Lavoro & tecnologia

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Offline Giako77

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Lavoro & tecnologia
« il: 07 Set 2015, 23:06 »

Dal robot commesso al muratore, ecco come cambierà il lavoro

Solo negli Usa entro il 2025 si perderanno 9 milioni di posti, ma dovevano essere 70. Commercio, costruzioni e servizi alle imprese i settori dove l’innovazione pesa di più

Paolo Baroni

ROMA

Botlr, all’Aloft hotel di Cupertino, ogni giorno accompagna i clienti alle camere, li guida per i corridoi e gli ascensori, consegna loro lenzuola, salviette aggiuntive, spazzolino da denti e kit vari. Ma non è un maggiordomo, è un robot. Come Hadrian, il «muratore», nato in Australia e capace di posare mille mattoni all’ora e di costruire una casa in due giorni, 150 in un anno. Oshbot è invece il robot/commesso introdotto dal gigante tedesco dell’elettronica di consumo Loewe: risponde ad ogni domanda, mostra una planimetria del punto vendita o guida direttamente il cliente sui prodotti che cerca. Poi c’è Baxter che affianca gli operai alle catene di montaggio e impara da loro nuove abilità e Watson, della Ibm, che invece aiuta i medici nell’elaborare le diagnosi dei pazienti.

Lo scenario del 2025

Robot software e robot fisici, umanoidi, nuovi sistemi automatici di distribuzione self-service e sistemi intelligenti varcano il confine delle grandi fabbriche e degli impianti industriali più moderni e si avvicinano a noi: invadono il settore del commercio e della grande e piccola distribuzione e arrivano addirittura a «intaccare» il settore delle professioni intellettuali, come la medicina.

Forrester Research, gigante americano della consulenza d’impresa, che ha analizzato le strategie future di tanti grandi imprese come Delta Airlines o Whole Foods markets e di molte start-up, incrociando i dati sull’occupazione forniti dal governo Usa con interviste a imprese ed accademici, in uno studio appena pubblicato prevede che di qui a dieci anni solo negli Usa i robot distruggeranno ben 22,7 milioni di posti di lavoro, ovvero il 16% del totale. Tanti, ma nulla al confronto coi 70milioni (47% della forza lavoro) stimati solo due anni fa dall’Università di Oxford.

Si lavorerà fianco a fianco

In realtà il conto dei danni è molto più contenuto. Secondo Forrester, infatti, il calo dei posti legato alla crescente automazione verrebbe compensato in maniera significativa (1 nuovo occupato ogni 10 robot installati) da quelli creati per costruire queste nuove macchine intelligenti, svilupparne i software, e soprattutto farle funzionare correttamente o aggiustarle. «I robot richiedono riparazioni e manutenzioni da parte di professionisti specializzati e saranno diverse le nuove attività che si svilupperanno attorno ad un mondo più automatizzato», spiega Jp Gownder, vicepresidente di Forrester ed autore del rapporto. In questo modo le perdite, per quanto ancora consistenti, scenderebbero da 22,7 a 9,1 milioni di posti di lavoro, pari al 7% del totale.

Per Gownder c’è «troppo clamore, troppa negatività» sui media e nel mondo accademico sui rischi che i robot ci rubino il lavoro: «Il futuro dell’occupazione nel complesso non è così cupo come appare da tanti pronostici». L’effetto «più grande», spiega, sarà infatti «la trasformazione dei posti di lavoro. Gli esseri umani si troveranno infatti a lavorare fianco a fianco coi robot». E di conseguenza dovranno cambiare metodi di formazione e analisi dei risultati.

Chi rischia di più

Tutte le analisi convergono però su un punto: la maggior parte delle perdite di posti di lavoro si verificheranno in settori come i servizi di supporto alle imprese, le costruzioni e le vendite, con molti computer-valletti destinati a sostituire cassieri, receptionist e commessi, agenti immobiliari, agenti di viaggio, lavori impiegatizi di basso ma anche di alto livello (analisi e controllo).

Secondo la ricerca dell’università di Oxford in cima alla lista dei condannati (con un indice di probabilità di 0.99 su 1) ci sono gli operatori di telemarketing, tecnici degli uffici legali e tecnici matematici, gli operai addetti alle fognature, e poi agenti assicurativi e del settore cargo e merci, addetti degli uffici di consulenza fiscale. Mentre i meno «rottamabili» risultano i terapisti ricreativi assieme a molte altre specialità del campo sanitario.

Angosciati da tutto ciò? Potete sempre adottare «Pepper», l’umanoide realizzato dalla francese Aldebaran robotics, che è in grado di riconoscere le nostre emozioni. E consolarci.


