Questi ultimi giorni non hanno eguali nella storia del calcio a memoria d'uomo, ma specialmente nella storia delle tifoserie. Quello che e' successo ha dell'incredibile.
Prima la tifoseria della Lazio: la squadra quasi salva, bastava giocare la partita, si sarebbe perso con l'Inter, tutto piu' o meno a posto. Ci sarebbero state due giornate per salvarsi e per ascoltare il rumore dell'ennesimo botto giallorosso. Invece il tifoso laziale, esultando ai gol dell'Inter e fischiando quelli in biancoceleste che giocavano bene, ha causato uno tsunami di indignazione (per lo piu' pelosa) e si e' ritagliato un posto perenne sulla parte dei "cattivi" della lavagna del calcio mediatico.
La roma e i suoi tifosi avevano un match point clamoroso. Il comportamento giusto, anche senza il risultato giusto e avrebbero reso la Lazio e i laziali il nemico pubblico da condividere, gli sporchi brutti e cattivi da mettere alla gogna di cui tutte le comunita' hanno bisogno, assurgendo al ruolo di "darling" d'italia, gia' occupato per motivi di odiens e cassetta, anche fra chi non ci guadagna. Errore, la roma ha giocato una partita di una indecenza e una volgarita' senza precedenti contro l'Inter, mettendo in difficolta' anche i suoi generalmente unanimi cantori. Una partita memorabile, col capitano che si distingue ancora, sorprendendo solo chi il calcio non lo segue, per la sua conclamata antisportivita' e il suo comportamento da bambino viziato e puzzone.
Calmata la stupefatta reazione di un intero paese (un'ora, poi e' iniziato il contrattacco della propaganda), i romanisti si sono visti serviti non un altro match point, ma due: dissociandosi dalla follia collettiva mostrata senza ritegno dai giocatori della roma nella finale di Coppa, da una parte avrebbero potuto mettere ancora una volta una bella distanza fra loro e gli sporchi cugini nella classifica di sportivita'; dall'altra avrebbero potuto, con un gesto storico, una volta per tutte stigmatizzare il comportamento del giocatore che da solo, unico e assoluto protagonista, li ha costretti da quindici anni ad una mediocrita' ormai praticamente cronica. L'abbattimento dell'icona di Totti come modello, rappresentante e unico totem di questa squadra, l'avrebbe affrancata per sempre dai giganteschi limiti imposti alla squadra dal bisogno insopprimibile del capitano di regnare all'interno del raccordo. Questi limiti sono ovvii e sotto gli occhi di tutti. Totti definisce la roma romana, piaciona e coatta, talentuosa e viziata, mollacciona e pigra. Adorata in famiglia, i vicini la tollerano e chi e' distante prova tenerezza quando non schifo. La clamorosa quanto unanime presa di posizione della tifoseria romanista, unita e compatta nel difendere l'indifendibile (come al solito ad alta voce e volgarmente), ha espresso una scelta di campo: non ci interessa competere a livello internazionale. Non ci interessa mostrare una faccia accettabile, un volto istituzionale, assumere un comportamento "eleggibile". Stiamo bene dove stiamo, ci teniamo il pupone contro tutto e tutti, del resto ce ne freghiamo.
Questa, per me, e' stata la sconfitta piu' clamorosa della roma dall'addio di Giannini, e traccia un solco col passato. Totti supera tutto, e rimarra' il loro piu' grande successo: un ottimo giocatore, conosciuto nel mondo, che non ha fatto granche' ne' per se' ne' per la roma. Ma per la squadra niente ambizioni future. Ad elevarla finalmente a compagine rispettabile e' stata preferita la venerazione di un totem all'inutilita'. Aspirare a palcoscenici di alto livello, a sedersi a tavola con le grandi per un pasto complesso e sofisticato, non ha retto al confronto con il conforto psicologico offerto dalla fava cor pecorino, buona sempre, buona tutti gli anni, buona da generazioni.
Fanno un po' tristezza, ma in ogni caso romammerda.