Oddio, oddio...c'ho le lacrime...
Se i bambini fanno golLunedì 18 Luglio 2011 08:56
DALL'INVIATO A RISCONE
TONINO CAGNUCCI
Il primo giorno
li ha fatti giocare a acchiapparella e a girotondo, ieri mattina
a palla avvelenata. Ogni tanto, soprattutto
se non fanno i bravi, gli fa vedere la televisione, poi in serata li fa giocare a pallone. Solo una cosa però: i bambini che fanno gol hanno un obbligo e quello non possono proprio permettersi di disattenderlo:
si devono divertire. Devono cercare di essere felici.È il primo emendamento di Luis Enrique, una nuova dichiarazione di indipendenza dei diritti e dei doveri dell'uomo e del calciatore quella firmato a Riscone da questo allenatore filosofo suo malgrado (come ogni filosofo). Dopo la partita di ieri ha detto: «La vita è per essere felici e questo è un gioco. Questo è il mio lavoro». Ci sarebbe da commuoversi. Vale Benigni quando dice che "la tristezza è l'unico peccato mortale perché è l'unico che offende la vita".
La Roma è bella. Chi dice che questa è retorica 1) non ha capito niente 2) è un mentecatto 3) la fa lui, la retorica.
Luis Enrique è così fico proprio perché non ne abbraccia nessuna, nemmeno quella che tutti santamente gli chiedono del Trabajo y Sudor, lavoro e sudore, come c'era scritto su uno striscione. «Da quando sono qui tutti i tifosi mi dicono: falli lavorare. Io aggiungo: e giocare a calcio».
Altro che sintesi hegeliana. Neanche Carmelo Bene è arrivato a tanto. È la resurrezione senza portarsi il peso della croce. È una rivoluzione di semplicità.
È il compito della ricerca della felicità. Di un compagno libero. Di un uomo da smarcare. Di una palla da tenere tra i piedi come quando si era ragazzini. La sconfitta di ogni potere. Dategli una bandana ai giocatori della Roma oltre che la paletta e il secchiello buoni per fare i muratori ma anche le buche al mare.L'oro è l'acqua dopo due ore di lavoro. A questa Roma che fa enghé senza piangere ma ricominciando a ridere. È come un bambino, aveva detto DiBenedetto nella conferenza da presa della Bastiglia del 14 luglio. Ieri la metafora l'ha fatta Luis Enrique. La stessa:
«Siamo come un bambino che beve dal biberon prima della pappetta». E allora fatela giocare questa Roma perché il gioco del calcio è il suo lavoro.
Ecco perché i musi lunghi di Menez o di Vucinic della scorsa stagione non vanno bene. Non vanno bene per loro. Però ieri Menez, che aveva giocato male, ha segnato all'ultimo minuto e qualcosa vorrà dire, e Vucinic in questi giorni la postura sofferente e lo sguardo slavato non ce l'ha. E' uno di quelli che ride di più. Attenti a buttare il bambino con l'acqua sporca. Attenti a certe pressioni che potrebbero essere messe sulla Roma per costringerlo a cederlo. Girano voci che è contestato, ma ieri ha preso un fischio e il primo giorno una battuta contata di un tifoso. Casomai ci sarebbe da sorprendersi del contrario. Oppure di niente se hai un allenatore che dice «
bisogna prendersi tutti insieme con la mano». Oggi pomeriggio non li fa allenare: li deve far giocare a nascondino.