Offline Rorschach

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Re:Lavoro & tecnologia
« Risposta #1 il: 08 Set 2015, 14:03 »
Dal robot commesso al muratore, ecco come cambierà il lavoro

Solo negli Usa entro il 2025 si perderanno 9 milioni di posti, ma dovevano essere 70. Commercio, costruzioni e servizi alle imprese i settori dove l’innovazione pesa di più

Paolo Baroni

ROMA

Botlr, all’Aloft hotel di Cupertino, ogni giorno accompagna i clienti alle camere, li guida per i corridoi e gli ascensori, consegna loro lenzuola, salviette aggiuntive, spazzolino da denti e kit vari. Ma non è un maggiordomo, è un robot. Come Hadrian, il «muratore», nato in Australia e capace di posare mille mattoni all’ora e di costruire una casa in due giorni, 150 in un anno. Oshbot è invece il robot/commesso introdotto dal gigante tedesco dell’elettronica di consumo Loewe: risponde ad ogni domanda, mostra una planimetria del punto vendita o guida direttamente il cliente sui prodotti che cerca. Poi c’è Baxter che affianca gli operai alle catene di montaggio e impara da loro nuove abilità e Watson, della Ibm, che invece aiuta i medici nell’elaborare le diagnosi dei pazienti.

Lo scenario del 2025

Robot software e robot fisici, umanoidi, nuovi sistemi automatici di distribuzione self-service e sistemi intelligenti varcano il confine delle grandi fabbriche e degli impianti industriali più moderni e si avvicinano a noi: invadono il settore del commercio e della grande e piccola distribuzione e arrivano addirittura a «intaccare» il settore delle professioni intellettuali, come la medicina.

Forrester Research, gigante americano della consulenza d’impresa, che ha analizzato le strategie future di tanti grandi imprese come Delta Airlines o Whole Foods markets e di molte start-up, incrociando i dati sull’occupazione forniti dal governo Usa con interviste a imprese ed accademici, in uno studio appena pubblicato prevede che di qui a dieci anni solo negli Usa i robot distruggeranno ben 22,7 milioni di posti di lavoro, ovvero il 16% del totale. Tanti, ma nulla al confronto coi 70milioni (47% della forza lavoro) stimati solo due anni fa dall’Università di Oxford.

Si lavorerà fianco a fianco

In realtà il conto dei danni è molto più contenuto. Secondo Forrester, infatti, il calo dei posti legato alla crescente automazione verrebbe compensato in maniera significativa (1 nuovo occupato ogni 10 robot installati) da quelli creati per costruire queste nuove macchine intelligenti, svilupparne i software, e soprattutto farle funzionare correttamente o aggiustarle. «I robot richiedono riparazioni e manutenzioni da parte di professionisti specializzati e saranno diverse le nuove attività che si svilupperanno attorno ad un mondo più automatizzato», spiega Jp Gownder, vicepresidente di Forrester ed autore del rapporto. In questo modo le perdite, per quanto ancora consistenti, scenderebbero da 22,7 a 9,1 milioni di posti di lavoro, pari al 7% del totale.

Per Gownder c’è «troppo clamore, troppa negatività» sui media e nel mondo accademico sui rischi che i robot ci rubino il lavoro: «Il futuro dell’occupazione nel complesso non è così cupo come appare da tanti pronostici». L’effetto «più grande», spiega, sarà infatti «la trasformazione dei posti di lavoro. Gli esseri umani si troveranno infatti a lavorare fianco a fianco coi robot». E di conseguenza dovranno cambiare metodi di formazione e analisi dei risultati.

Chi rischia di più

Tutte le analisi convergono però su un punto: la maggior parte delle perdite di posti di lavoro si verificheranno in settori come i servizi di supporto alle imprese, le costruzioni e le vendite, con molti computer-valletti destinati a sostituire cassieri, receptionist e commessi, agenti immobiliari, agenti di viaggio, lavori impiegatizi di basso ma anche di alto livello (analisi e controllo).

Secondo la ricerca dell’università di Oxford in cima alla lista dei condannati (con un indice di probabilità di 0.99 su 1) ci sono gli operatori di telemarketing, tecnici degli uffici legali e tecnici matematici, gli operai addetti alle fognature, e poi agenti assicurativi e del settore cargo e merci, addetti degli uffici di consulenza fiscale. Mentre i meno «rottamabili» risultano i terapisti ricreativi assieme a molte altre specialità del campo sanitario.

Angosciati da tutto ciò? Potete sempre adottare «Pepper», l’umanoide realizzato dalla francese Aldebaran robotics, che è in grado di riconoscere le nostre emozioni. E consolarci.

