Da Napoleone in giù, una discreta porzione di maschi francesi è profondamente innamorata di sè. Egocentrica, si dice così. Inevitabilmente anche spocchiosa, specie quando si sente forte, baciata dalla gloria, dalla "grandeur". Le parole di Garcia nel pre-derby lasciano di stucco. Ma in fondo fanno parte di questo personaggio: osannato come maestro di calcio, idolatrato in tv per il suo charme, la battuta pronta, il sorriso accattivante. Un girone fa era anche simpatico: sembrava uno con i piedi per terra, modesto, con il legittimo desiderio di cimentarsi in un campionato importante, di imparare perfino, lui che scendeva dalla lontana e misconosciuta Lille. L'ambiente romanista deve averlo contagiato, rinvigorendone l'ego. Da lui vogliono lo scudetto e la coppa, magari l'anno prossimo la Champions. E Garcia si crede il condottiero mandato dal Destino. Non si spiega altrimenti la sua assai poco cavalleresca alterigia: "Reja ha detto che firmerebbe per il pareggio...", gli hanno riferito ossequiosi. E lui che si era preparato la risposta davanti allo specchio per una settimana, ha potuto finalmente prendersi i riflettori che sperava: "Lo ha detto colui che ha affermato che avrebbe piacere per un giocatore infortunato della Roma? Siamo anche educatori, non solo allenatori. Se un allenatore dice questa cosa pubblicamente, cosa può dire nello spogliatoio? Che rompe una gamba, che ammazza qualcuno? Io voglio che l'arbitro sia attento ai contrasti, non voglio giocatori miei infortunati. E poi che i tifosi sostengano la propria squadra e nulla di più, che tutto vada bene in tribuna. Noi giochiamo per vincere, quello che dice l'avversario è una sua responsabilità".
Caspiterina che lezione, direbbe Marge Simpson con il suo tuppo di capelli blu. L'educatore Garcia...Quello che domenica scorsa imprecava spiritato contro l'arbitro che non si decideva a sospendere la partita col Parma. Rischiava di far stancare i suoi, che diamine: e invece contro il Napoli tutti freschi e riposati. Ora questo messaggio mafiosetto a Orsato: "Stia attento ai contrasti, non voglio giocatori miei infortunati". Non vuole, lo pretende. E ha trattato Edy Reja, un navigato signore del calcio, più o meno come si fa con un teppistello che tira sassolini ai piccioni. Tirandogli le orecchie. Perché Reja, omaggiando la Roma in un palpito di oggettiva sincerità si era augurato sorridendo alla telecamera, con una chiara battuta di spirito, di non dover affrontare la seconda in classifica a pieno organico. Questo era il senso. E questo sarebbe incitamento alla violenza? Questo dovrebbe indurre l'arbitro a vigilare sull'incolumità degli stinchi dorati, altrimenti a rischio di caccia all'uomo? Suvvia, un altro allenatore si sarebbe fatto una risata sulla battuta del collega, subito peraltro pronto a chiedere scusa. Scuse mai chieste, dall'altra parte, per la decina di esternazioni offensive e provocatorie di Totti (una proprio contro il "perdente" Reja, che subito gli si ritorse contro). O per l'auspicio pubblico di qualche anno fa di Rosella Sensi, quello di una Lazio d'ufficio in serie B. Per non rischiare di sbatterci la faccia come il 26 maggio scorso. Allora fu una facciata contro una coppa. Per fortuna ora è sceso Napoleone a insegnarci il bon ton.
Vincenzo Cerracchio