Io continuo a pensare che mettere la questione sul piano
sono bravi/sono merde è abbastanza inutile e non può che portare a contrapposizioni abbastanza sterili.
Aldilà del gusto che è quanto di più soggettivo e variabile possa esistere anche sulla tecnica io credo che la questione rischierebbe di arenarsi su un metadiscorso sul chi ce l'ha più lungo. La musica non credo sia solo ginnastica attorno al manico di una chitarra o sui tasti di pianoforte. Ma, appunto, è un discorso che c'entra molto relativamente con i maneskin.
Il vero elemento sorprendente non è sono dei geni del rock, né che siano i migliori musicisti al mondo, secondo me. Ma che il loro fenomeno relativamente nato provinciale e limitato alle frontiere italiane stia esondando in maniera sorprendente su territori che raramente i nostri rocchettari hanno percorso.
Vasco Rossi, che riempie gli stadi a Chiasso già non se lo incula più nessuno. Restando sul mainstream.
Il famoso tavolino su cui sarebbero, anzi sicuramente lo sono, stati costruiti non credo che avesse
previsto tutto questo (cit.). XFactor Italia è un prodotto italiano destinato al pubblico italiano, non basta uscirne vincitori per andare a Las Vegas ad aprire il concerto dei Rolling Stones, oppure ad apparire come ospiti nei talk show di mezzo mondo.
La mia impressione è che i Maneskin stanno facendo, forse anche malgrado loro, una
Bradbury nella musica mondiale.
Citazione di: LaFonte il 30 Ott 2021, 19:24[...]Take That[...]
Piccolo aneddoto personale, a metà degli anni 90 l'agenza in cui lavoravo, collaborava con l'allora BMG Ariola (la ex RCA Italia) che stava a Via di Sant'Alessandro sul raccordo, verso la Tiburtina.
Per il lancio dei loro cantanti, anche quotati, mettevano veramente due spicci. Lavorai su uno spot televisivo per il lancio di un disco live di Giorgia, da qualche parte ho anche la vecchia VHS, e dovemmo girarlo veramente con mezzi quasi di fortuna. Io manco andai alle riprese.
Per il lancio della raccolta finale dei Take That, l'unica cosa che era prevista era uno spot radio. Non c'erano neanche i soldi per pagare degli attori per poter interpretare le voci dello spot. Quindi facemmo tutto in casa. Lo spot era un dialogo tra due ragazzini che erano disperati perché senza più i Take That sarebbe stato più complicato rendersi interessanti agli occhi delle compagne di scuola.
Io facevo una delle due voci.
C'avevo 26 anni.