Topic Vintage (archeleogia di Lazionet)

Aperto da Stiso, 18 Nov 2012, 16:25

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Stiso

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Lazionet ormai esiste da molti anni e sono pochi gli utenti che hanno seguito il sito, e di conseguenza il forum, sin dagli inizi. Nel corso degli anni su questo spazio sono passati post e contributi interessanti, inutili, lunghi, corti, ragionati, istintivi, anonimi e geniali.

E' su questi ultimi che mi piacerebbe che questo topic vertesse: chiunque negli anni abbia avuto la prontezza di salvare post e topic di levatura superiore, avendo anche avuto l'accortezza di conservarli su dischi accuratamente dotati di backup (non come il sottoscritto), è fortemente invitato a postarli di seguito.

Interventi come le pagelle di Pikkio, topic come quello su Lequi, genialmente imbeccato da Italicbold, capolavori come "Rigore paa roma", racconti tipo "Bobbeide" e "Il Codice Cicatrice" generati dalla penna ispirata di Tarallo (e me ne dimentico a decine...) non possono dissolversi come lacrime nella pioggia (cit.). Lasciamo che anche chi all'epoca non c'era possa godere di tutto ciò.

Pur avendone salvati molti, l'unico che è sopravvissuto ai crash dei miei disgraziati dischi è Bobbeide, pubblicato nel 2004. Mi accingo a condividerlo con voi.

Si apra il sipario....

Stiso

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Bobbeide (di Tarallo). Lo posto così come venne pubblicato e salvato

Bobbeide
Tragedia in cinque atti di un eroe del nostro tempo.
Atto Primo

Uscì tirando su il bavero della giacca, si accese una sigaretta e
cominciò a camminare senza una meta precisa. La serata settembrina era
insolitamente fresca. Da tempo, da molto tempo non si sentiva confuso
come in questo momento. Cosa stava succedendo?
La riunione di condominio era per lo più scivolata via senza intoppi.
Gli abitanti dello stabile di via Furio Camillo, di cui lui occupava in
affitto un appartamento al ventottesimo piano, avevano discusso anche
meno animatamente del solito i punti all'ordine del giorno. Bobby aveva
prestato, come sempre, una quantità di attenzione sufficiente a poter
esprimere un'opinone al momento del voto, ma non di più. C'era altro per
la testa. Approvare le prime due mozioni era stato facile. Tutti i
citofoni da oggi in poi, invece dell'antipatico "bzzzzzzz" avrebbero
emesso un più appropriato "Grazie Roma", per quanto la versione
strumentale approvata in via definitiva mostrava, insieme al pregio di
essere compatibile col sistema intercom, il difetto di ricordare una
specie di sax di Fausto Papetti distorto da scariche di elettricità
statica, non gradevolissimo. Ma era la sostanza che contava, e la musica
era quella giusta. La domanda, semmai, era come mai non ci avessero
pensato prima. Per qualche motivo deve essere sembrato tecnicamente non
fattibile, ma il nuovo Amministratore evidentemente aveva studiato la
materia. La seconda mozione, il bandierone su in cima, nel terrazzo dove
i condòmini stendono i panni, era anch'essa risultata di ovvia
approvazione. Anche qui non si spiegava come mai non ce ne fosse già
una. Bobby non stendeva mai i panni, che in realtà, per sua stessa
ammissione, lavava di rado per motivi che non si limitavano a quello
ufficiale, un ossessivo rispetto per l'ambiente. Ma era come se, pur non
essendosi mai posto il problema, immaginasse che non poteva essere
altrimenti. Ora che qualcuno aveva portato l'argomento sul tavolo di
discussione, sembrava ovvio che un bandierone già ci fosse. Invece non
c'era, ed il voto di stasera aveva rimediato a questa dimenticanza. Le
discussioni sulla tonalità di giallo e di rosso da scegliere erano state
sedate dall'intervento del gay dell'ottavo piano, da tutti ritenuto un
esperto di stile e fashion, da sé stesso subdolamente spacciato per
designer di moda ma in realtà solamente parrucchiere per signora a
Cinecittà Est. Dopo aver dichiarato di nuovo, per rinfrescare la memoria
dei convenuti, da quanti anni era tifoso e "innammorato", come diceva
lui guardando in alto per un attimo, verso un vuoto oltre il soffitto,
come per cercare l'ispirazione, ma forse per rinverdire nella sua
memoria l'immagine di Ubaldo Righetti, amore mai dichiarato e solo in
minima parte sfumato dal tempo, Lilly, così si faceva chiamare, aveva
messo autorevolmente a tacere coloro che ancora, per motivi
stilisticamente a lui incomprensibili, prendevano in considerazione i
colori della Roma di Sperotto e Musiello, per intenderci, un giallo ed
un rosso classici ma, secondo Lilly, poco sofisticati, o, come diceva
lui, 'davvero terrestri'. Ci si accordò su un burgundy, così definito da
Lilly, suscitando qualche sospiro e l'alzata di più di qualche
sopracciglio, ed un ocra chiaro che onestamente sembravano a Bobby più
Rothko che Curva Sud. Sulle dimensioni l'accordo fu immediato. Più
grande è, meglio è.

Le votazioni venivano effettuate per alzata di mano, e Bobby, tra
l'annoiato ed il curioso di vedere le due novità diventare realtà, aveva
semplicemente aggiunto il suo 'si' a quello di tutti gli altri. Nel
farlo, si ricordò, come faceva ad ogni riunione, di cercare tra la
folla, per vedere se questa volta il laziale del terzo piano si fosse
degnato di venire. La risposta era la solita. Quando manca lo spirito di
comunità, il senso della responsabilità ed un minimo di conoscenza dei
doveri civili, non ci si può aspettare granché. Stava bene così.
Per la terza mozione non c'era troppo tempo a disposizione, "La Signora
in GialloRosso" stava per iniziare su T9. Fu questo voto a metterlo in
seria difficoltà. La proposta era venuta dal papà di Ernesto, il bambino
di 12 anni del diciassettesimo piano. Bruno, questo il nome del papà,
portava sempre Ernesto alle riunioni, e trovava sempre il modo di
decantarne qualche talento incredibile che in qualche modo aveva dei
risvolti che naturalmente si sarebbero resi utili al condominio tutto.
Difficile immaginare come avere un tocco di sinistro 'che manco Brunetto
nostro', o saper recitare a memoria tutte le formazioni degli ultimi
vent'anni di Roma ed avversarie (esercizio al quale il duo Bruno-Ernesto
aveva sottoposto tutto il condominio durante una riunione
particolarmente estenuante, performance conclusasi prematuramente quando
Bruno aveva iniziato a piangere mentre enunciava le formazioni di
Roma-Lecce) potesse rendere l'edificio più gradevole o funzionale. Ma
stavolta Bruno aveva portato le prove. Ernesto era un artista, disegnava
splendidamente ("Guardate qua!"), e quindi se ne concludeva che
l'androne del palazzo sarebbe stato coperto con un affresco, ad opera
del suddetto genio del pennello, che rappresentasse a grandezza naturale
il ripetuto palleggio con cui Cafù aveva umiliato Nedved in un derby di
qualche anno fa. Bruno espose il suo piano con l'espressione che
assumeva il tenente Colombo verso la fine dei telefilm, quando era
solito rendere pubblico il risultato delle sue peculiari indagini.
Chiaro, semplice, lineare. Era li', bastava vederlo. Come non averci
pensato prima? Bene, qualunque sia il motivo non importa, adesso ci
abbiamo pensato e quindi va fatto. La reazione del condominio, a parte
gli 'e annamooo!' mormorati dai più giovani, si rivelò identica a quella
dei protagonisti degli stessi telefilm, che invece non avevano idea che
l'assassino fosse proprio lui, il ricco faccendiere, e che non potevano
evitare di trascorrere un paio di minuti a bocca aperta prima di
ringraziare il tenente (e Dio) perché finalmente un incubo era finito e
il colpevole sarebbe stato consegnato alla giustizia. Tutti pian piano
si avvicinarono a Bruno, stringendogli le mani e dicendosi entusiasti
della proposta. Si decise però che l'azione da dipingere nell'androne
avrebbe dovuto rappresentare Francesco Totti ("Totti je viene 'na
favola, nun c'è probblema", aveva dichiarato Bruno rassicurando i pochi
ancora scettici sul talento del Giotto der Tuscolano), e che prima della
riunione successiva i condomini avrebbero dovuto presentare il loro
gesto tecnico preferito scelto nella moltitudine di finezze e capolavori
di stile con cui il Capitano aveva deliziato il popolo romano, italiano
e mondiale per, sembrava incredibile, una decina d'anni. Il rigore a
cucchiaio degli europei sembrava perfetto, pensò Bobby, ma si sarebbe
perso il giallorosso. Sempre a metà distratto e a metà intrigato dagli
sviluppi della riunione, quando venne il momento di votare Bobby si
sorprese titubante, e lo shock fu notevole quando si rese conto che il
braccio non si era alzato. E' così che deve essersi sentito Falcao
quella sera di maggio, avrebbe successivamente pensato. Nel caos
generale nessuno se ne accorse. I voti erano un momento puramente
formale, non se ne ricordava neanche uno in cui l'unanimità non fosse il
risultato atteso, a parte il primo ed ultimo voto del laziale del terzo
piano, che ebbe la sfacciataggine di opporsi alla decisione di
ridipingere le quattro panchine del cortile, ormai devastate dall'ossido
di ferro, con vernice antiruggine. Se Bobby ricordava bene, la sua
obiezione aveva a che fare coi colori di vernice scelti, ma il laziale
fu zittito immediatamente (prese anche uno spintone), e da allora non si
vide più. Nessuno quindi si rese conto del fatto che quel giorno c'era
un voto non a favore, in questo caso un astenuto. Bobby sentì un tremore
nelle gambe e decise che aveva bisogno di un po' d'aria. Enrico, lo
studente del piano di sotto, registrava sempre "La Signora in
GialloRosso" malgrado fosse li' a vederla live, Bobby gli avrebbe
chiesto la cassetta. Si avvicinò alla sua Cinquecento gialla e fece per
aprirla, quando la mano gli si bloccò come congelata. La sensazione,
fortissima, indescrivibile, come un improvviso profumo del tutto
inatteso, era quella di essere seguito.

Il fatto che la strada fosse deserta rendeva la sensazione, stranamente,
ancora più viva e reale. L'occhio cadde sul bruco. Il bruco, in una
scena di cui Dario Argento sarebbe stato orgoglioso, sembrava proprio
guardare Bobby dritto negli occhi, e la sua espressione, sebbene fosse
la stessa che aveva tutti i giorni,improvvisamente fece correre un
brivido terribile, interminabile lungo la sua schiena. Bobby pensò ad un
vecchio film con Karen Black, in cui un pupazzetto 'etnico' (voo-doo?
africano? Bobby non era sicuro) prendeva vita, aggrediva la ragazza
senza pietà e si rifutava di morire, malgrado gli sforzi dell'attrice
affascinante ma dallo strabismo pronunciato. Il bruco sembrava invece
dire "So cosa stai pensando. E penso che tu abbia ragione. Non so dove
si stia nascondendo, ma secondo me c'è qualcuno che ci segue. E a
proposito, visto che siamo qui, sono d'accordo con te anche su Frisk.
Bisogna stanare chi sta cercando di distruggerci".
Superati i primi minuti di puro panico, Bobby decise di continuare a
camminare. L'aria era davvero fresca, le previsioni del tempo su "Il
Romanista" avevano avvertito che un vento proveniente dal Nord ("Ah!")
avrebbe colpito Roma ed abbassato sensibilmente la temperatura. Bel
giornale, questo "Romanista". Se ne sentiva il bisogno. Certo, notizie
interessanti, commenti prestigiosi ed analisi approfondite si trovavano
sui quotidiani nazionali come "Il Tempo", o "Il Messaggero", o anche "Il
Corriere dello Sport", sempre però con una attenzione, secondo Bobby se
non legittima almeno comprensibile, al mantenimento di una certa
'equidistanza', un equilibrio di giudizio che si confaceva ad un
giornale a tiratura nazionale. Quello che mancava era la voce del tifoso
espressa con alto stile giornalistico. Bobby avrebbe voluto soltanto per
la testata si fosse scelto il nome "Il Romano", decisamente più adatto.
Il pensiero si spostò sul lavoro. Mandare a quel paese il capo non era
stata una buona idea. Il [...] aveva il coltello dalla parte del manico,
e lo aveva dimostrato. Lo aveva spedito subito per due settimane a fare
un corso di Microsoft Excel, poi ridotte ad una. Con la ragazza le cose
non andavano molto meglio. Dimenticare il suo compleanno, che per colpa
di una maledetta congiunzione astrale cadeva il giorno dopo Roma-Dinamo
Kiev, era stato un errore accolto senza eccessiva magnanimità dalla
suddetta. Due settimane. Per due settimane la porta della sua camera da
letto sarebbe rimasta chiusa. Si era appellato alla sua sensibilità,
dicendo che la colpa era del calendario.... le aveva comprato dei fiori,
cantato "Nina, si voi dormite"... Ora aspettava con ansia, ed una buona
dose di ragionevolmente fondata speranza, una riduzione della pena.
La mente, occupandosi di questi guai, stava respingendo, con sempre
minor successo, l'unico vero pensiero che la stava assalendo con
violenza. Il bruco aveva ragione. Bisognava scoprire chi c'era dietro
all'inspiegabile livore di Frisk. C'era qualcosa che non quadrava, e
scoprire cosa (e più verosimilmente chi) fosse dietro al comportamento
abietto di Frisk avrebbe probabilmente consentito di svelare il mistero
dell'avversione del mondo intero alla Roma. Era il momento di contattare
Ciro, un amico conosciuto in Sud che sapeva come prenotare un viaggio on
line. Roma-Stansted-Goteborg e, almeno così Bobby sperava, ritorno. A
RyanAir spettava ora il compito di recapitarlo la', dove c'erano
risposte da ottenere a domande che non potevano aspettare.

