Mai come in questo momento il popolo laziale è diviso, frustrato, incattivito, sospettoso e... brutto. Essere vdm ti porta da una parte a vedere (o cercare) la nostra situazione in un'ottica più generale, dall'altro di riconoscere in azioni e reazioni un ciclo vichiano per cui, c'è poco da dire, non ci inventiamo nulla, se non ripercorrere cammini già calpestati più e più volte negli anni.
Volendo cercare un elemento di novità nella nostra situazione attuale, c'è da notare come la dialettica all'interno della tifoseria ci stia portando ad un punto di non ritorno. Parlando di tifosi non è che ci si possa aspettare il massimo della lucidità nell'affrontare le problematiche legate alla propria squadra. L'elemento di novità è che - nella miglior tradizione delle faide calabresi - si è perso di vista l'oggetto del contendere. Siamo sinceri, completamente sinceri. Le motivazioni alla base non tanto di una contestazione, ché di contestazioni ce ne sono state tante in passato, ma di questa monotona, lugubre, contestazione ormai decennale, che ha alternato assenze con presenze, e non si sapeva mai se augurarsi uno stadio sepolcralmente vuoto o uno pieno ma quasi completamente dedicato ad altro, uno stadio in cui la mia giovine nipote si dedicò (è cosa recente) a contare i cori a favore della Lazio e quelli di insulti alla dirigenza, e la percentuale dei secondi rispetto ai primi si avvicinava a quella del possesso palla del Barcellona nei momenti di titikaka più esasperato, ecco, a questo nella storia non ho mai assistito.
Questa contestazione, IMHO senza alcun senso nella propria virulenza e durata, non ha comunque sortito alcun effetto, e gli effetti positivi auto-ascrittisi son quanto minimo dubbi nella loro consequenzialità. Una montagna (dieci anni) avrebbe comunque partorito un topolino. Un effetto collaterale di non poco conto, comunque, l'ha prodotto: lo sgretolamento di una tifoseria, in tutte le sue componenti, da quella più appassionata a quella più tiepida. Ha fatto leva sullo spirito di gruppo della parte più calda e sulla pigrizia del tifoso qualunque. La continua e pervicace critica, la svalutazione continua, quando non sfociante nell'insulto diretto, della squadra, dei giocatori, dell'ambiente intero, la mancanza di un qualsiasi entusiasmo, lo scetticismo (uso un eufemismo) nei confronti dei nuovi acquisti e l'ansia di liberarsi delle cosiddette zavorre, senza nessun amore, nessuna partecipazione, l'ostilità e il continuo invito a danneggiare con ogni mezzo la società, ha portato all'attuale situazione, sintetizzabile in una sola parola: depressione.
Arriverà sicuramente qualcuno a dire: vabbé, le colpe sono altrove. Il tifoso non ha colpe, il tifoso l'entusiasmo ce l'ha se qualcun altro (la società) lo provoca. Di sicuro nessuno trasmette entusiasmo. Non la stampa, attenta a qualsiasi appiglio per beffeggiare o comunque sminuire ogni bagliore biancoceleste, non le glaciali e sepolcrali radio (tranne quando si insulta, allora si risvegliano), né tampoco i forum biancocelesti, ove si sventola il vessillo della mediocrità per stendere un velo di catrame su una stagione neanche iniziata e già finita, dove lo scarso numero di abbonamenti viene sbandierato con euforico trionfalismo e dove l'invito ad andare allo stadio a fare il tifo viene visto come minimo come provocazione, più facilmente come asservimento e qualunquismo.
Poco mi cale di quel che possa fare la società. Tutto passa, il tifoso resta, è il tifoso il depositario della bandiera, è solo dal tifoso che può scoccare la scintilla della passione. Tutte qualle parole obsolete, la passione, l'entusiasmo, l'aquila, i primi della capitale, l'Amore, hanno resistito impavide a tutte le bufere, che avrebbero potuto azzoppare Chuck Norris, ma che hanno sempre visto noi e la Lazio lottare fianco a fianco. Giocatori si sono venduti partite, ci hanno buttato ad un passo dall'inferno senza colpe, ci hanno rubato scudetti, ma a noi non ci hanno mai rubato niente. Perché noi eravamo la Lazio.
Ora non è più così. La passione è condizionata, il supporto e l'affetto dipendono dalle campagne acquisti più o meno sontuose, si accampa un ruolo autoassegnatoci di contendente alle prime posizioni e attendiamo sdegnosi che la società ci riporti al rango che ci compete. In mancanza, facciamo altro. Da componente attiva, la più attiva e propulsiva di una società, il tifoso è passato al rango di spettatore passivo e sdegnoso. Di cliente, di spettatore che per comprare il biglietto del cinema vuole prima vedere il cast. Ci sta, ci sta tutto, ma crolla tutta l'impalcatura che ha sorretto in questo secolo il giuoco del pallone. A questo punto, però, occorrerebbe una ridefinizione del termine. La Treccani definisce il tifoso come "entusiasta, appassionato per un genere di sport, acceso sostenitore di una squadra sportiva o di un atleta", e i sinonimi sono "fedelissimo, supporter, fanatico, patito, sostenitore". Il laziale, nella sua maggioranza, con estrema difficoltà può riconoscersi in questa definizione. Fedelissimo? Entusiasta? Appassionato? Ma mi faccia il piacere, direbbe Totò...
Eppure è solo dal tifoso che la Lazio può evitare il suo destino. Non so minimamente come, forse si potrebbe iniziare accampando meno giustificazioni alla propria mollezza, riattribuendosi quel ruolo cui ha abdicato, perso in astii e recriminazioni. Magari facendo le cose più semplici, ricominciando da zero. Resettando questo periodo nero, c'è lo stadio, c'è la Lazio, allora io vado allo stadio e faccio il tifo per la Lazio. Io non vedo l'ora, ho un'età ma torno ancora bambino quando salgo le scalette dello stadio, di corsa gli ultimi gradini, e... bam! Un enorme prato verde, un assordante corollario di allegria, anche feroce, anche politicamente scorretta, ma c'è la Lazio, e io nel mio piccolo... come recitava quel coro? Farò quel che potrò per la mia Lazio! Cosa c'è di più naturale, di più facile, di più bello? Resettiamo quei miliardi di retropensieri, togliamoci dalle spalle quelle soffocanti impalcature e torniamo a fare quello che ci viene più naturale (e con orgoglio tipicamente biancoceleste sostengo che lo sappiamo fare meglio di chiunque altro). Tifare.
E se questo ci sarà impossibile, se lo stadio rimarrà un contenitore mezzo vuoto di insulti, tra i quali qualche timida voce intonerà un coro a favore, soffocato dalla indifferenza e dal sarcasmo, bé, ci perderemo tutti. Perderemo la Lazio, e sarà forse impossibile ritrovarla. Nel mio piccolo, comunque, alla faccia di tutti (non che questo mi dia motivo di contentezza, tutt'altro), la domenica alla due inizierò a palpitare, mi metterò al collo la sciarpetta, biastimerò per la scomodità, e mi incamminerò verso lo stadio. Verso casa mia. Consapevole di essere un illuso, qualunquista e provocatore.
Tifoso, te ne prego, fai qualcosa, dì qualcosa di laziale! (cit. mod.)