del tutto. Quello che so, è che per rovinare la vita alla gente si devono avere in mano prove certe e che non è possibile andare avanti sbattendo la gente in galera (meglio se famosa) e poi cercare le prove o sperare che la paura per esser finiti in cella li convinca a collaborare e a confessare tutti i peccati. Perché può valere per chi ha qualcosa da confessare, ma se uno è stato tirato in ballo da dei "si dice" di seconda o terza mano di un pentito (che tra l'altro non conosce), come fa ad uscirne? E, soprattutto, chi lo ripaga per questo anno di gogna mediatica? E qual è il prezzo che pagano quanti si sono buttati a capofitto in questa vicenda con la speranza (o l'intento) di veder affossata la Lazio magari a vantaggio di qualche altra squadra? O quelli che in questo anno hanno emesso sui giornali sentenze, basate non si sa su cosa, riscrivendo prima la classifica della passata stagione e poi continuando a considerare provvisoria la classifica di questo campionato, prendendo come spunto la penalizzazione inflitta al Napoli? Un paragone che non regge, perché mentre a Napoli c'è un pentito (Giannello) che ha confessato (dopo esser stato incastrato dalle intercettazioni) di aver partecipato ad una combine e di aver provato a convincere due compagni (Grava e Cannavaro) che hanno ammesso di esser stati condannati ma hanno rifiutato (e per questo sono stati squalificati per omessa denuncia), nel caso di Mauri e della Lazio non ci sono né confessioni né altri tesserati coinvolti. Nulla di nulla. Ma su quel nulla, è stato montato un processo mediatico che va avanti da quasi 13 mesi e che ora potrebbe concludersi a tarallucci e vino con l'archiviazione del procedimento e un semplice "ci siamo sbagliati". E qualcuno, magari, parlerà anche di complotto o dei soliti furbetti che l'hanno fatta franca.
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