Stiso

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Atto secondo*

Durante la notte, naturalmente insonne, Bobby si preparò meticolosamente
per il viaggio. In una borsa della Roma Calcio mise un po' di indumenti,
tra cui un paio di maglioni che probabilmente sarebbero tornati utili.
Le mutande comprate al Roma Point di Via Cola di Rienzo quella volta che
andò al centro, i calzettoni Diadora, il libro di Impiglia da finire di
rileggere sull'aereo. Nello scompartimento inferiore, dove in genere
vanno gli scarpini, Bobby mise, in preda ad una /trance/ mai provata
prima, un coltello a serramanico, un paio di occhiali a infrarossi
"Night Vision", le cesoie, due piccole bombe carta, una pasticca di
cianuro, tutti oggetti che amava definire come elementi del 'survival
kit' del romanista. Si sdraiò sul letto, sguardo fisso al soffitto.
Bobby dormiva spesso seduto in poltrona. Quando vide /Leon/ per la prima
volta, pensò che qualcuno avesse rivelato le sue abitudini notturne a
Luc Besson, che aveva poi usato le informazioni ricevute per plasmare il
personaggio di Jean Reno. La verità era che Bobby non era tranquillo, e
non capiva come potessero tutti gli altri romani (con l'eccezione dei
pochi laziali rimasti, ai quali comunque l'aggettivo non si addiceva)
dormire sonni tranquilli quando si stava chiaramente attuando un piano
globale interplanetario di eliminazione della Roma e dei romanisti.
L'alba lo sorprese esattamente nella stessa posizione. Ciro aveva
trovato un volo per il giorno dopo ed aveva lasciato un messaggio sulla
segreteria telefonica di Bobby, dopo il solito commento che,
immancabilmente, presentava variazioni sul tema "Aoo, gajardo er
sottofondo de Carlo Zampa che legge eee formazzioni!! ". Ciro aveva
anche prenotato una macchina alla Hertz del Goteborg City Airport, ed
aveva fornito ampie spiegazioni su come arrivare a Mölndal. Un ragazzo
prezioso, Ciro. Ingenuo ma prezioso. Anche particolarmente brutto. La
promessa di foto e numero di telefono di due ragazze svedesi, con le
quali Bobby andava ad allacciare i contatti e che sarebbero presto
arrivate in visita a Roma lo aveva riempito di una inusuale energia.
Ovviamente nessuno doveva sapere il vero motivo del viaggio.

Sul pullman dall'Anagnina a Ciampino, Bobby buttò giù un piano iniziale.
Il piano in realtà era chiaro soltanto fino all'ingresso, più o meno
forzato, in casa Frisk. Da li' in poi le idee si annebbiavano, ma
qualcosa gli sarebbe venuto in mente. Il Carabiniere all'ingresso
dell'aereoporto lo fece procedere con un gesto della mano, accompagnato
da un "Avandi picciotto, che quest'anno li facciamo a Prandelli!!",
condito da grassa risata. Ma di che parlava? Possibile che non sapesse
del cambio di allenatore? E la macchina dietro... No, era solo stanco,
non dormiva da una quarantina di ore.

La dipendente dell'aereoporto attaccò distrattamente l'adesivo con il
codice a barre sulla borsa di Bobby, esclamando un rassegnato (o
complice?) 'Lo so, sto co' te. Famo finta de gnente" che fece
rabbrividire Bobby. Cavolo, come faceva a sapere.... No, era
impossibile. Bobby deglutì nervosamente e chiese balbettando: "Scusa....
dicevi...". "No, dicevo ce stanno a ammazzà. Bisogna fa' qualcosa, non
pensi?" Dopo un sospiro che sembrava più un orgasmo, Bobby mise insieme
un "Si, bisogna fare qualcosa...". Sull'aereo Bobby non riusci' a
leggere, né a prendere sonno.

Delle trentadue persone che indossavano una maglietta della Roma alle
Partenze dell'aereoporto di Londra Stansted, meno della metà aveva
l'aria di essere di Roma. Bobby scambiò uno sguardo di intesa con tutti,
avendo anche lui indossato la maglietta di Totti, e per l'occasione ne
aveva scelta una con lo sponsor Ina Assicurazioni a quadroni gialli e
rossi, usata in Champions League qualche anno fa. Le altre tredici
magliette di varie annate (tutte col numero 10) erano state usate per
avvolgere l'esplosivo in modo da superare i controlli. Un piccolo
Walkman con dentro la cassetta con la registrazione di tutti i gol
dell'anno del terzo scudetto annunciati da Zampa era stato posto in
vicinanza delle due bombe carta nella speranza che le parti elettroniche
potessero confondere le idee del /bomb detector/, se esisteva una cosa
del genere. Aveva rinunciato a portarlo sull'aereo, dove avrebbe
volentieri riascoltato le azioni di quell'anno, ma ne valeva la pena, e
comunque c'era il libro di Impiglia, in caso stavolta fosse riuscito a
rilassarsi abbastanza da leggere un po'. Dopo una breve visita a /Caffè
Nero/ per un cappuccino che avrebbe fatto inferocire Gennaro, il barista
sotto casa autodefinitosi 'più che un simpatizzante', Bobby si avviò
carico di emozione al check-in. Non capì nessuna delle domande
dell'hostess di terra, ma non perché non sapesse parlare inglese. O
meglio, non solo. Era stato distratto dalla musica proveniente dal
sistema di filodiffusione dell'aereporto. Michael Jackson (con o senza
fratelli? mah....) cantava /Don't blame it on the sunshine – Don't blame
it on the moonlight – Don't blame it on the good times – Blame it on the
boogie/. Bobby era quasi ipnotizzato dalla canzone. Quando con un
sussulto tornò in sé, capì che le domande avevano a che fare con la
sicurezza del contenuto delle borse. Guardò la giovane inglesina con
un'intensità che la fece arrossire, cosa che lei timidamente interpretò
come affermazione di onestà e pulizia. Una volta spedito il bagaglio
pericoloso, Bobby seguì le indicazioni per l'imbarco. "EU Countries",
diceva un ingresso in verde, "Non-EU Countries" era scritto sull'altro
in blu. Dopo un paio di minuti trascorsi in concentrazione, o almeno la
massima concentrazione consentita dalla stanchezza e dall'agitazione,
Bobby decise che la Svezia era parte dell'Unione. Non sarebbe stato
certo un errore di questo tipo a smascherarne le intenzioni. Il trenino
che lo conduceva all'uscita 32 era semivuoto. Bobby era stanco, teso
come una corda di violino. Cercò nei volti degli altri viaggiatori un
qualche conforto, nella speranza che anche qualcuno di loro stesse
imbaracandosi in una missione che avrebbe cambiato la sua vita... Non
tutti erano voltati verso di lui, ma nei due minuti del breve tragitto
li guardò, più o meno distrattamente, quasi tutti.

Quasi.

Stiso

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*Atto terzo*

Il Goteborg City Airport, pensò Bobby, era di gran lunga il più piccolo
aereoporto del pianeta. Sembrava un fienile davanti al quale, nel nuovo
mondo di economia globalizzata, qualcuno aveva deciso di asfaltare una
lunga strada dritta, forse per facilitare il deflusso delle mandrie. La
sicurezza non era una priorità assoluta in un posto del genere, ed il
massimo della tecnologia a disposizione era probabilmente un mungitore
elettrico. Il nervosismo non aveva mai abbandonato Bobby, che anzi a
Stansted aveva avuto un momento di panico durante il quale era sicuro
che il suo bagaglio sarebbe stato identificato, con conseguente arresto
e permanenza in un carcere terrificante in qualche angolo sperduto
dell'Inghilterra. Tutto, invece, era andato bene. Dopo aver preso la
macchina, una Nissan Micra nuova di zecca, Bobby estrasse la cartina
disegnata seguendo le istruzioni lasciate da Ciro. L'aereoporto è su
un'isola, tu esci e giri a sinistra e prendi in direzione Malmoe, poi
passi un ponte gigantesco che ti porta sul continente, e da li' segui le
indicazioni per Mölndal. Appena attraversato il ponte, per la prima
volta da quando era sceso dal pullman a Ciampino, Bobby si rese conto
che non aveva assolutamente idea di cosa avrebbe fatto una volta entrato
in contatto con Anders Frisk. Immediatamente, però, un sorriso si stampò
sul volto soltanto un attimo fa pervaso dal panico. Che problema c'è?
Quelli del 'Roma Club Mölndal' sapranno aiutarmi. Vuoi che non ci sia un
Roma Club Mölndal'? La radio era sintonizzata su /Lugna Favorite/, una
disgustosa, melensa stazione pop. /Don't blame it on the sunshine...../.
Il cellulare lo risvegliò da un momento di torpore col classico suono
che annunciava l'arrivo di un SMS (sulla musica di "Semo i tifosi dela
Roma semo der commando urtràààààà..... Forza Roma alé alééééé - alé
alééééééé - Forza la Roma alé alè!"). Oltre al solito messaggio di
benvenuto da parte del Network locale, ce n'era uno di Ciro: "Amo
scajato 3-1 a Bologna. Pieri scandaloso. Annullato go regolare a
Montella. Hai parlato co' le ragazze? P.S. Te saluta er cicatrice".
Bobby rispose mentre guidava, rischiando di finire in un prato, che le
ragazze le avrebbe incontrate solo domani, e chiese a Ciro di cercargli
il numero di telefono del 'Roma Club Mölndal', così avrebbe avuto
qualcosa da fare in serata. La notizia di un ulteriore sopruso arbitrale
aveva arricchito la sua missione di rinnovata energia.

Una Volvo nera era tre macchine dietro.

Era tardi, e in giro non c'era quasi nessuno. Mölndal non era certo Rio
de Janeiro in quanto ad attività e vita notturna. Bobby notò come le
poche macchine che circolavano fossero tutte Volvo. Continuò a guidare
osservando i limiti di velocità. Non voleva attrarre l'attenzione della
Polizia locale, che sicuramente avrebbe trovato quantomeno curioso il
contenuto della sua borsa. Arrivò un altro SMS, ancora da Ciro. A
Mölndal c'erano tre Roma Club, e Ciro fornì i numeri di telefono di due
di questi. Aggiunse anche "Er Tedesco s'è rassegnato a da' le
dimissioni. Caciara totale". Bobby stava scrivendo un messaggio per
ringraziarlo, mentre allo stesso tempo riportava su un pezzo di carta i
numeri dei Roma Club, tenendo nella stessa mano anche il cellulare.
Guidare mentre si effettuano tutte quelle operazioni sarebbe stato
difficile anche in condizioni normali, e Bobby non era affatto in
condizioni normali. Ironia volle che il curvone successivo, ormai dentro
Mölndal, corrispondesse all'uscita "Kungens Kurva", la curva del Re,
così chiamata perché un Re svedese di qualche tempo fa ebbe un incidente
stradale proprio in quel tratto. Quando Bobby si accorse della curva era
troppo tardi. La Micra si impennò sul costone laterale, si capovolse un
paio di volte e concluse la sua corsa dietro ad un pilone di un ponte.

Cazzo.