C'è un'unica soluzione: redistribuzione del reddito --> reddito di cittadinanza e salario minimo.

Azzeramento dei lavori meccanico/ripetitivi (conseguentemente effettuabili da macchine evolute) significa mantenere solo le attività a più alto valore aggiunto, quindi stipendi alti per chi svolge tali mansioni e reddito garantito per gli inoccupati.
Tanto tempo libero, arte, cultura e socialità.

L'alternativa è scavare buche e ricoprirle.

Come arrivarci?

Offline Rorschach

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10481
Re:Lavoro & tecnologia
« Risposta #2 il: 08 Set 2015, 14:09 »
Citazione
“Parlare di produttività significa non aver capito il mondo”
Parlare di produttività, quando si parla di lavoro, non ha più senso. Non nel mondo contemporaneo, in cui il 70% del lavoro è di tipo intellettuale, e non fisico. Lo spiega Domenico De Masi, sociologo del lavoro e professore alla Sapienza di Roma: ora si ragiona in altri termini, come spiega a Linkiesta. Servono più formazione e motivazione, pochi controlli e più responsabilità. Così si uscirà dalla crisi, dice. E si lavorerà anche meno ore.

Dario Ronzoni
   
Lavoro e produttività, Italia e Germania, ore lavorate e classifiche. Un calderone che è anche un dibattito, ricco di numeri, di idee per uscire dalla crisi e di convinzioni radicate. Il problema è che – si scopre– alcune di queste sono sbagliate, come ad esempio quelle che riguardano la produttività. Lo ricorda Domenico De Masi, sociologo del lavoro e fondatore di S3 Studium. «La produttività è un criterio vecchio», spiega, «al giorno d’oggi non aiuta a definire i ritmi e i risultati del lavoro». Ora che tutto è cambiato, anche le categorie che servono a definire la realtà devono adeguarsi. «Occorrono strumenti nuovi», spiega, «e la società deve imparare ad accoglierli, anche se ci sono molti limiti».

Partirei proprio da qui, dai limiti. Quali sono?

Ce ne sono tanti. Il primo limite è di tipo lessicale. La parola “lavoro” non va più bene.

Perché?

Perché è troppo ampia, e raggruppa in sé concetti molto distanti, che non possono essere considerati, e quindi trattati, nello stesso modo. Il “lavoro”, all’inizio – e parlo dell’Encyclopédie di Voltaire e Diderot – era solo lo sforzo delle viti per entrare nel legno.

E poi?

Poi, con la società industriale, che ha ammassato un numero di persone che prima lavoravano come artigiani in un muro di cinta, è nata la fabbrica, con tanto di organizzazione taylorista e poi fordista nella catena di montaggio. Qui è l’origine dei concetti di produzione e di produttività. E questo era diventato il “lavoro”. Ma si trattava di attività che, per la loro semplicità e ripetitività, deprivavano le persone della loro intelligenza. Erano un’immane gabbia, come diceva Max Weber.

Poi le cose sono cambiate.

Sì. I macchinari sono diventati più sofisticati e hanno incorporato sempre più funzioni. È aumentato il bisogno di specializzazione per poter creare e utilizzare le macchine stesse. Questo ha favorito una riorganizzazione del lavoro: agli operai sono state affidate mansioni più complesse, cercando di venire incontro al bisogno di “intelligenza” dell’essere umano. Anche se poi tutto è stato rivoluzionato, all’inizio degli anni ’70, con l’arrivo del computer. Questo ha comportato un riassetto generale del mondo del lavoro nelle fabbriche: se all’inizio, a metà ottocento, il 6% era dedito a lavoro intellettuale – chiamiamolo così – il 94% svolgeva lavoro manuale. Ora il 70% fa lavori non fisici, e a farlo è solo il 30%. Diciamo che le cose sono cambiate.

Però la parola è rimasta la stessa.

Esatto. A mio avviso, invece, vanno distinte almeno altre due tipologie: si dice lavoro, ma si intende il lavoro fisico, cioè l’operaio – ma anche l’idraulico – e questo è il 30% del mondo del lavoro attuale. Si dice lavoro, ma si intende il lavoro intellettuale e creativo, e penso a giornalisti, scrittori, architetti, studiosi, scienziati, ingegneri. E infine si dice lavoro, ma si intende un altro tipo di attività intellettuali ma ripetitive, come la commessa, l’impiegato di banca o di altri istituti, il segretario. Questi ultimi hanno in comune con la seconda categoria il fatto di essere comunque attività non fisiche, e con la prima di essere ripetitive. Ecco, queste sono le macrocategorie. E servirebbe una parola diversa per ognuna.

