Lo riconosco. E' un topic dichiaratamente, sfacciatamente e anche orgogliosamente Kimgordoniano, nel senso che vuole affrontare una discussione - di retroguardia, lo sappiamo, perchè ormai siamo tutti moderni e chevvoi fa? - sul nostro rapporto, anche fisico, con il calcio, la partita, lo stadio.
La prima volta che entrai all'Olimpico era il 1975. Quando salii le scale e feci ingresso nella curva rimasi stupefatto e quasi senza fiato: era tutto colorato! Le bandiere, il campo, i giocatori, tutto colorato!
La cosa fa ridere ai ragazzi under 30, ma all'epoca in TV il calcio non mancava ma era in bianco e nero.
All'epoca poi non c'era merchandising per cui le magliette di un calciatore erano dei veri e propri paramenti sacri, gli abiti che indossa il Papa durante una funzione, inarrivabili, inavvicinabili, da guardare e ammirare con adorazione. Oggi la maglietta del Brasile la trovi dal tabaccaio, mentre i palloni replica li puoi vincere nei box di vetro con la pinza azionata dalla moneta di un euro (attenzione, è una truffa! Provoca dipendenza fisica; puoi spenderci anche 100 euro senza venirne a capo;).
Tutto ciò è frutto della globalizzazione e della mercificazione del calcio, sport che ha resistito a lungo ma che poi ha capitolato (altri sport hanno avviato la pratica in anticipo: formula 1, tennis ad esempio).
Di certo, l'invasione di campo è oggi vista come una specie di delirio incontrollabile, una boglia infernale dove potrebbe accadere di tutto. La paura è anche fondata, visto quanto accaduto in passato: l'Heysel vale come esempio per tutti.
Ma io la ricordo come rito popolare di riconciliazione del mondo dei tifosi con i loro idoli, come abbraccio collettivo in cui per una volta, alla fine della stagione, i tifosi si appropriavano non indebitamente del campo di giuoco, dove si portavano via le reliquie come calzettoni, magliette, pantaloncini, scarpini, visto che altrimenti non erano disponibili, mentre oggi è possibile comprarsi una replica con la scritta del proprio nome.
Dall'altra parte, però, la rappresentazione televisiva esige uno spettacolo "pulito", "perfetto", senza sbavature. E quindi questa festa pagana e "cafona" dell'invasione di campo è fumo agli occhi dell'efficientismo mediatico che non ammette fuori programma. Al punto che se per avventura ci sono scontri in curva, documentabili perché esigenze giornalistiche lo imporrebbero, le telecamere non inquadrano gl incidenti nella ipocrita giustificazione che lo spettatore "medio", quello comodamente seduto sulla poltrona di casa" non deve essere disturbato da quelle immagini "che non avremmo voluto vedere", anche perché la digestione dello spot potrebbe essere bruscamente interrotta.
Il calcio, come gioco della palla, è festa popolare (anche se nasce come sport d'elite) e come tale può sfuggire alle previsioni degli organizzatori: i padroni del vapore e i tutori dell'ordine.
Per evitare ogni rischio è stato mercificato e militarizzato e tutto questo si è realizzato nel corso degli ultimi anni, dall'Heysel in poi, con una vera e propria impostura: l'equivalenza tra tifoso e ultras.
Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. E' rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l'unica rimastaci. Il calio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro"
Pier Paolo Pasolini"Senza cinema, senza scrivere, che cosa le sarebbe piaciuto diventare?
Un bravo calciatore. Dopo la letteratura e l'eros, per me il football è uno dei grandi piaceri. "
Enzo Biagi intervista Pier Paolo Pasolini, «La Stampa», 4 gennaio 1973
Eugenio Montale «Sogno che un giorno nessuno farà più gol in tutto il mondo».
Thomas Stearnes Eliot "il
calcio è un elemento fondamentale della cultura contemporanea".
Eduardo Galeano: "
Per quanto i tecnocrati lo programmino perfino nei minimi dettagli, per quanto i potenti lo manipolino, il calcio continua a voler essere l'arte dell'imprevisto"