Dopo un minuto di assoluto silenzio Bobby aprì gli occhi. Col pensiero
esaminò innanzitutto la possibilità che fosse morto. Non vedeva granché,
ma gli sembrava di essere all'interno di una automobile, sicuramente non
era chiaro quale fosse il sopra e il sotto, o se la terra fosse in alto
ed il cielo in basso. Subito dopo si accorse che un piccolo rivolo di
sangue scendeva dalla fronte. Le ironie ormai si accavallavano l'una
all'altra, il volto di Bobby praticamente identico a quello del
maledetto svedese del quale era alla caccia. Lentamente, come se
arrivasse da lontano, un dolore al costato si affacciò dapprima
timidamente, poi sempre più forte, fino a diventare lancinante. Bobby
decise che sì, era vivo, ma anche che da li doveva andarsene
assolutamente, il più presto possibile. I primi quattro tentativi di
muoversi fallirono miseramente. Nulla sembrava rispondere ai comandi.
Bobby riuscì a rotolarsi lentamente fuori dalla portiera rimasta aperta,
e rimase sdraiato sul prato per dieci secondi. Muovendosi poi di due
centimetri ogni venti secondi, finalmente riuscì ad alzarsi. Si trascinò
dentro la macchina, prese la sua borsa e si allontanò. Cazzo, il
cellulare. Tornò verso la macchina, che era sdraiata su un fianco, e
vide che il cellulare era sull'erba poco distante. Si stava
allontanando, quando si ricordò della foto plastificata di Totti che
aveva appoggiato sul cruscotto a protezione del suo viaggio. Tornò
indietro e la recuperò. Adesso si, poteva andare, scappare il più in
fretta possibile. Il dolore era tremendo e Bobby stava producendo uno
sforzo fisico che normalmente gli avrebbe consentito una velocità molto
diversa. In realtà si stava quasi trascinando, ma riuscì pian piano ad
allontanarsi dalla zona dell'incidente, che presto avrebbe cominciato ad
attirare l'attenzione di qualcuno. Bobby si incamminò verso il centro
abitato di Mölndal, Goteborg era alle sue spalle. Bene o male, il piano
era in fase di attuazione. OK, male. Cercò di darsi una sistemata prima
di entrare in una stazione di servizio dove comprare qualcosa da bere e
da mangiare e una cartina di Mölndal. La ragazza allo sportello rimase
di sasso, Bobby aveva dimenticato di pulire il sangue via dalla faccia.
Quando si rese conto della sua reazione, Bobby cominciò a cercare quello
che voleva, un po' d'acqua e un panino, per poter andare via senza
destare troppo la curiosità della ragazza. Le si avvicinò e cominciò a
gesticolare "Cartina... Mölndal... Mappa, cartina... You have
cartina...." la sua voce era rotta dal dolore, e si affievolì fino a
diventare un sussurro "Mappa...... cartina.......". Bobby era
praticamente piegato in due, l'aspetto classico di un sopravvissuto ad
un'alluvione. La ragazza, che in Italia sarebbe stata la /Velina/ bionda
a mani non basse ma bassissime, se solo fosse stata interessata a
passare la giornata a sculettare e la nottata sdraiata sotto a qualche
calciatore professionista, lo guardava ormai assolutamente congelata.
Bobby decise di cercarsi al cartina da solo, e la trovò in uno scaffale
poco lontano. Si avvicinò alla cassa. La ragazze prese i tre acquisti
senza spostare lo sguardo terrificato dal volto di Bobby per un attimo,
e sobbalzò al primo "beep" dello scanner. "185", disse la ragazza ormai
zombie, e Bobby guardò il numero sul display elettronico. "185 euri?"
gridò Bobby, abbassando il tono della voce tra le parole"185" e "euri"
quando si ricordò che attirare l'attenzione sarebbe stato catastrofico.
"185 euri?", sussurrò Bobby. "Li mortacci!". La ragazza lo guardò,
adesso davvero impietosita. "No euri, Kronor". "Ah, non ce l'avete
l'euro. Allora lo vedi, ciavevo ragione, la Svezia non è Unione
Europea.... Scusa, un bancomat?" La ragazza indicò a Bobby uno sportello
per i prelievi all'interno della stazione di servizio. Bobby prelevò
1000 Kronor, pagò e, proprio a dirla tutta, scappò alla velocità massima
consentita dal suo stato fisico, non prima di aver sbiascicato un timido
e imbarazzato "Certo..sei.... proprio carina.....biùtiful...", che non
aveva intaccato di un millimetro l'espressione terrorizzata della
ragazza. Uscendo dal casotto della Shell Bobby buttò un'occhiata ai
distributori di benzina, dove tre macchine stavano facendo il pieno.
Abbassò lo sguardo e si incamminò verso il bosco sulla collina. Una
delle tre macchine stava pompando benzina malgrado il serbatoio non ne
avesse assolutamente bisogno.

Era una Volvo nera.

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Stiso

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Bobby salì su per la collina, borsa in mano, brividi di freddo, dolore
atroce al fianco destro, rivolo di sangue coagulato sul volto, il fiato
grosso. Si sdraiò in un tratto di prato riparato da due grandi alberi.
Da lì sentiva il rumore dell'autostrada, ma era anche abbastanza
tranquillo che non sarebbe stato facile avvistarlo. A questo punto la
Polizia svedese probabilmente stava cercando la persona che aveva
causato l'incidente. Strano, nessun altro era coinvolto eppure chi
guidava la Micra era sparito. Bobby pensò che in caso di bisogno avrebbe
potuto liberarsi della borsa e dichiarare di aver avuto un attacco di
amnesia causato dal colpo in testa. Sembrava una storia decisamente
plausibile.

A fare un bilancio di questo inizio di missione non c'era da stare
allegrissimi. Se glielo avessero chiesto soltanto 8 ore fa, non avrebbe
certo immaginato di trovarsi ricercato, ferito gravemente e al riparo
nel mezzo di un bosco scandinavo. Il tempo non era dalla sua parte, se
Bobby voleva portare a termine la missione doveva agire, e in fretta.
Ora, però, aveva bisogno di dormire. Un paio d'ore, non di più. Bobby
era davvero distrutto, ma aspettare un po' prima di avventurarsi alla
ricerca di Frisk aveva anche il vantaggio di far diminuire notevolmente
il numero di persone in circolazione. Bobby decise di fare uno strappo
alla regola e chiuse entrambi gli occhi.

L'altra ragione per cui Bobby dormiva come Leon stava per ripresentarsi
a Bobby in tutta la sua allucinante realtà. Ogni volta che Bobby
decideva di appisolarsi, immediatamente cominciavano ad apparire, nel
retro delle sue palpebre, immagini confuse, una specie di /Blair Witch
Project/ in versione Moviola, di alcuni fra le centinaia di soprusi
arbitrali subiti dalla Roma nei decenni, in un ossessivo ripetersi di
scene da incubo, un turbinio di immagini senza ordini degne di un /trip/
psichedelico. Stavolta si trattava di uno Juve-Roma e di un Roma-Juve, e
le azioni che si ripetevano davanti ai suoi occhi sembravano essere un
fallo da dietro di Tacchinardi su Del Vecchio al limite dell'area ed un
fallo laterale invertito dall'arbitro, seguito da gol di Nedved.
Tacchinardi, già ammonito, venne graziato, ma nell'altra immagine che si
stava sovrapponendo Del Piero segna e accorcia le distanze. Il replay
mostrò che Del Vecchio era in realtà dentro l'area, quindi un rigore ed
un'espulsione vennero trasformati in un semplice calcio di punizione dal
limite, e che il fallo laterale che aveva originato il gol ddel pareggio
di Nedved era in realtà da assegnare alla Roma. Nel confuso dormiveglia
Bobby, come sempre, vide le immagini dell'azioni alternarsi a domande
che Bobby chiedeva con un grido disperato ad un Olimpico deserto. Le
domande rimbombavano nell'eco dello stadio. Che anno era – Del Vecchio
riceve il passaggio da destra e sta per calciare, l'arbitro Braschi (ma
Braschi era al Delle Alpi o all'Olimpico... ) che assegna la rimessa
alla Juve -, quale fu il risultato finale – Tacchinardi appare dal
nulla, arriva a tutta velocità e lo falcia da dietro un momento prima
del tiro -, ma soprattutto chi era 'quer fijo de 'na mignotta' – Del
Vecchio a terra, Tacchinardi che guarda l'arbitro, i nostri allibiti,
Nedved che segna.....

Bobby si svegliò sudato e di soprassalto malgrado la temperatura
certamente non mite e l'assoluto silenzio del bosco in cui si era
addormentato. I primi raggi di sole erano penetrati attraverso i rami
delle conifere tipiche della Svezia occidentale, e Bobby testò le sue
condizioni muovendo lentamente un arto alla volta, poi il tronco e la
testa. Non male, pensò. Con quella maglia indosso, Bobby pensò, mentre
cercava di rialzarsi con estrema cura, di somigliare a Francesco subito
dopo uno dei miliardi di falli agghiaccianti che aveva subito il
Capitano in carriera. Il fisico di altri campioni si era arreso a
maltrattamenti anche minori, con fratture varie e infortuni gravi. Ma
non quello di Totti, un corpo perfetto e resistente supportato da una
mente sana e pulita. Bobby si aggiustò i capelli dietro alle orecchie,
malgrado l'incipiente e quasi completa calvizie rendesse il gesto
ridicolo oltre che totalmente inutile. Ma, nella circostanza, andava
fatto. Cominciò a ridiscendere verso la valle. L'orologio segnava le 5.
Dall'altra parte della collina Bobby poteva vedere l'abitato di Mölndal,
ed in lontananza l'unico edificio che definiva questa cittadina, il
/building/ del Research and Development della casa farmaceutica Astra
Zeneca. Uscito dal bosco Bobby entrò in paese. Non c'era praticamente
nessuno, ed una fontana fornì il primo colpo di fortuna dall'inizio
della missione. Bobby si lavò il viso, e l'acqua gelida completò il
processo di risveglio iniziato dal sole. In una cabina telefonica a
dieci metri di distanza Bobby vide dei libroni appesi ad un gancio. Si
avvicinò, era proprio ciò di cui aveva bisogno. Sotto alle Pagine Gialle
(/Gula Sidorna/, ma come parlano questi, pensò Bobby...) c'erano gli
elenchi del telefono. Perfetto. Aprì la borsa e scrisse su un foglio di
carta l'indirizzo di Anders Frisk. Le cose finalmente si stavano
mettendo bene.

Sotto la pensilina di una fermata del tram che porta a Goteborg
campeggiava in bella vista una cartina di Mölndal, che Bobby utilizzò in
combinazione con quella acquistata dalla splendida quanto atterrita
biondina per localizzare casa Frisk. L'arbitro viveva poco fuori città,
praticamente a meno di un chilometro da dove si trovava Bobby. La
facilità nel reperire tutte queste informazioni insospettì Bobby,
preoccupato dall'improvviso capovolgimento di fortune. Ma non era il
caso di aspettare. Bobby sapeva che ogni minuto era prezioso. Disegnò in
fretta su un foglio una versione della cartina che era sul vetro della
fermata ed iniziò ad attraversare la strada. Normalmente non ci avrebbe
fatto caso, ma si stava avvicinando lentamente una macchina della
Polizia, a giudicare dalle luci sul tetto. Bobby era l'unico essere
umano in circolazione, difficile non vederlo. Tornò sui suoi passi e
salì sul tram che nel frattempo aveva aperto le porte proprio davanti a
lui. Bobby rimase soltanto parzialmente sorpreso quando vide che
l'autista indossava la maglia del 96-97. Di fronte all'autista, più o
meno in tutti gli angoli del piccolo settore riservato al conducente,
erano appesi gagliardetti, scudetti, immaginine, un paio che ritraevano
Martin Dahlin in una delle sue rare apparizioni nella squadra di
Carlitos Bianchi, relative alla Roma. Lo svedese riconobbe
immediatamente la maglia di quest'anno, nera di Champions League, che
Bobby aveva poco prima sostituito a quella che indossava, ormai ridotta
a brandelli e macchiata di sangue. A quel punto il conducente, in una
situazione che Bobby non trovò neanche minimamente surreale, cominciò a
cantare, dimostrando di conoscere le parole e la musica di entrambi i
cori della Curva Sud, con un effetto che risultava in un incrocio fra
gli Abba e Nils Liedholm fatto di /speed/; in questo fu subito seguito
dai tre viaggiatori, che da assonnati si trasformarono in un attimo in
curvaroli esaltati. I tre estrassero dal loro giubbotto dei cartoncini
gialli e rossi di notevoli dimensioni, dall'aspetto leggermente
consumato, che Bobby riconobbe come quelli originali usati durante i
derby del 95-96, 96-97, 97-98, 98-99, 99-2000, 2000-2001, 2001-2002 e
2002-2003, e li tennero in alto, sopra la testa, trasformando il tram in
una piccola curva. Dopo un calorosissimo abbraccio ed uno sguardo che
significava approvazione, l'autista aprì la porta e Bobby scese,
l'adrenalina ormai a mille. Nel frattempo la macchina della Polizia era
sparita. Ora in strada, oltre a Bobby, che l'aveva comunque scampata
bella, e al tram che si allontanava shakerato dai salti dei quattro
occupanti, c'era soltanto una Volvo nera.