Lei ne ha in mente qualcuna?

Al momento, per il lavoro intellettuale, parlerei di “ozio creativo”. Che poi è quello che sta facendo lei, con questa intervista. Un’operazione che richiede sì lavoro, perché sta svolgendo un’attività, ma anche studio, perché sta comunque riflettendo e imparando cose nuove. E poi anche divertimento. Non voglio chiamarlo lavoro, perché non ha nulla a che vedere con il lavoro del minatore, o del cinese che costruisce iPod. È un problema antico: come diceva Conrad: “come faccio a dire a mia moglie che quando guardo alla finestra, io sto lavorando?”. Per uno scrittore, ad esempio, la ricerca dell’ispirazione è parte integrante, anzi direi fondamentale, della sua attività, o del suo lavoro.

Chiaro. Ma adesso veniamo alla produttività.

La produttività, appunto, è la formula di Taylor, per cui la quantità di prodotti viene divisa per il tempo umano impiegato per farli, e definisce l’efficenza. Una formula che è nata nelle fabbriche, e che ora vale per il 30% dei lavoratori, cioè quelli che si dedicano al lavoro fisico. Ma vale solo lì. Non ha senso, invece, applicarla negli uffici.

E perché no?

Perché gli uffici sono una specie di pantano, soprattutto per la creatività, ci sono riti distruttivi e ripetitivi che uccidono le idee. Quelle vengono altrove, in altri momenti. Al cinema, passeggiando, mangiando un gelato, stando con il proprio partner. L’ufficio non è fonte di creatività.

Ma nemmeno quelli della Silicon Valley, con giochi, piscine e aree di relax?

Ma no, quelle sono paraculate! Un modo subdolo che l’azienda utilizza per portare dentro tutto quello che c’è fuori, e quindi non fare uscire i suoi dipendenti. Preferiscono tenere creativi mediocri dentro che averli più brillanti, ma fuori dal loro controllo. Stare in ufficio, ormai, è un rito con una sua intrinseca comicità. Lei, che è in redazione e mi intervista, avrà senz’altro una sua divisa di lavoro, in un certo senso. Io, che in questo momento sto lavorando con lei, sono in mutande e davanti a me ho il mare. È comico, no?

Eh, non me lo dica.

È comico fare cose nuove con metodi vecchi, che poi è il senso profondo di questa crisi. Pensi che nei paesi latini – e intendo Italia, ma anche Spagna e Grecia, e America Latina – c’è l’abitudine a stare due o tre ore in più in ufficio. Si dovrebbe uscire alle sei, e invece si rimane fino alle sette, o alle otto. Una cosa buona? Per niente. Non si resta in ufficio per amore del lavoro, ma semmai per odio del mondo esterno, della famiglia, della società. Una cosa che rovina tutto: in Germania, se si deve uscire alle cinque, si esce alle cinque. E in questo modo si porta il proprio know-how fuori, nel mondo della famiglia, del circolo, degli amici. Si diffonde di più, si lega meglio. Si sta meglio. Ma non solo.

Continui.

Sono almeno due milioni gli italiani che si attardano in ufficio. Un monte ore altissimo, che potrebbe creare 500 mila posti di lavoro. Non è solo tempo buttato, dal momento che non si tratta di zelanti stakanovisti, ma messi insieme, si traduce anche in posti di lavoro bruciati. Spesso quelli dei propri figli.

Ma allora come si può applicare la produttività al lavoro intellettuale?

In teoria si dovrebbe poter guardare al numero di idee avute in un preciso arco di tempo. Ma è una cosa impossibile e ridicola: le idee non sono controllabili nel tempo. Ogni tentativo, ogni metodo di calcolo per il lavoro intellettuale, dall’architetto al giornalista, se basato su questi sistemi, è destinato all’insuccesso. Non funziona, non serve a nulla.

E allora come si fa?

Semplice: spostando la questione dalla quantità alla qualità. Una cosa che cambia tutto. E allora si vedrà che la qualità è direttamente proporzionale a motivazione e intelligenza. O meglio, alla somma tra intelligenza (che è quella che ognuno si trova, e non si può fare molto per cambiarla), professionalità (che è invece la formazione, il know-how di ogni individuo) e la motivazione. Allora, visto che sull’intelligenza di ciascuno non si può intervenire, restano le altre due aree: la formazione, che purtroppo in Italia viene fatta molto nel privato e pochissimo nel pubblico, in modo anche inefficace e inutile, e soprattutto la motivazione.

Allora la domanda si sposta: come si fa a motivare?