Il muro, alto soltanto un metro circa, circondava il terreno intorno
alla villa di Anders Frisk. Sopra al muro una siepe fittissima, alta
circa un metro e mezzo, rendeva l'accesso praticamente impossibile a
meno di un utilizzo delle cesoie che avrebbe lasciato un buco facilmente
visibile da una macchina della Polizia di passaggio. Una piccola
telecamera sbucava dal mini-citofono posizionato sul pilone a destra del
grande cancello nero che separava Bobby dalla verità. Bobby estrasse dal
doppiofondo della borsa il 'survival kit', lo mise in uno zainetto più
piccolo che aveva portato con sé e gettò la borsa della Roma oltre la
siepe. Erano da poco passate le 6, e Bobby vide un furgone rosso
avvicinarsi al cancello di ingresso. Malgrado l'incomprensibile scritta
in svedese, Bobby capì che il furgone trasportava latte. Era stato il
disegno di una bottiglia di latte sul fianco ad innescare l'arguta
osservazione riguardo al suo contenuto... Il ragazzo che lo guidava
scese, suonò al citofono e risalì al posto di guida mentr eil cancello
si apriva lentamente. Bobby capì che in quel furgone c'erano tutte le
sue possibilità di penetrare nel giardino di casa Frisk. Decise in una
frazione di secondo che avrebbe potuto tenersi con le mani sulle
maniglie del portellone posteriore del furgone e posizionare i piedi
sugli stop in modo da non poter essere visto negli specchietti
retrovisori o dalla telecamera vicino al concello. Non appena il ragazzo
del latte si accomodò sul sedile di guida, Bobby, che aveva studiato
tutta la scena nascosto dietro una macchina ad una ventina di metri di
distanza, partì con uno scatto rapidissimo. Lo slancio lo portò ad
aprire le gambe per porre i piedi sopra alle luci del furgone ed al
paraurti posteriore, in una spaccata degna di una ginnasta rumena,
mentre, allo stesso tempo, si aggrappava alle maniglie. Un piccolissimo
errore di valutazione provocò lo spappolamento di entrambi i testicoli
sulla chiave che era rimasta nel portellone posteriore. O almeno questa
era la diagnosi immediata che Bobby riuscì a darsi riguardo all'entità
del danno genitale, in preda ad un dolore lancinante che aveva
risvegliato allo stesso tempo tutti gli altri dolori che nel frattempo
sembravano essersi placati. Il furgone salì a sbalzi il viale che
portava all'ingresso – e ad ogni buca Bobby sentiva un rimescolamento
dolorosissimo dei tubuli seminiferi - , e si fermò a due o tre metri dai
tre scalini che conducevano alla porta della grande villa, parcheggiando
ad un angolo di novanta gradi con l'ingresso. Bobby con un salto si
nascose dietro ad un cespuglio e guardò la scena, preoccupato della
reazione che il garzone avrebbe avuto al ritrovamento di larghi
frammenti di scroto sulla chiave del portellone. Era così che si sentiva
Bobby, che si tratteneva dall'ululare dal dolore soltanto perché anche i
polmoni sembravano non rispondere. Il ragazzo prese quattro bottiglie da
due litri ("E quanti so'.. ", pensò Bobby) e le depose davanti alla
porta di Frisk. La porta era un sottile strato poco più spesso del
compensato, eretta più allo scopo di tenere fuori le zanzare grazie allo
schermo a rete nella metà superiore, che non di proteggere l'interno.
Subito dentro, a circa un metro, c'era la porta vera e propria, che
sembrava molto più difficile da penetrare. Proprio in quel momento il
telefono suonò. CAZZO CAZZO CAZZO CAZZO CAZZO, pensò Bobby mentre
schiacciava nervosamente tutti i pulsanti possibili. Era quel rompipalle
di Ciro, di nuovo. Grazie a Dio il garzone non si accorse di nulla,
rientrò nel furgone e si allontanò. "Preso Derneri. Semo da scudetto. Da
te come va? Le ragazze, come le vedi?". Malimortaccitua, pensò Bobby, e
delle ragazze. Mentre sbolliva la rabbia e la paura causata dal
messaggio del cretino ("Del Neri? Ma la Gea.... le scommesse.... Sensi
aveva sempre detto... e la Padania....", i pensieri si accavallavano al
terrore di venire scoperto), Bobby sentì un rumore. Qualcuno aprì la
porta, allungò le mani, prese le bottiglie di latte e tornò dentro. Era
lui!!! Appena alzato, ancora in pigiama, cerotto sulla fronte, frezza
biondastra, sguardo assassino anche quando assonnato. Ci siamo.

Il ragazzo parcheggiò il furgone del latte sull'erba, poco lontano,
all'interno del parco di casa Frisk, e cominciò a ripercorrere
all'indietro e a piedi il viale alberato, per poi costeggiare le siepi,
con circospezione, in una manovra di avvicinamento alla casa
dell'arbitro dal carattere squisitamente felino. Nel seguire tutta la
scena nello specchietto aveva fatto una fatica mortale a rimanere
concentrato sulla guida evitando di sdraiarsi sui sedili, travolto dalle
risate che ormai arrivavano con la forma di incontrollabili attacchi
convulsivi.

Stiso

Sostenitore
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Lazionetter
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Registrato
Atto quinto

Bobby aspettò pazientemente il momento giusto per entrare, che arrivò
quando vide una macchina lanciarsi velocemente verso il cancello ed
avviarsi verso la città. Uscì dal cespuglio dietro al quale si era
nascosto e cominciò una manovra di aggiramento di Villa Frisk per
studiarne meglio le caratteristiche. Il retro della casa dava su un
bosco che segnava l'inizio di un'altra collina, tutto all'interno del
parco. Una grandissima porta a vetri lasciava intravedere una stanza di
grandi dimensioni, che conteneva la cucina, una sala da pranzo ed una
per intrattenere gli ospiti, tutte parte dello stesso piano aperto.
Bobby cercò di penetrare usando la foto plastificata di Totti per aprire
l'ingresso posteriore, ma la porta era chiusa con diverse mandate. Pensò
di scardinare la porta con una delle piccole bombe al plastico che aveva
portato, ma decise di aspettare ancora un po' prima di usare
l'artiglieria pesante. Fu allora che notò, poco lontano, un portellone
di legno che sembrava appoggiato in diagonale, un lato sull'erba e
l'altro sul muro della casa, ad un'altezza di circa trenta centimetri da
terra. Era il classico ingresso che portava ad uno scantinato, ed era
tenuto chiuso unicamente da un piccolo gancio di metallo che finiva in
un anello attaccato al terreno. Bobby aprì il portellone senza
difficoltà e vide una rampa di scale che andavano verso il basso, dove
il buio regnava sovrano. Bobby estrasse gli occhiali 'Night Vision'
dallo zainetto, entrò nel buco, richiuse il portellone dietro di sé e
cominciò a scendere.

Malgrado gli occhiali a infrarossi Bobby vedeva pochissimo. Ma gli
occhiali ad infrarossi non erano fatti proprio per vedere al buio? 380
Euri, pensò Bobby. E' l'ultima volta che compro occhiali ad infrarossi
al mercato all'Alberone. Non aveva portato una torcia, gli occhiali a
infrarossi garantivano che poteva fare senza. Scese una ventina di
gradini, e capì che si trovava in uno di quei seminterrati adibiti a
sala divertimenti, o comunque abitati ed abitabili. Bobby ricordava
alcuni film americani dove questi 'basements' erano un classico, con un
frigo, un bagno, un tavolo da biliardo, un impianto stereo ed una TV di
fronte ad un divano. Per qualche motivo Bobby ebbe la sensazione che
questo seminterrato non fosse molto diverso. L'unica limitatissima fonte
di luce veniva da quella che Bobby pensò fosse una porta, chiusa, in
cima ad un'altra rampa di scale. CAZZO, IL CELLULARE, pensò Bobby. Cercò
a tastoni nelle sue tasche, lo estrasse e lo spense prima che lo scemo
rovinasse definitivamente tutti i suoi piani con un altro messaggio
delirante. Sentì il rumore di una macchina che parcheggiava.

Bobby aveva due possibilità: aspettare nello scantinato, che era buio e
in quanto tale non sembrava offrire importanti fonti di informazioni su
Anders Frisk, o aprire quella porta. Salì i gradini ad uno ad uno con
estrema cautela, tolse gli occhiali Night Vision (" 'fanculo", disse fra
sé e sé) ed aprì la porta un millimetro al minuto. Bobby commise il
grave, gravissimo errore, ora che la luce entrava liberamente nello
scantinato, di non guardare dietro di sé almeno per un attimo.

Entrò. Era in casa Frisk. La casa, Bobby si rese conto immediatamente,
era splendida. I muri bianchissimi, finestre gigantesche che davano sul
bosco illuminato dalle prime luci del sole, il soffitto altissimo ed un
soppalco, che sicuramente ospitava le stanze del piano superiore,
raggiungibile tramite una splendida scala di legno. Nella casa c'erano
tre colori preponderanti: il bianco dei muri, il legno dei mobili e
degli infissi, ed il nero delle rifiniture. Una specie di IKEA per
ricchi. La luce era quasi accecante. Sui muri c'erano dei dipinti, in
gran parte arte moderna di cui Bobby non riconobbe l'origine. Bobby si
avviò verso l'interno, spinto dall'adrenalina e dal terrore, un terrore
positivo ed irresistibile. Entrò in una grandissima cucina (la stessa
che aveva visto da fuori), dove tutto era acciaio inossidabile, i grandi
fornelli erano al centro della stanza con un aspiratore che ospitava
anche i ganci dove tenere tutti gli utensili, le pentole e le padelle.
Tutto, notò Bobby, era di una pulizia esasperata, sembrava una casa
finta, come fatta di una serie di stanze tipo quelle che si mostrano a
potenziali clienti a Moa Casa, dove Bobby aveva lavorato un anno per
aiutare una zia che vendeva cucine, ma molto, molto più grandi.

"Jag har väntat på dig" sussurrò una voce che proveniva da circa dieci
centimetri dietro a Bobby, il quale dallo spavento sentì il cuore
schizzargli all'interno del cranio, aggirarsi violentemente in cerca di
qualcosa, e tornare in basso all'incirca al centro del petto a velocità
supersonica, gli atrii ed i ventricoli riassemblati in fretta in
posizioni assolutamente casuali.

"Ti stavo aspettando", aggiunse Anders Frisk in italiano perfetto, il
sorriso da star di Hollywood che collideva con uno sguardo che avrebbe
atterrito Jack lo squartatore. Bobby aveva la sensazione che le sue
palpebre si sarebbero rifiutate di sbattere per i prossimi dodici anni.
Occhi spalancati, stomaco in gola, labbra secche e nessun muscolo in
grado di muoversi. "Siediti, ti faccio un caffé". Frisk indossava un
'lupetto' a collo alto grigio scuro, Armani o giù di lì, pantaloni
perfetti, neri, scarpe nere. Bobby lo avrebbe trovato bellissimo se
fosse stato in una situazione leggermente diversa. Non credeva ai suoi
occhi, ma ancor di più faceva fatica a comprendere i motivi che lo
spingevano a rimanere lì, a non fare nulla se non seguire le indicazioni
dell'arbitro svedese. Bobby si accomodò su un fantastico divano in
pelle, quando sentì un rumore provenire da dietro un muro. Come se fosse
uscito da uno stato ipnotico, Bobby si voltò improvvisamente verso la
zona da cui proveniva il rumore. Una porta, che Bobby non poteva vedere
perché era dietro ad un angolo, si aprì ed un uomo, ovviamente
svegliatosi da pochissimo, con indosso una giacca da camera di seta
leopardata, cortissima, così corta da togliere ogni dubbio sulla
possibilità che indossasse qualche altro capo di abbigliamento, entrò
stiracchiandosi, strofinandosi gli occhi per abituarli alla luce, poi
grattandosi i capelli arruffati. Bobby conosceva quest'uomo.

"Vedo che l'ospite è finalmente arrivato" disse l'uomo seminudo, mentre
si avviava verso uno dei tre lati della cucina, quello centrale, più
lungo, per versarsi un po' del caffé che nel frattempo stava uscendo
dalla Bialetti di Frisk.

Racalbuto.

Bobby non poteva crederci.

Racalbuto. Che cazzo ci fa Racalbuto a casa di Frisk. Bobby pensava di
impazzire. Non ricordava di aver assunto sostanze stupefacenti nelle
ultime 48 ore, e decise che c'era la possibilità che il colpo ricevuto
durante l'incidente stradale fosse responsabile delle allucinazioni che
stava avendo. Bobby non aveva finito di elaborare queste teorie
sull'impossibiltà di quanto stava accadendo quando un terzo uomo uscì
dalla stessa porta dalla quale era uscito un minuto prima Racalbuto.
Racalbuto, ma dai, Bobby, stai impazzendo, scappa da qua prima che sia
troppo tardi. Bobby ormai sentiva le voci, ma era paralizzato sul divano
di pelle nera. Il terzo uomo indossava un paio di boxer e nient'altro,
ed anche la sua, di faccia, non era sconosciuta. Ivanov. Come no,
Ivanov. Ivanov. Che cazzo ci fa Ivanov a casa Frisk. Bobby non muoveva
un muscolo, gli occhi ancora irrimediabilmente spalancati al punto da
far male, un dolore che non sentiva assolutamente. L'arbitro russo
ripercorse i passi di Racalbuto ed iniziò a prepararsi la colazione. "
'ngiorno", disse con assoluta /nonchalance/ rivolgendosi a Bobby con uno
sguardo di passaggio, come se Bobby avesse vissuto in quella casa per
almeno un paio di anni. Un incubo. Certo, Bobby aveva sognato tutta la
storia. I suoi incubi, evidentemente, erano saliti di livello. Dalle
azioni delle partite si era passati a scene di tipo diverso, ma il tema
non era cambiato moltissimo. Tutto, però, indicava che invece si
trattava di una atroce realtà. Bobby non ce la faceva più, doveva agire.
Pensò alla pasticca di cianuro. Poi pensò al coltello a serramanico ed
alle bombe carta. Non sarebbe stato facile, ma decise di attaccare i
tre, che erano di spalle, totalmente occupati a preparare le rispettive
colazioni ed il caffé per Bobby. Bobby infilò lentamente la mano nel suo
zainetto, sentì il coltello e le bombe carta. Li impugnò e si alzò
pronto a sferrare l'attacco. Non appena fu impiedi, sentì un colpo
tremendo alla nuca, cadde a terra e subito dopo non ci fu altro che il
buio. Il buio più assoluto.

Quando Bobby si risvegliò, la situazione era decisamente cambiata. Il
dolore alla nuca era tremendo, la vista decisamente imperfetta. Bobby
vedeva doppio e molto, molto sfuocato. Passarono alcuni minuti prima che
Bobby si rendesse conto che adesso era legato mani e piedi ad una sedia
e imbavagliato in modo da rendere difficile la respirazione. Bobby si
rese subito conto di essere stato torturato. Era nudo, e perdeva sangue
da decine di piccoli tagli superficiali orizzontali che partivano dalle
spalle, attraverso tutto il petto, e finivano all'altezza del bacino. Lo
scroto, già provato da esperienze sgradevoli, era stato perforato da
aghi spessi e lunghi, simili a quelli usati per l'agopuntura, o a quelli
che Bobby aveva visto usati in TV da uno di quei paragnosti per
impressionare il pubblico presente. Ma questo non fu lo shock più
grande. Bobby si rese conto di trovarsi di nuovo nello scantinato, ma
stavolta la luce era accesa. In realtà il seminterrato non era altro che
un appartamento nella casa, senza finestre se non per una minutissima
apertura vicino al soffitto, ma anche questo ben arredato e fornito di
tutte le amenità. Bobby scoprì tutti questi dettagli soltanto molto più
tardi, quando si riprese dallo sgomento in cui cadde quando si accorse
delle decorazioni presenti sulle pareti. Tutti i muri dell'appartamento,
senza esclusione, avevano al posto della carta da parati gigantografie
che mostravano fasi di gioco di partite di calcio. Non c'era un muro che
non fosse coperto da ingrandimenti addirittura superiori alla grandezza
naturale di calciatori in azione. Tutte le azioni mostravano fasi di
gioco di partite della Roma, e lentamente Bobby comprese quale fosse il
tema comune. La più grande di tutte le gigantografie, sul muro proprio
di fronte a lui, mostrava in bianco e nero Turone nel momento del
famigerato colpo di testa di Torino. 10 Maggio 1981, pensò Bobby.
Tutt'intorno, foto di altre azioni controverse, tutte quelle che Bobby
ricordava come decisioni arbitrali scandalose che avevano segnato la
storia della Roma da quando Bobby era in fasce. Era impossibile per
Bobby, stravolto com'era dal fatto di essersi risvegliato in un incubo
ancora più allucinante di quello che aveva lasciato al piano superiore,
ricordare bene tutti gli episodi. Tutti i muri erano un /collage/
irreale delle decisioni più aberranti della storia del calcio, tutte
prese contro la Roma. C'erano gol annullati in trasferte di Coppa, falli
laterali invertiti, rigori negati o irragionevolmente assegnati
all'avversario. Alla sua destra, sopra ad un piccolo comò, c'era il
rigore non dato da Messina per fallo di Deschamps su Gautieri; una foto
gigante di Zidane che colpisce con un pugno, impunito, Petruzzi durante
la stessa partita ricopriva completamente la porta del bagno. Un'altra
foto gigante, sul muro alla sua sinistra, mostrava Shevchenko in
barriera nell'atto di 'parare' una punizione a San Siro (ancora di
maggio, quando conta, Bobby non poté fare a meno di pensare...). In
un'altra gigantografia, questa su una parete che rientrava e finiva a
fianco del grande frigorifero, un fallo di fondo veniva trasformato in
corner da Racalbuto in un Roma-Inter terrificante. Un'altra immensa foto
di Van der Ende che espelle Wome, vicino ad una, anch'essa gigantesca,
in cui annulla un gol regolare a Del Vecchio in un Roma-Ateltico Madrid
di Coppa Uefa tappezzavano il soffitto. E c'erano anche le azioni che
avevano visitato gli incubi di Bobby la notte precedente, con Del
Vecchio a terra e Nedved che esulta dopo il fallo laterale invertito...
E via via, foto grandi, foto più piccole, non c'era un centimetro di
muro che non fosse dedicato ad un episodio chiaramente contrario ai
colori della Roma. Ma la cosa che mandò un brivido lungo e gelido giù
per la schiena di Bobby era che finalmente si trovava di fronte alla
prova. Bobby, la testa che si muoveva per dirigere lo sguardo,
lentamente, da una foto all'altra, era all'interno della Cappella
Sistina del Complotto. Era tutto calcolato. Tutto veniva deciso in
anticipo, e la casa di Frisk non era altro che un archivio, un album di
famiglia degli orrori perpetrati dalle giacchette nere. Il complotto che
da anni tutta Roma paventava, predicando nel deserto, era lì, davanti ai
suoi occhi, in tutto il suo squallore. Per motivi a lui sconosciuti, una
congrega di arbitri italiani ed internazionali aveva messo in atto un
piano che durava almeno da trent'anni che aveva come scopo unico
impedire alla Roma di raggiungere i successi che le competevano. Di
stabilirsi una volta per tutte come l'unica potenza calcistica mondiale,
il vero Real Madrid. Il Real Roma. Caput Mundi.

Sul tavolo di fronte a lui Bobby notò strisce di cocaina, siringhe,
cucchiaini ed altri attrezzi vari che non faticò a schedare come
finalizzati all'induzione di stati psicologici terribilmente alterati.
C'era stato decisamente un droga party, al quale probabilmente Bobby
aveva partecipato senza rendersene conto. Questi pensieri furono
improvvisamente distratti da suoni indistinguibili, simili a gemiti, che
provenivano da una stanza poco lontano. C'era una porta semi-aperta e
Bobby era sicuro che nella stanza ci fosse qualcuno, ma non riusciva a
vedere bene cosa stesse accadendo all'interno. La sedia su cui era
seduto, incredibilmente, era una di quelle sedie da ufficio con le
rotelle, e Bobby riuscì a spingersi in direzione della stanza. Ciò che
Bobby riuscì a intravedere, sia pur nel modo sfocato ed in perenne
movimento al quale si stava abituando, bastò per suscitare in lui una
eruzione vulcanica di rabbia, disgusto, terrore, pronta a sfociare in
una pura, completa e irreversibile perdita della ragione. Davanti ai
suoi occhi si stava consumando la più indescrivibile delle orgie
omosessuali mai immaginate, un miscuglio di atti omoerotici da far
sembrare Sodoma e Gomorra, in confronto, Assisi e Pietralcina. Ivanov e
Frisk erano avviluppati mentre il russo spruzzava spray abbronzante
sullo svedese, che in cambio gli cotonava i capelli. Pairetto e Bergamo,
anch'essi nudi, si toccavano a vicenda mentre leccavano quella che Bobby
sperava fosse panna montata dalla testa pelata di Collina, anche lui
nudo, mentre questi a sua volta leccava da dietro parti di Racalbuto che
erano parzialmente fuori dal campo visivo di Bobby, che per questo si
sentì di dover ringraziare il cielo. Nudo, seduto in un angolo, il
Presidente dell'UEFA Johansson si masturbava a dispetto di un'erezione a
dir poco problematica. Bobby non aveva più una goccia di sudore. Nessuno
gli avrebbe creduto, ma la cosa peggiore era che Bobby era sicuro che
non avrebbe vissuto abbastanza a lungo da poter raccontare ciò che aveva
visto. Certe cose al resto del mondo non arrivano. Bobby iniziò a
pensare a come prendere la notizia che la morte aveva finalmente
estratto il suo nome dal bussolotto.

Mentre Bobby veniva torturato, il garzone del latte cercava di decidere
a che punto sarebbe stato opportuno intervenire. Bobby meritava un po'
di sofferenza, non c'era dubbio, e la sua vita, al momento, non era in
pericolo. Quando poi il gruppo di pervertiti decise di iniettare
un'altra dose di morfina, il garzone capì che Bobby avrebbe perso
completamente i sensi e che il gruppo di sequestratori lo avrebbe
lasciato in pace per un po'. Non si tortura uno che dorme, si perde
tutto il gusto. Il garzone non reagì con eccessivo entusiasmo quando
vide quale fosse il passo successivo nel programma perverso dei
convenuti. Il porno etero lo infastidiva abbastanza di per sé, ed
assistere /live/ ad esibizioni sado-maso omosessuali non era certo in
cima alla sua lista dei modi preferiti per passare una serata, men che
meno una mattinata. Abbandonò per un momento la postazione e tornò al
suo furgone del latte, dove aveva lasciato tutto quello di cui avrebbe
avuto bisogno. Fece una bella passeggiata, respirò l'aria meravigliosa e
pura della Svezia occidentale. Tornò con passo risoluto ma non certo
veloce verso la casa, e trovò che la scena era più o meno la stessa che
aveva lasciato, eccezion fatta per Bobby, che ora aveva visto tutto. OK,
adesso possiamo agire. Il garzone estrasse il piccolo potentissimo tubo
di cloroformio, tolse il tappo e lo fece rotolare giù per la scala dal
portellone fuori in giardino. Guardò l'orologio, sapendo che entro
centottanta secondi tutti, nessuno escluso, sarebbero caduti in un sonno
profondissimo.

::: x :::

Il Dr. Erik Svensson, di turno quella mattina, capì subito che le
condizioni dello straniero che era stato abbandonato nudo davanti al
Pronto Soccorso dell'Ospedale di Goteborg (da una Volvo nera che si era
allontanata ad alta velocità, secondo un'infermiera), non erano tali da
destare eccessive preoccupazioni. Varie ferite, diverse fratture,
ipotermia e stato confusionale, la prognosi sarebbe stata di circa un
mese. Due cose, però non tornavano. La prima: le ferite avevano un
aspetto quanto meno singolare, e decisamente non erano spiegabili con
l'incidente stradale. Tagli paralleli, strani fori sulla parte inferiore
dello scroto, che era coperto da vistosi ematomi, bruciature di
sigaretta. La Polizia, convocata dal Dr. Svensson, non fu di molto
aiuto. L'italiano diceva di non ricordare niente e di non sapere cosa
fosse accaduto nelle 8 ore che separavano l'incidente dal ritrovamento
del corpo. Decisero che era stato colpito da trauma amnesico e che non
avrebbero mai saputo davvero chi lo avesse sottoposto a quelle
indicibili torture.

Bobby sapeva che non avrebbe raccontato a nessuno ciò che aveva visto,
per un milione di motivi. Chi avrebbe creduto alla sua storia, quando
lui stesso si trovava a dubitare seriamente del fatto che fosse
realmente accaduta? Tutti lo avrebbero deriso, il solito romanista
complottista, in più allucinato e forse drogato, pazzo al punto da
andare in Svezia ed entrare illegalmente in casa Frisk, delinquente,
feccia della società, pseudotifoso. Questa è la gente che rovina il
calcio. Ah, se solo sapessero, pensò Bobby... Oltretutto questa cosa di
dover ammettere un reato lo spaventava, e anche se andare in galera dopo
essere stati sicuri di morire rappresentava sicuramente un progresso,
lui era davvero sollevato all'idea di tornarsene a Roma il più presto
possibile, libero. Cambiato per sempre, ma libero.