Anche qui, ci sono stati 50 anni di studi. E il risultato, per essere sintetici, è questo. Prima si pensava che esistessero due tipi di lavoratori: quelli “motivati”, e quindi collaborativi, e quelli “demotivati”, e quindi conflittuali.

E adesso?

Adesso se ne distinguono – sempre in sintesi – tre: a motivati e demotivati si aggiungono i “neutri”, che non sono conflittuali ma che non fanno nulla di più della sufficienza. Non solo: si è capito che i metodi per trasformare un lavoratore demotivato in un lavoratore motivato sono diversi da quelli che servono per trasformare un lavoratore demotivato in un lavoratore neutro.

Cioè?

Per diventare neutro, per esempio, può servire un aumento di stipendio. O fornire servizi più efficienti, come la mensa o il parcheggio. Tutte cose comode che vengono apprezzate. Ma che non bastano a far diventare motivati i lavoratori. Per capirsi, non è che se continui a dargli più soldi, lui diventa più motivato. E non funziona nemmeno se, invece di una mensa, se ne forniscono tre. È chiaro, no?

Certo. E allora – ancora – come si fa ad avere lavoratori motivati?

Così: serve stimolare la loro creatività. E affidare incarichi di responsabilità. E, soprattutto, il coinvolgimento e la partecipazione nelle decisioni generali. I lavoratori devono anche avere la certezza della carriera, che significa, per loro, sapere che se si lavora bene, si sarà premiati e, al contrario, non si sarà premiati. Nessuno spazio a raccomandazioni e favoritismi. E poco, pochissimo controllo.

Perché?

Perché il legame tra controllo e demotivazione è fortissimo. Più un lavoratore è sottoposto a controlli continui, richiami del capo, insistenze, più è demotivato. Ancora di più, poi, se il controllo è burocratizzato. Io l’avevo detto a Brunetta che inserire i tornelli negli uffici della pubblica amministrazione non sarebbe servito a nulla, e che anzi avrebbe avuto effetti deleteri. Ma lui non mi ha ascoltato. E si è visto.

Ma non è solo una questione di lavori e di attività. Conta anche la convinzione di star facendo qualcosa di importante.

Certo: questo poteva valere per gli impiegati dei grandi uffici, anche anonimi, della Russia sovietica: loro credevano nel sistema ed erano motivati nelle loro operazioni, anche se molto limitate. Ma anche per le suore che vanno nei lebbrosari. Le ideologie, in questo senso, sono fondamentali. Vede, è sbagliato celebrare come un successo la fine delle ideologie: piuttosto, è stato uno dei più grandi harakiri dell’umanità.

Ideologie a parte, come si spiega questo ritardo nel concetto di produttività?

Sono idee che impiegano tempo a penetrare nella società. Ci sono preconcetti, convinzioni sbagliate dure a morire, si ragiona per categorie stagne. Pensi a tutti quegli articoli sui lavoratori tedeschi a confronto con quelli italiani, che non hanno nessun senso. Come si può mettere insieme una badante e un pilota? O un architetto e un vetraio? Che senso ha? Che cosa mi fa capire di più della realtà? Nulla. Eppure è proprio con queste cose, cioè insistendo su percorsi di formazione, di motivazione e non di produttività, intesa in senso antiquato, che si può uscire davvero dalla crisi. Questa è la via, non ce ne sono altre, e mi sembra lampante.

Sembrerebbe di sì. La ringrazio, intanto, per la sua disponibilità.

La ringrazio anche io, e buon lavoro. Anzi, buon ozio creativo.

http://www.linkiesta.it/produttivita-lavoro
Re:Lavoro & tecnologia
« Risposta #3 il: 08 Set 2015, 19:36 »
C'è un'unica soluzione: redistribuzione del reddito --> reddito di cittadinanza e salario minimo.

Azzeramento dei lavori meccanico/ripetitivi (conseguentemente effettuabili da macchine evolute) significa mantenere solo le attività a più alto valore aggiunto, quindi stipendi alti per chi svolge tali mansioni e reddito garantito per gli inoccupati.
Tanto tempo libero, arte, cultura e socialità.

L'alternativa è scavare buche e ricoprirle.

Come arrivarci?