Stiso

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:::: - ::::

Dalla sua finestra vide Bobby tornare a casa tutto fasciature, lividi e
ferite in via di rimarginazione. Era già abbastanza allegro di suo, ma
questo contribuì a migliorarne sensibilmente l'umore. La missione era
compiuta. Aveva ancora le bollette in mano. Mettendo insieme il costo
dell'aereo, dell'affitto del furgone e della Volvo, sicuramente ne era
valsa la pena. Il laziale del terzo piano poteva tornare alla sua vita
di tutti i giorni.

:::: - ::::

La seconda cosa che il Dr. Erik Svensson non riusciva a spiegarsi era la
frase scritta con pennarello blu, a grandissime lettere, sulla schiena
dello straniero ferito: "Vi vill ha er levande".

Tarallo

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 :oops:

(Disclaimer: erano tanti anni fa, il contesto era diverso.. c'era Bobby che poi divento' Khalutz... e ricordo che lo pubblicai un capitolo ogni paio di settimane, per creare la suspans... vabbe'... piuttosto se qualcuno ce l'ha Il Codice Cicatrice me lo mandi, che chissa' su quale computer fracico e' morto...)

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St£fano

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Io salvai "Il Codice Cicatrice", col permesso di Tarallo potrei postarlo qui..

Magnopèl

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La domanda è : non c'avevi niente da fare eh Tara' ? :DD

Sono curioso , postate questo 'codice cicatrice'. :))

italicbold

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Il Teorema di Lequi forse Cuchillo ce l'ha da qualche parte.
Io no.

Cialtron_Heston

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Ho letto ora il primo atto  :D
In giornata terminerò il resto.
Bel topic!!! :ssl

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gesulio

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ho riesumato il Manuale del Calcio, tra un po' lo metto on line...

Stiso

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Citazione di: St£fano il 18 Nov 2012, 22:43
Io salvai "Il Codice Cicatrice", col permesso di Tarallo potrei postarlo qui..

Penso ne sarebbe felice, come d'altro canto noi tutti :-)

porgascogne

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senza "le notti bianche" di silverado, la vita di tutti noi sarebbe stata più triste

Magnopèl

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Di Silverado ricordo un post sulle telecronache di Guido De Angelis che se ci penso ancora mi scompiscio. Lo dovrei aver salvato da qualche parte.

Stiso

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Silverado scrisse un post su un topic aperto da Pag (parlava di piccioni uccisi. Il post, non il topic) così delirante che se ci ripenso ancora scoppio a ridere da solo.... Purtroppo non ebbi la prontezza di salvarlo e si perse nell'oblio dei cambi di server....

St£fano

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Il "Codice Cicatrice"
©Tarallo

Il rito domenicale non era cambiato più dai tempi dello scudo di Liedholm, primo anno in cui Bobby aveva iniziato ad andare allo stadio senza la nonna.  Incontro alle otto e mezza di mattina con 'er cicatrice' all'angolo Tuscolana/Furio Camillo.  Da lì spostamento rapido a piedi fino a casa di nonna, a Giulio Agricola, dove li aspettavano due panini con la frittata ancora fumanti.  Nonna aveva smesso di andare in Curva Sud a causa dell'artrite, ma per sentirsi presente aveva mantenuto la tradizione del panino. Bobby, dal canto suo, aveva accolto questo addio con malcelata soddisfazione. Nonna Elina era sì l'anima del tifo del settore che occupavano insieme da quando Bobby aveva quattro anni, ma le sue esternazioni contro l'arbitro o gli avversari, per quanto ritenute folkloristiche dai più, causavano in Bobby un indicibile imbarazzo. Nonna Elina decise, dopo il suo abbandono del sostegno attivo "ala maggica", che la consuetudine avrebbe dovuto essere mantenuta.  Malgrado fosse ormai vicina al secolo, Nonna Elina era sveglia e pimpante come un tempo.  I panini erano semplicemente splendidi, ogni domenica si superavano.  Dopo l'usuale "Rompeteje er culo" di nonna, accompagnato ogni volta da una sberla terrificante sul collo di Bobby non appena questo si voltasse per lasciare l'appartamento, i due si sarebbero poi diretti verso la metro e non avrebbero più scambiato una parola fino all'ingresso in Sud.  Un'occhiata agli spalti, poi uno sguardo l'uno all'altro per confermare le sensazioni derivanti in ciascuno dei due dall'analisi rapida del pubblico presente, analisi che consentiva loro, ore prima dell'inizio del match, di sapere come sarebbe andata.  Un cenno della testa, o uno scuotimento del capo, chiudevano il rito prima della lunga attesa (anche questa in religioso silenzio interrotto soltanto da brevissime frasi smozzicate o cenni con l'indice a mostrare un nuovo striscione) del fischio d'inizio.

Bobby voltò l'angolo puntuale come sempre.  L'aria era gelida, in giro pochissime persone, un paio di anziani si dirigevano verso la Chiesa per la messa delle nove. Bobby si scaldò le mani col fiato e, sbattendo i piedi per mantenere attiva la circolazione, si guardò un po' intorno.
Otto e trentacinque.  Der cicatrice nessuna traccia.  Tutto nella norma.  Er cicatrice aveva la capacità soprannaturale di arrivare esattamente dieci minuti dopo Bobby.  Se Bobby arrivava dieci minuti in anticipo, alle otto e venti, er cicatrice si presentava in perfetto orario.  Se Bobby arrivava in ritardo, stessa storia.  Esattamente dieci minuti dopo il viso tirato (e segnato, come da soprannome) der cicatrice appariva dal nulla.  Bobby si era spesso chiesto se er cicatrice non lo osservasse da lontano e non aspettasse i dieci minuti come parte di un piano per farlo impazzire completamente.
Otto e quaranta.  Ci siamo.  Ora salterà fuori, la solita sciarpa, la solita sigaretta, la solita espressione del viso che tradiva un senso di indescrivibile responsabilità, come se 'er cicatrice' si trovasse in procinto di promulgare una legge o emettere una sentenza che avrebbe cambiato il mondo.

Otto e quarantacinque.  Il suono del telefono che annunciava l'arrivo un SMS lo spaventò.  Quel suono, dopo il suo terrificante viaggio in Svezia alla ricerca di Anders Frisk, aveva il potere di accelerare la sua frequenza cardiaca più di una foto della Ferilli in mutande.  Lo [...] ha fatto tardi, pensò.  Non senza fatica, Bobby estrasse il telefono dall'ultima tasca in cui aveva tentato di trovarlo.  Numero sconosciuto.  Ma che ha cambiato telefono, er [...]?  Leggere messaggio.  Si.  "Ciccio, ottimo il cappelletto di lana giallorosso col pon-pon, fa molto CUCS.  Lo ha fatto nonna?  Cerca nel cestino dell'immondizia che sta sul palo della luce.  C'è posta per te :-)'".
Il respiro di Bobby si fermò, sembrava non ripartire più. Ciccio.  L'ultima volta che qualcuno lo aveva chiamato col suo soprannome di ragazzino, Bobby aveva undici anni.  Grazie alla dieta e forse agli ormoni dell'adolescenza, aveva perso tutto l'eccesso di peso a quell'età.  Poi lasciate le medie ed iniziato il lavoro da meccanico, nuova gente, nuovo peso, niente più soprannome.  Chi cazzo era?  Bobby si guardò intorno, ovviamente qualcuno lo stava osservando.  Poche persone camminavano sulla Tuscolana, mille palazzi, un milione di finestre.  Poteva essere ovunque.  Non restava che cercare il messaggio.
Bobby si guardò intorno e localizzò immediatamente il cestino di metallo attaccato ad un'altezza di circa un metro ad un palo della luce.  Il cuore in gola, fece di corsa i pochi metri che lo separavano da una spiegazione a questo mistero.  Frugò con rabbia, non c'era quasi niente, vide subito una busta.  La aprì.  Dentro c'era un foglio, e su questo una frase scritta e stampata con l'aiuto di un computer, un font non del tutto inusuale.


"Ciccio", vi farete il Derby
con il vivaio del Terracina.
La Fede sia con te.


Il viso di Bobby rapidamente diventò del colore di un foglio di carta su cui fossero state riportate date, luoghi e circostanze di tutti i trofei internazionali vinti dalla A.S. Roma.

Bianco come la morte.

Bobby, seduto su una panchina, trascorse i successivi quarantacinque minuti fissando il foglio con su scritto l'incomprensibile messaggio. Nonna Elina aveva telefonato, quasi svegliandolo da una trance profonda, chiedendo nel suo classico stile genuino 'indove cazzo' erano finiti lui e er cicatrice. Bobby smozzicò qualche parola di scuse e disse che er cicatrice sarebbe arrivato tardi e per oggi i panini non li avrebbero portati allo stadio. La reazione della nonna fu violenta, motivata esclusivamente dal timore dell'effetto che la rottura della tradizione avrebbe avuto sulla partita di oggi, una reazione irrazionale che non teneva conto delle migliaia di sconfitte subite dalla Roma in partite giocate sotto i migliori auspici scaramantici, panino incluso. Poi Bobby era ricaduto in uno stato catatonico, foglio in mano, uno dei momenti più confusi della sua pur non sempre chiarissima esistenza.
Ma dov'era er cicatrice? Chi c'era dietro questo messaggio? E qual'era il suo significato?
Bobby cercò di riacquistare un minimo di concentrazione. Il messaggio era tutto quello che aveva, ma più lo leggeva e meno lo capiva.
....Il Derby col vivaio del Terracina. Perché Terracina? Bobby andava al mare ai cancelli di Ostia, a Terracina c'era stato si e no un paio di volte. E poi perché il vivaio? Come si fa a giocare una partita contro un 'vivaio'? Forse con una rappresentante delle giovanili, ma non con tutto il vivaio. Ma anche se la Roma finisse in disgrazia, perché non potrebbe giocare il Derby contro la prima squadra del Terracina? La confusione si stava trasformando in panico.
La Fede sia con te. Questa era la frase che più lo sconvolgeva. E Bobby sapeva il perché. Al ritorno dal viaggio in Svezia alla ricerca di Frisk, davanti ad una birra in un pub, er cicatrice aveva raccontato a Bobby di un arbitraggio di Pieri scandalosamente a favore 'dela maggica' in un Bologna-Roma di qualche giorno prima. Bobby lo aveva guardato con stupore mentre er cicatrice confessava che la sua Fede stava traballando. "Ce lo so, Bobbì, che la Roma nun se discute, se ama. E' per questo che nun ce dormo la notte. Me rivengheno in mente certe cose... e me sale er dubbio che poi noi nun semo così diverzi dala Juve... L'arbitraggio de Pieri, Bobbì, l'avresti dovuto vede'.. Allora ho ripensato a tutto... Le regole cambiate in corsa pe' fa' gioca' Nakata.... Le fidejussioni.. I passaporti.. Ma non è che saremo come loro?" Bobby si era immediatamente guardato intorno per assicurarsi che nessuno avesse ascoltato le esternazioni der cicatrice. Il rischio era tremendo. Tutta la struttura dell'essere romanista ruotava intorno alla premessa che non c'era spazio per il dubbio, nessun cedimento a tentazioni di autocritica o autoironia, nessuno sgonfiamento volontario o involontario della smisurata identità romanista. La Roma nun se discute, se ama. Il significato andava oltre l'amore per i colori. Il sospetto che la Roma potesse essere favorita, che non fosse al centro dell'invidia del resto d'Italia e del mondo, che non ci fosse un palese ed instancabile progetto globale di distruggerla doveva essere soppresso prima che i suoi segnali cominciassero ad apparire nella coscienza di un romanista. Se solo Bobby avesse potuto raccontare ar cicatrice cosa aveva visto in casa Frisk, questi dubbi sarebbero stati fugati in un attimo. La Fede der cicatrice aveva traballato. Forse era questo il senso del messaggio. Forse qualcuno aveva ascoltato er cicatrice in quel pub, quella sera, e adesso er cicatrice si trovava nei guai. La Fede di Bobby era inossidabile, ma lo era anche la sua amicizia cor cicatrice. Con tutta probabilità er cicatrice era in pericolo, e andava salvato.

"Ciccio", vi farete il Derby
con il vivaio del Terracina.
La Fede sia con te.

Il messaggio non aveva senso, inutile stare li' a cercare di interpretarlo. La assoluta assenza di un significato suggerì a Bobby la possibilità che il senso andasse cercato non nel testo, ma all'interno del testo. Questo era chiaramente un messaggio in codice. Forse uno di quegli ologrammi, ettogrammi, anagrammi, 'come cazzo se chiameno', che Nonna Elina risolveva sulla Settimana Enigmistica quando era più giovane, in attesa del fischio d'inizio.

Era giunto il momento di contattare Cartesio.

Il laziale del terzo piano dalla sua finestra vide Bobby rientrare nel palazzo di Viale Furio Camillo intorno alle dieci e quarantacinque.  Il meccanismo era stato innescato, probabilmente in modo irreversibile, ma ora tutto dipendeva dalle capacità di Bobby.  Il laziale del terzo piano sapeva di aver corso un rischio, ma non c'era alternativa.  Se Bobby fosse riuscito a mostrare risorse inusuali per un romanista, er cicatrice avrebbe ancora avuto una possibilità.  Ora si poteva soltanto aspettare.  C'era la possibilità concreta che Bobby salvasse er cicatrice, o quantomeno lo trovasse.  Poi non avrebbe ricordato più nulla.

Il computer gli era stato regalato da Ciro, che poi aveva provveduto con un corso accelerato di mezza giornata a fornire Bobby di tutte le conoscenze necessarie per navigare il web.  Un amico a volte eccessivamente zelante, Ciro, un problema che Bobby sapeva avrebbe dovuto affrontare prima o poi. Ma, per ora, doveva essere rimandato.  Salvaschermo con Totti, homepage su un Forum di romanisti, background con foto del gol di Turone, l'uso del computer era rigorosamente monotematico. Recentemente, però, Bobby aveva iniziato a visitare un sito web di laziali.  Bobby non era riuscito a spiegarsi quale deviazione mentale lo attraesse verso quel luogo, ma la lettura degli interventi dei partecipanti lo lasciava in molte circostanze in uno stato di completo shock..  La reazione, ogni volta, era un misto fra ammirazione ed incredulità, con la mente che saltava dalle righe del Forum laziale, popolate da professori di matematica, giornalisti professionisti, avvocati penalisti, scienziati e giudici togati, ad una immagine della Curva Sud e dei Forum che Bobby frequentava assiduamente.  Lo stupore svaniva poi sistematicamente in una grassa risata, quando la consapevolezza del fatto che si trattava di uno scherzo prendeva il sopravvento sul sormontare di un incontrollabile senso di inferiorità ed invidia.  I tifosi sono altra cosa, Bobby usava ripetersi per rassicurarsi.  La frequentazione era sporadica, poche le volte in cui partecipava attivamente alle discussioni, molte delle quali risultavano per lo più incomprensibili, ma aveva imparato a conoscere abbastanza bene la maggior parte dei laziali che scrivevano sul Forum di LazioNet.  Fra c'era questi un professore di Matematica (ah ah, si, e io so' deputato ar parlamento, pensava Bobby dopo il classico minuto o due di panico).  Cartesio (questo il suo 'nome' da Lazionetter - termine col quale un po' penosamente, pensò Bobby, si autodefinivano gli iscritti al Forum) aveva mostrato in passato un particolare talento per i giochi di parole e gli enigmi in generale, cose con cui Bobby non aveva grande dimestichezza.  Con Bobby i Netters si erano sempre mostrati sufficientemente ospitali, malgrado gli occasionali vaffa, volendo neanche troppo imprevedibili.  Bobby decise di spedire a Cartesio un messaggio privato, spiegando la gravità della situazione e allegando il contenuto del misterioso foglio trovato nel cestino dell'immondizia.  Entrò a casa (da due anni viveva da solo, in un appartamento in affitto di proprietà di uno zio che viveva fuori Roma), accese il computer e si mise al lavoro.  Raccontò brevemente l'accaduto, cliccò su invia mp e cominciò ad aspettare. E a sperare.  Col passare delle ore, Bobby era sempre più convinto che er cicatrice si trovasse in una situazione di immediato pericolo.

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Cartesio lesse il messaggio un paio d'ore più tardi, poco prima di porsi come al solito davanti allo schermo TV per vedere la partita della Lazio su SKY.  L'istinto di enigmista prevalse sulla coscienza di buon cittadino, e si mise subito al lavoro con un ghigno di soddisfazione ed anticipazione per la gioia che gli suscitava il risolvere enigmi di questo tipo, salvo poi rendersi conto che se davvero er cicatrice era in pericolo, come Bobby sembrava ritenere, la cosa era seria e forse non andava presa semplicemente come un gioco.

"Ciccio", vi farete il Derby
con il vivaio del Terracina.
La Fede sia con te.

La frase certo non aveva alcun senso, ma di una cosa Cartesio fu subito certo: il nome der cicatrice era li' in mezzo, bastava iniziare a cancellare le lettere. Er cicatrice.

"cio", vi fe il Drby
con il vivaio del Terana.
La Fede sia con te.

Rimanevano tantissime lettere ancora da utilizzare, rendendo il numero di possibili soluzioni decisamente alto in mancanza di ulteriori indizi. Se il messaggio era un aiuto a Bobby nella missione di rintracciare er cicatrice, probabilmente variazioni sul tema del verbo "trovare" erano presenti nell'anagramma.  Cartesio si fece un caffè e iniziò a testa bassa a cercare una soluzione totale.

Bobby non riusciva a riposare. La preoccupazione per l'amico scomparso lo riempiva di angoscia.  Nel pomeriggio telefonò ai genitori der cicatrice per dirgli che Sandro (così, inspiegabilmente, lo chiamavano i genitori) era andato a comprare un po' di pizza e si sarebbe fermato a stare a casa di Bobby.  E poi? Il buio più assoluto.  Bobby era ancora completamente all'oscuro del perché qualcuno potesse volere male ar cicatrice, al punto da farlo sparire in circostanze così misteriose.  Dopo un po' si decise a ricontrollare la posta elettronica, le sue flebili speranze legate ad un miracolo di Cartesio.  Il messaggio era li' ad attenderlo.  Bobby clicco' su Leggi messaggio.
"Ciao Bobby, credo di avere buone notizie.  Troveremo er cicatrice, non ti preoccupare.  Ma per ora dimmi tutto quello che ti viene in mente davanti alla frase "bivio di Centocelle". Un saluto ed un sincero romammerda."
Bobby guardò lo schermo senza muoversi.
Centocelle.
Vecchi ricordi.

Bobby cliccò su Rispondi ed iniziò a scrivere di getto.
Il "bivio di Centocelle".
Bobby non poteva certo dire di ricordarsi di un vero e proprio bivio. C'era una biforcazione, là dove via Tor de' Schiavi si divide a formare Viale della Primavera, anche se Bobby non pensava che quell'incrocio potesse essere definito un bivio. Ma bisognava cominciare a raccontare la propria storia, dare indizi a Cartesio, aiutarlo nella soluzione del rebus. Un ritardo anche minimo avrebbe potuto essere fatale ar cicatrice, pensò Bobby.
A Centocelle c'era cresciuto. La casa dei genitori a Via dei Platani. I compagni di gioco giù ai giardini di Piazza dei Gerani, davanti alla chiesa. Il suo primo lavoro a quattordici anni da apprendista meccanico nell'officina der patata, a Viale della Primavera, poco dopo il bivio, a pensarci bene.... Ore e ore ad osservare, a sporcarsi le mani di grasso, ad imparare i segreti di marmitte e carburatori. Poi un salto dar Cico, la bisca distante qualche metro. . Una partita a stecca, du' piotte ai marzianetti e a casa per la cena. Er Cico, un vero personaggio. Di quello che diceva si capiva poco, era sempre incazzato come una biscia e se facevi qualcosa che non andava ti prendeva a steccate in testa, ti cacciava e ti minacciava di morte in caso ti fossi ripresentato. Ovviamente il giorno dopo si tornava là, e er Cico aveva dimenticato tutto. Qualche anno dopo Bobby aveva cominciato a farsi vedere alle riunioni di tifosi della Roma che si verificavano nei locali sopra alla bisca. La Sala "A" era riservata ar Cico ed alle sue attività ludiche più o meno legali. Bobby ricorda partite a stecca fra tipi a dir poco loschi con rotoli di banconote che saltavano da un tavolo all'altro. In alcuni casi i piccoli, come Bobby venivano allontanati, suscitando in loro una invidia incontrollabile ed una bruciante curiosità. Le altre sale, al piano di sopra, venivano utilizzate per queste riunioni, alle quali partecipavano una manciata di tifosi della Curva Sud. Per quanto Bobby potesse ricordare la Sala "B" era usata da due o tre tifosi che dicevano di appartenere ai Boys, la Sala "C" ai C.U.C.S. e così via. I convenuti trascorrevano i primi dieci minuti di ciascuna riunione discutendo di potenziali nuovi cori o striscioni, e quando si rendevano conto che non si sarebbe concluso nulla e che l'interesse dei partecipanti era pari alla loro creatività, si trasferivano nella Sala "A" per una overdose di giochi elettronici. Improvvisamente, qualche anno dopo, un fantomatico Coordinamento Roma Club (Bobby ricordava la sigla C.R.C. apposta sulla targa fuori alla porta) prese possesso delle sale e l'accesso alle sale da quel giorno fu bloccato. Bobby non aveva idea di cosa accadesse ora in quelle stanze.
Cosa altro dire a Cartesio della sua Centocelle? Un lavoro all'ACEA tramite raccomandazione, le litigate coi genitori, il rapporto ininterrotto con la Sud, poi, all'età di 32 anni, il trasferimento nell'appartamento di Furio Camillo quando l'atmosfera a casa era divenuta davvero intollerabile.
Bobby cliccò su Invio, pensando che avrebbe spedito successivamente qualunque altra informazione gli fosse venuta in mente.

Cartesio era di fronte al suo computer. Lesse con attenzione il messaggio. Poi rilesse il rebus, o quello che era rimasto dopo aver tolto le lettere che componevano la frase che secondo lui indicava il luogo dove era tenuto prigioniero er cicatrice: "Troverai er cicatrice vicino al bivio di Centocelle."

"", fa Dey
n
La Fed sia.

Cartesio impiegò meno di un minuto a decifrare il resto. Cliccò su Rispondi.
"Grazie al tuo racconto so dov'è er cicatrice. Và immediatamente a Centocelle. Mandami il tuo numero di cellulare e ti darò ulteriori istruzioni. Cartesio.
P.S. Dispiace farlo in simili circostanze, ma anche stavolta non posso esimermi: un cordiale romammerda"

Troverai er cicatrice vicino al bivio di Centocelle.
Sala "F" dei Fedayn

Cartesio aveva svolto il suo compito. Si era reso disponibile per ulteriori suggerimenti via SMS, ma temeva che da li' in poi tutto fosse nelle mani di Bobby.


Bobby ringraziò il cielo di aver acquistato due set identici del kit di sopravvivenza del romanista. L'altro era rimasto in chissà quali meandri di casa Frisk, così preparò in fretta il tutto, inclusa una torcia che a casa dell'arbitro svedese sarebbe stata preziosissima, e si avviò di corsa verso Centocelle. L'SMS di Cartesio era chiaro. Cerca in tutti i modi di entrare nelle sale del CRC e dirigiti verso la Sala F. Er cicatrice si trova li'. Buona fortuna. Bobby decise di chiamare un Taxi, non c'era un minuto da perdere. Erano circa le otto di sera, faceva abbastanza freddo, ma tornare in quei luoghi provocò in Bobby brividi indipendenti dalla temperatura esterna. Il taxi lo lasciò davanti al CRC. Era giunto il momento di entrare.

Bobby estrasse dalla sua borsa un passepartout, e si liberò facilmente dell'unica mandata che chiudeva il portone principale. L'interno era scuro ma non totalmente buio, come se ci fossero delle candele nascoste da qualche parte ad aiutare un intruso a trovare la strada giusta. Bobby si trovava ora nella Sala A, quella usata tanti anni fa dar Cico per i tavoli da biliardo ed i giochi elettronici. Dei giochi e dei tavoli neanche l'ombra. La stanza, di notevoli dimensioni, sembrava più lo scantinato di un ufficio legale o di un commercialista. Faldoni, blocchi, stampati, archivi, armadi e cassetti, documenti sparsi dappertutto. Non era il caos completo, ma certo non c'era un ordine stabilito. Il pavimento era anch'esso ricoperto di documenti, e Bobby si fece largo tra tutti questi oggetti e si diresse verso le scale che ricordava essere sul lato opposto della Sala A. Arrivato alle scale, Bobby iniziò a salire. La luce si faceva più fioca, così Bobby decise di accendere la torcia. C'erano da fare una quindicina di scalini, e poi, se la memoria non lo tradiva, un piccolo corridoio conduceva a tutte le stanze del piano superiore. La Sala F, in cui Bobby non era mai entrato, era alla fine di questo corridoio, l'ultima in fondo. Arrivato al piano superiore, Bobby si trovò davanti una scena simile a quella vista nella Sala A. Documenti, faldoni, grossi libri e contenitori ad anelli dappertutto. Sulla sinistra di questo piccolo corridoio, vicino alla finestra che dava su Viale della Primavera, c'era un tavolo. Bobby si avvicinò. Il tavolo era stranamente ordinato, e ospitava un unico gigantesco faldone pieno di stampati di computer, tabulati di cui Bobby faceva fatica ad interpretare il contenuto. Si mise la torcia in bocca ed iniziò a guardare più da vicino. Saranno state mille, duemila, cinquemila pagine, tutte disposte in perfetto ordine in un contenitore ad anelli, alto più di tre volumi dell'elenco del telefono. Bobby aprì e si trovò davanti la prima pagina. Sembrava lo stampato di un documento tipo quelli Excel che Ciro gli aveva mostrato durante il corso accelerato di informatica. Una tavola con circa trenta o quaranta colonne, il formato era molto più grande del classico A4, molto più lungo. La carta era intestata, e la sigla mandò un brivido gelido lungo la schiena di Bobby. C.R.C. Centro Riprogrammazione Cervelli.