Nah, il reddito di cittadinanza è la negazione della ricerca di un salario.
Pure supponendo che sia economicamente sostenibile , tanta, troppa gente, recepirebbe il messaggio che possono venire pagati per stare al bar a leggersi la gazzetta e il corriere fino a sera, il sistema previdenziale collasserebbe a meno di non voler alzare, ulteriormente, la pressione fiscale.
Inutile che ti dica la mia opinione a riguardo, immagino.  :saint:

p.s. provocazione, ma l'uso dei robot in italia verrà ugualmente tassato a 2 volte il costo effettivo come accade già con i normali lavoratori stipendiati?! :D

Offline Rorschach

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10481
Re:Lavoro & tecnologia
« Risposta #4 il: 08 Set 2015, 20:43 »
Tu immagina un reddito di cittadinanza di 1000 euro e uno stipendio minimo di 2000, ricordando che l'obiettivo è proprio quello di ridurre drasticamente i cittadini in cerca di occupazione!
Stop call center e lavori di merda, se un lavoro viene pagato / vale 500 euro allora è organizzato male o può essere eliminato.

Inviato dal mio LG-D855 utilizzando Tapatalk

Offline Zanzalf

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11963
Re:Lavoro & tecnologia
« Risposta #5 il: 08 Set 2015, 21:22 »
Tu immagina un reddito di cittadinanza di 1000 euro e uno stipendio minimo di 2000, ricordando che l'obiettivo è proprio quello di ridurre drasticamente i cittadini in cerca di occupazione!
Stop call center e lavori di merda, se un lavoro viene pagato / vale 500 euro allora è organizzato male o può essere eliminato.

E, con stop ai call center, se hai finito i Giga a chi chiami?

Offline Giako77

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Re:Lavoro & tecnologia
« Risposta #6 il: 08 Set 2015, 21:49 »
Rorschach dice cose assolutamente sensate. Scusa VVL allora nei Paesi con il reddito di cittadinanza che non lavora più nessuno, nessuno cerca il lavoro? Credo che sia ormai necessaria questa strada e sarebbe da applicare studiando un sistema che innalzi le tasse alle aziende che vanno via via robotizzando escludendo il lavoro umano e utilizzare quei proventi per finanziare il reddito di cittadinanza. Chiaro non è così semplice come la dico io perchè quella azienda fuggirebbe immediatamente in un altro posto dove quella tasse non c'è... però un sistema di regole sta diventando assolutamente indispensabile altro che deregulation e mercato che si autogoverna!
Servirebbe anche una riduzione dell'orario di lavoro a pari stipendio (non vorrei dire stupidaggine ma credo che la stiano sperimentando in qualche paese del nord-europa, forse Svezia).

Offline pentiux

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Re:Lavoro & tecnologia
« Risposta #7 il: 08 Set 2015, 22:14 »
Nelle nazioni europee, dove ci dovrebbe essere ancora una certa attenzione al cittadino, un reddito di cittadinanza che garantisca quanto meno la sopravvivenza (non il benessere) sarebbe anche conveniente per lo Stato.
Perché per uno Stato che si rispetti un cittadino indigente è un problema serio in termini di assistenza e di supporto. Rispondere con solo qualche centinaia di euro di salario minimo sociale sarebbe addirittura una risposta vantaggiosa.
Poi entreremmo nella fase del come controllare che tale salario non vada a chi è benestante, a chi vive di rendita, a chi lavora in nero e via discorrendo...
In tutto questo anche la possibilità di utilizzare chi percepisca tale salario sociale per infiniti lavori socialmente utili. Lo stimolo alla ricerca di un lavoro che dia salari più importanti sarebbe assolutamente preservato...

Online FatDanny

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Re:Lavoro & tecnologia
« Risposta #8 il: 09 Set 2015, 10:36 »
l'unica convenienza a non introdurre un reddito di cittadinanza è quella delle aziende per mantenere il ricatto del salario e quindi garantirsi prestazioni lavorative dietro un compenso misero.
Il resto l'hanno già detto giako e pentiux.
Re:Lavoro & tecnologia
« Risposta #9 il: 09 Set 2015, 10:57 »
Perché per uno Stato che si rispetti un cittadino indigente è un problema serio in termini di assistenza e di supporto.

E di sicurezza anche.
La stupidità del liberismo sfrenato che viene rivendicato da chi, oggi, si crede ganzo, é che la società moderna ridotta a una jungla é proprio la negazione della libertà.

Offline Rorschach

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10481
Re:Lavoro & tecnologia
« Risposta #10 il: 09 Set 2015, 11:15 »
Un elevato livello di disoccupazione in assenza di ammortizzatori sociali permette di trovare forza lavoro a costo zero (o quasi) e risparmiare sui costi di produzione.
Ma se ho un costo di produzione molto basso non avrò nessun interesse ad efficientare la produzione e ad innovare, semplicemente all'aumento della domanda potrò aumentare la forza lavoro con nuovi inserimenti o estendere l'orario di lavoro oltre il lecito.
E infatti il sistema produttivo italiano è - mediamente - tecnologicamente arretrato rispetto al resto dell'Occidente, e le nostre stesse politiche economiche sono rivolte alle piccole imprese il cui orizzonte temporale di sviluppo non può che essere di breve/medio periodo (ci piace tanto parlare delle nostre eccellenze, ma il rovescio della medaglia è un numero elevato di piccole aziende che vivono sul lavoro sottopagato e puntano alla sopravvivenza senza fornire valore aggiunto al sistema Italia).

Offline Giako77

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5172
Re:Lavoro & tecnologia
« Risposta #11 il: 09 Set 2015, 13:56 »
Un elevato livello di disoccupazione in assenza di ammortizzatori sociali permette di trovare forza lavoro a costo zero (o quasi) e risparmiare sui costi di produzione.
Ma se ho un costo di produzione molto basso non avrò nessun interesse ad efficientare la produzione e ad innovare, semplicemente all'aumento della domanda potrò aumentare la forza lavoro con nuovi inserimenti o estendere l'orario di lavoro oltre il lecito.
E infatti il sistema produttivo italiano è - mediamente - tecnologicamente arretrato rispetto al resto dell'Occidente, e le nostre stesse politiche economiche sono rivolte alle piccole imprese il cui orizzonte temporale di sviluppo non può che essere di breve/medio periodo (ci piace tanto parlare delle nostre eccellenze, ma il rovescio della medaglia è un numero elevato di piccole aziende che vivono sul lavoro sottopagato e puntano alla sopravvivenza senza fornire valore aggiunto al sistema Italia).

Abbassare in continuazione i costi di produzione non ha sempre effetti buoni. Le strade sono 2: o aumenti la produttività attraverso le tecnologie o riducendo i salari. Attraverso le tecnologie e l'automazione a lungo andare ti ritroverai con sempre più disoccupati come dimostra l'articolo con cui ho aperto il topic. Abbassando i salari hai un doppio problema: distruggi i consumi e non ti avvantaggi rispetto alla concorrenza nazionale se l'abbassamento è generalizzato. Hai vantaggi se solo tu come azienda riesci abbassare i costi non se lo fai x legge. Certo hai vantaggi sull'export ma mai abbastanza per essere concorrenziale con chi ha costi del lavoro e tassazione molto più bassa e assenza di diritti sul lavoro, sindacati ecc...

Probabilmente va proprio ripensato l'idea di produzione e di lavoro/reddito (cittadinanza)...con più regole!

Offline Rorschach

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10481
Re:Lavoro & tecnologia
« Risposta #12 il: 09 Set 2015, 14:21 »
Abbassare in continuazione i costi di produzione non ha sempre effetti buoni. Le strade sono 2: o aumenti la produttività attraverso le tecnologie o riducendo i salari. Attraverso le tecnologie e l'automazione a lungo andare ti ritroverai con sempre più disoccupati come dimostra l'articolo con cui ho aperto il topic. Abbassando i salari hai un doppio problema: distruggi i consumi e non ti avvantaggi rispetto alla concorrenza nazionale se l'abbassamento è generalizzato. Hai vantaggi se solo tu come azienda riesci abbassare i costi non se lo fai x legge. Certo hai vantaggi sull'export ma mai abbastanza per essere concorrenziale con chi ha costi del lavoro e tassazione molto più bassa e assenza di diritti sul lavoro, sindacati ecc...

Probabilmente va proprio ripensato l'idea di produzione e di lavoro/reddito (cittadinanza)...con più regole!

Io credo che non sia corretto puntare all'aumento dei consumi, e che non sia il PIL un indicatore valido a descrivere il benessere di una nazione (niente di originale, eh).

Riduzione degli sprechi, riduzione dell'inquinamento (il fine ciclo della produzione) e redistribuzione della ricchezza, il tutto grazie all'innovazione tecnologica.

Tassare gli straordinari
Abbassare l'età pensionabile
Ammortizzatori sociali
Incentivare il telelavoro e il part-time

In sostanza puntare al lavoro di Qualità e all'inclusione sociale, eliminare lo sfruttamento e 'governare' la riduzione della domanda di forza lavoro in maniera virtuosa (più tempo libero + capacità di acquisto = più domanda di servizi alla persona).

Offline Tornado

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Re:Lavoro & tecnologia
« Risposta #13 il: 09 Set 2015, 18:31 »
"Così: serve stimolare la loro creatività. E affidare incarichi di responsabilità. E, soprattutto, il coinvolgimento e la partecipazione nelle decisioni generali. I lavoratori devono anche avere la certezza della carriera, che significa, per loro, sapere che se si lavora bene, si sarà premiati e, al contrario, non si sarà premiati. Nessuno spazio a raccomandazioni e favoritismi. E poco, pochissimo controllo".