St£fano

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Nella prima colonna nomi di persone, in rigoroso ordine alfabetico. Bobby, che faceva fatica a deglutire con la torcia in bocca, lesse il primo nome. Antonino Abate. Sfogliò rapidamente un numero di pagine, c'erano un miliardo di nomi e cognomi. Esposito, Cacace, Iervolino, Pappalardo, Zaccaria.... Una lista infinita. Le caselle che seguivano il nome erano tutte marcate da una "X". Bobby controllò, e la stessa cosa accadeva nella stragrande maggioranza dei nomi nella prima pagina. Il contenuto delle colonne successive al nome era spiegato in cima a ciascuna colonna, con una scritta in verticale per ragioni di spazio. La prima: "Fidejussioni tarocche". La seconda: "Passaporti falsi". La terza: "Nakata e la regola degli extracomunitari". La quarta: "Procedura di acquisto Emerson dal Bayer" Ad ogni colonna Bobby sentiva come uno schiaffo tremendo sul viso. La lista continuava con "Storia del calcio romano", "L'acquisto di Dellas", "I gol di Totti viziati da falli di mano", "Arbitraggi scandalosamente favorevoli alla Roma"..... Ogni colonna sembrava contenere uno di quegli episodi che avevano suscitato l'angoscia der cicatrice nei giorni precedenti alla sua sparizione, angoscia esternata (a questo punto una scelta chiaramente scellerata) durante la chiacchierata al pub. Ed Antonino Abate aveva una "X" in ciascuna casella. Bobby decise di cercare il suo nome. Non c'era. Allora si mise in cerca del nome der cicatrice. Alessandro Ruómmolo. Trovato!! Era li', fra Ciro Rubalefemmine, e Osvaldo Rustu. E vicino al nome der cicatrice non c'era neanche una "X". Tutti gli altri sembravano avere le caselle segnate con una "X", ma la riga der cicatrice era completamente bianca.
Bobby sentì un rumore provenire dalla Sala F. Er cicatrice certamente si trovava lì, e Bobby non poteva ritardare ulteriormente l'operazione di liberazione der cicatrice. Si avvicinò alla Sala F con cautela. Un piccolissimo spiraglio lasciava intravedere l'interno. Bobby si avvicinò, e cercando di non fare rumore gettò un rapido sguardo. Quello che vide ebbe sulle gambe di Bobby l'effetto di un'entrata onesta e sul pallone di Daniele De Rossi. Bobby cadde a peso morto, e la sua fortuna fu che esattamente sotto il suo fondoschiena si trovava una sedia, che lo accolse con un tonfo muto e misericordioso.
Bobby non credeva ai suoi occhi.


Bobby rimase seduto sulla sedia per almeno un paio di minuti senza potersi muovere, paralizzato dalla vista della scena terrificante che si era presentata ai suoi occhi.
Nella Sala F, che almeno per quanto Bobby riusciva a ricordare era di dimensioni molto superiori rispetto alle altre stanze, c'erano tre persone. L'aspetto generale era quello di uno studio dentistico, ma di proporzioni esagerate. Le pareti bianche e pulite. Al centro della stanza, su una sedia inclinata molto simile a quelle per uso odontoiatrico, giaceva er cicatrice. Dalla testa der cicatrice, connessi al suo capo attraverso dei fili elettrici legati ad una calotta metallica, partivano decine di cavetti collegati ad un monitor piazzato alla sua sinistra, che bippava ogni paio di secondi. Il monitor, posizionato su una specie di asta alta almeno un metro, mostrava una linea che si muoveva da destra verso sinistra attraversando tutto lo schermo, evidentemente un elettroencefalogramma. Dalla sua postazione Bobby non era sicuro, ma non sembravano esserci picchi di dimensioni importanti. Gli occhi der cicatrice erano spalancati, tenuti aperti da un punto di sutura che univa ciascuna palpebra superiore alla relativa arcata sopraccigliare. Di fronte a lui c'era evidentemente uno schermo gigante dal quale arrivavano immagini, ma lo schermo era fuori dal campo visivo di Bobby. In una scena così orribile, la cosa più agghiacciante erano proprio gli occhi. Erano aperti, ma non seguivano la scena proiettata sullo schermo. Er cicatrice sembrava come in coma, più probabilmente sotto l'effetto di qualche droga o sostanza anestetizzante. Alla destra der cicatrice, Bobby riconobbe la figura del Dr. Alicicco in camice bianco. Alicicco, per tantissimi anni medico sociale della Roma, leggeva con attenzione una cartella clinica, segnando con una penna qua e là. Sulla sinistra der cicatrice, seduto su una sedia posta davanti al monitor, sedeva un uomo che Bobby riconobbe come Maurizio Costanzo soltanto dopo aver sentito la sua voce. Bobby aveva saputo del ritiro di Costanzo dalle scene della TV di tarda serata, ma ora era chiaro perché la camicia coi baffi avesse bisogno di più tempo.
"Quanti giri ancora?"
"Io direi due, forse tre, vediamo come reagisce", rispose il Dr. Alicicco.
Dopo un paio di minuti il medico premette un pulsante su una specie di joystick collegato ad un computer poggiato su un tavolo alla sua destra, ed in corrispondenza con la pressione del bottone una scarica elettrica che fece saltare Bobby sulla sua sedia venne applicata alla testa der cicatrice, il quale reagì come se un terremoto di magnitudo 9.0 della scala Richter avesse colpito la sua sedia, con epicentro la sua testa.
Bobby doveva riuscire a vedere cosa ci fosse sullo schermo. Si spostò di qualche centimetro sulla sua sinistra e spinse di un niente l'altra anta della porta della Sala F, quanto bastava per vedere il megaschermo.. Il muro di fronte al cicatrice era stato attrezzato con uno schermo cinematografico. Bobby lentamente riuscì a decifrare le immagini che venivano proiettate. Si trattava principalmente di uno o due minuti di immagini tratte da film di fantascienza, durante la proiezione delle quali, per una frazione di secondo, in modo quasi subliminale, venivano proiettate altre immagini, stavolte reali, brevissimi flash, e proprio durante la brevissima proiezioni di queste ultime il Dr. Alicicco premeva il terribile pulsante che scuoteva con incredibile violenza il corpo apparentemente senza vita der cicatrice. Bobby riconobbe una scena tratta da "Guerre Stellari" che durò un paio di minuti, con Luke Skywalker che trova la casa degli zii distrutta dal fuoco, ed improvvisamente una immagine di Franco Sensi che presenta una fidejussione fasulla, con corrispondente scarica elettrica applicata al povero cicatrice. Seguì poi "Incontri ravvicinati del Terzo Tipo", inframezzato per una frazione di secondo da una foto dei passaporti di Cafu e Bartelt, con annessa scarica terrificante. Poi "E.T." e la famosa scena Telefono... Casa..., interrotta per un istante da una gomitata di Totti ad un giocatore del Bari. Bobby era sconvolto. Ormai cosa stava accadendo era diventato chiaro anche per lui. Il CRC era un programma controllato da importanti personaggi della sfera giallorossa con lo scopo di mantenere la Fede inalterata. Le scariche, associate a scene mai accadute, anzi dichiaratamente fantascientifiche, avevano l'effetto di rendere nel cervello delle vittime del trattamento storicamente falsi gli eventi mostrati in modo subliminale. Quello che Bobby stava vedendo dava un senso alla lista di decine, centinaia di migliaia di nomi, con le loro crocette a fianco, che evidentemente avevano già subito lo stesso trattamento. La tifoseria intera della Roma era stata manipolata scientificamente per impedire lo sviluppo di una anche minima coscienza autocritica. Qualcuno aveva davvero ascoltato er cicatrice, quella sera al pub. Erano dappertutto. Eravamo circondati. Non c'era un posto sicuro.
Evidentemente Alicicco prestava all'[...] progetto le sue capacità scientifiche, mentre Costanzo si occupava di procurarsi il materiale audiovisivo. Bobby continuò a guardare in preda ad un terror panico paralizzante. Le scene inverosimili ora avevano cambiato di tema, e non erano più tratte da film di fantascienza ma erano ricostruzioni al computer di qualità eccelsa in stile Pixar. Erano tutte a tema calcistico, e Bobby riconobbe fra le altre uno stop di Simone Inzaghi con successiva fuga palla al piede senza cadere (con in mezzo un flash di un gol palesemente irregolare di Totti ma comunque convalidato), ed una azione con Claudio Lopez solo davanti alla porta completamente sguarnita che conclude in gol (seguito da un flash di un alto gerarca del governo Fascista che ordina la creazione della A.S. Roma e conseguente scarica elettrica). Seguirono, ancora tramite computer animation, una scena di un paio di minuti con la Curva Sud che canta un coro originale e non copiato (seguito da un flash con scarica elettrica di una confezione di Lipopill), un gesto di grandissima sportività del capitano della Roma Francesco Totti (flash con scarica elettrica e foto di Vautrot), ed infine una immagine della Curva Sud che semplicemente canta un coro (flash con scarica elettrica di Galliani e Sensi che escono a braccetto dalla Federazione). Vedere er cicatrice era un tormento, e Bobby decise di uscire di gran corsa e chiamare la Polizia. La sua Fede era finora rimasta intatta, ma non poteva consentire che questo programma diabolico continuasse. Se il prezzo da pagare era trasformarsi in una tifoseria non ciecamente acritica, vivere con serenità la sua realtà di squadra truffaldina e ammanicata, avvantaggiata negli anni da commistioni politiche e da una informazione il cui sogno di correttezza ed imparzialità era stato piegato ad esigenze economiche e di mercato, tifare per una squadra le cui (poche) vittorie erano state macchiate da procedure quanto meno sospette e da una generale benevolenza del Palazzo, beh, pazienza. La vita der cicatrice valeva molto di più.
Bobby cercò di uscire dal corridoio ritracciando gli stessi passi che lo avevano portato senza problemi, tra carteggi e scatoloni, fino alla porta della Sala F. Sembrava esserci riuscito, quando in coincidenza di un momento di inusuale e profondissimo silenzio all'interno della Sala F, una delle sue scarpe emise il rumore tipico della suola di gomma. Cazzo, le scarpe nuove! Proprio oggi, pensò Bobby mentre si bloccava come un bimbo in una gara di belle statuine. Attese un attimo, non ci fu alcuna reazione, quindi continuò a camminare nella semi-oscurità. Arrivato alla fine del corridoio sentì un rumore, come il gracchiare di un walkie-talkie, poi più niente. Scese le scale a velocità supersonica ed era a meno di un metro dal portone, quando un avanbraccio di dimensioni imponenti, il cui proprietario si era nascosto dietro ad una colonna, si scaricò con tutta la sua potenza sulla gola di Bobby, facendolo decollare a gambe all'aria e ricadere con il peso diviso equamente tra schiena e nuca. Bobby vide il soffitto per circa tre secondi, poi più nulla. Il buio più completo.

Marione Corsi sollevò Bobby per la camicia e lo trascinò su per le scale come fosse un fuscello.

Il laziale del terzo piano ebbe un gesto di stizza quando, avendo seguito da una finestra del palazzo di fronte il tentativo di fuga di Bobby, capì che era stato vano. La verità non sarebbe uscita fuori. Pazienza. Ci sarebbe stata un'altra occasione.

Curva Sud, la domenica successiva


Quella domenica Bobby e er cicatrice erano molto più loquaci del solito, quasi allegri, posseduti da una leggerezza inspiegabile. Una volta entrati allo Stadio, però, Bobby si oscurò in volto. C'era qualcosa, qualcosa nel viso di tutti gli altri romanisti, che gli sembrava molto strano. Ci pensò un po', poi non trovando nessuna spiegazione plausibile, dimenticò il tutto e riprese ad essere allegro come non capitava da anni.

Il laziale del terzo piano immaginava la sensazione che Bobby stava provando in quel momento. La stranezza che Bobby aveva osservato era difficile da identificare, pensò, perché esposta all'attenzione dell'osservatore letteralmente per un batter d'occhio, un momento troppo breve per poter essere identificata. Ma tutti, in Curva Sud, quel giorno, tutti, nessuno escluso, avevano uno strano, minuscolo, invisibile puntino al centro delle palpebre.
Fine


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