Mamma mia verissimo...!!
Re:Lavoro & tecnologia
« Risposta #14 il: 10 Set 2015, 21:48 »
Un elevato livello di disoccupazione in assenza di ammortizzatori sociali permette di trovare forza lavoro a costo zero (o quasi) e risparmiare sui costi di produzione.
Ma se ho un costo di produzione molto basso non avrò nessun interesse ad efficientare la produzione e ad innovare, semplicemente all'aumento della domanda potrò aumentare la forza lavoro con nuovi inserimenti o estendere l'orario di lavoro oltre il lecito.
E infatti il sistema produttivo italiano è - mediamente - tecnologicamente arretrato rispetto al resto dell'Occidente, e le nostre stesse politiche economiche sono rivolte alle piccole imprese il cui orizzonte temporale di sviluppo non può che essere di breve/medio periodo (ci piace tanto parlare delle nostre eccellenze, ma il rovescio della medaglia è un numero elevato di piccole aziende che vivono sul lavoro sottopagato e puntano alla sopravvivenza senza fornire valore aggiunto al sistema Italia).


Tu immagina un reddito di cittadinanza di 1000 euro e uno stipendio minimo di 2000, ricordando che l'obiettivo è proprio quello di ridurre drasticamente i cittadini in cerca di occupazione!


E sono perfettamente d'accordo con te su tutta la linea, dico davvero.
Tuttavia non posso ignorare le distorsioni di cui questo "sistema italia" (che tutto è tranne che iper-ultra-super liberista) è portatore insano da prima che nascessi e di quanto queste inficino la possibilità che quanto tu suggerisci possa funzionare sul piano pratico, che è poi quello che ci interessa.
E guarda, a dirla tutta, dipendesse da me bisognerebbe incentivare il proseguimento degli studi e delle specializzazioni, soprattutto in ambito tecnologico.
Che un 40-50enne sia informaticamente ignorante è, per quanto fastidioso, tollerabile, che lo sia un 20enne neanche per idea.
Ovviamente tali incentivi si ridurrebbero con il passare degli anni, percui, prima ti laurei ed entri nel mondo del lavoro più ci guadagni. 
Ciò detto, da dove dovrebbero provenire le risorse per avviare tali modifiche sfugge alle mie comprensioni.
La mia risposta sarebbe che ad i tagli ad un elefantiaco settore pubblico, di rinomata inefficienza , sarebbero l'unico modo per riavviare il tutto, mentre lo stato potrebbe ridislocare quelle risorse in modo da finanziare riforme sistemiche che si andrebbero tuttavia a scontrare con la realtà distorta di cui sopra.
Questo però richiederebbe di togliere le ganasce all'iniziativa privata, uniformando il tutto non dico agli US ma almeno al resto degli stati europei (per favore non portarmi ad esempio la Svezia, ok?).

Altrimenti rimane il problema di fondo che l'intero mondo del lavoro ristagna incapace di modernizzarsi poichè schiacciato da una serie di disfunzioni tali che ne pregiudicano la stessa esistenza.
Nessuno assumerà mai "a pieno regime" se questo significherà la totale distruzione del proprio profitto potenziale in tasse effettive.

Dopotutto non si possono ignorare i costi di produzione sulla valutazione di un bene, quale che sia, come non si può pensare che qualcuno possa lavorare gratis ad aeternum, percui da qualche parte dovrà trarre profitto, altrimenti se questo non avviene molto probabilmente cercherà altrove condizioni che possano soddisfarlo maggiormente.
Questo vale, ancor di più, nel campo delle idee.
Perchè è li, contrariamente a quanto sostenuto dai più, che si trova il successo economico degli Stati Uniti o del Giappone.
Hanno capito, prima e meglio di altri, quanto ricerca, innovazione e semplificazione rappresentassero il futuro e valessero l'investimento che stavano per affrontare.
Ora, con le dovute distinzioni, sono due delle economie più virtuose, con una capacità di innovarsi e reinvestire che è impensabile per le realtà europee, salvo rare eccezioni (principalmente tedesche, andrebbe analizzata a parte).


La stupidità del liberismo sfrenato che viene rivendicato da chi, oggi, si crede ganzo, é che la società moderna ridotta a una jungla é proprio la negazione della libertà.

L'inutilità dei viaggi spazio temporali che vengono rivendicati da quelli che hanno scoperto che ora come ora, la tecnologia per costruire strumenti che ti permettano di attraversare lo spaziotempo sia troppo costosa da riprodurre. :^^
 

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