(Il Fatto Quotidiano 11.05.2010)
SORPRESE
PORTOGRUARO, ANCHE GLI OPERAI VANNO IN PARADISO
(Di Giancarlo Padovan)
È una specie di modello veneto rovesciato. Dopo il Chievo Verona e dopo il Cittadella, provincia di Padova, da domenica è scattata l'ora del Portogruaro, altrimenti detto Portosummaga, dalla fusione con la squadra di una frazione, Summaga per l'appunto, avvenuta ai tempi furiosi e gloriosi dei dilettanti. Portogruaro è un comune di trenta mila abitanti in provincia di Venezia, economia spartita tra piccola industria, artigianato e agricoltura. Il modello veneto deriva dalle affinità che legano proprio Chievo, Cittadella e Portogruaro. Tutte e tre sono nate e si sono consolidate nell'ambito di società a gestione familiare, riconosciute e radicate nel proprio territorio. Se il Chievo è riconducibile all'industria dolciaria dei Campedelli e il Cittadella alla siderurgia dei Gabrielli, il Portogruaro ha il MioDino e in quel nucleo familiare il proprio marchio. Mio è industriale del mobile e, al pari di Gabrielli e Campedelli, ha legato il calcio alla propria attività e l'attività all'impegno locale.
Non si tratta, ovviamente, della rivendicazione di una piccola patria, esclusiva e separatista, ma l'idea di una sorta di consociativismo gratificante, che parte da un contesto ludico (una squadra di calcio, però espressione delle origini) e arriva a farsi accettare prima dal mondo professionistico di seconda fascia (Serie C o, come si dice ora, la Prima e Seconda Divisione) e poi da quello del grande professionismo (la serie A, ma anche la serie B). Il Chievo, per ora, è l'unica ad aver compiuto il salto definito, tra l'altro retrocedendo una sola volta, due stagioni fa, per risalire subito. I giornalisti ne hanno fornito spesso un'immagine oleografica , qualche sociologo si è peritato di studiarlo come un fenomeno eccezionale. Tuttavia il Chievo, così come il Cittadella (attualmente ancora in corsa per la Serie A attraverso i Play-off) e ora il Portogruaro, rappresentano un modo alternativo di fare calcio ad alto livello. A costi bassi, con motivazioni altissime e alternative (mi riferisco ai calciatori) e una competenza che sfida l'impegno dei grandi capitali.
Ho parlato di modello perché le esperienze di questo tipo si sono ormai solidificate nel tempo. E le ho associate al Veneto perché Chievo, Cittadella e Portogruaro sono situate in questa regione, così come contigue a quell'area sono AlbinoLeffe, provincia di Bergamo, in Serie B, e Alzano, che a metà degli anni Novanta, era riuscito ad agganciare la stessa categoria. Curiosamente a capo di quell'impresa agonistica c'era Claudio Foscarini, attuale allenatore del Cittadella e autentico creatore di quel modello tecnico. Tra l'altro, con la retrocessione in Serie C dell'Alzano, anche Foscarini subì una sorta di oscuramento, dopo qualche esperienza poco brillante nelle categorie inferiori. Ricominciò proprio dal Cittadella, passando, però, per almeno un triennio, dalla guida della formazione Primavera, come se all'improvviso gli fosse piombata addosso la necessità di ripetere la sua straordinaria gavetta. Nonostante il passo indietro, fu la sua fortuna e quella del Gabrielli che, con Foscarini, riconquistarono la Serie B già conosciuta, nel 2000, grazie ad Ezio Glerean (3-3-4 il suo innovativo sistema di gioco).
L'allenatore del Portogruaro invece è Alessandro Calori, ex calciatore dell'Udinese, e giustiziere al Perugia, della Juventus di Ancelotti nell'anno dello scudetto laziale. Calori è un tecnico giovane che fa dei valori collettivi una sorta di bandiera.
Resta da spiegare perché Portogruaro, Cittadella e Chievo rappresentino un modello rovesciato. La risposta sta nel fatto che esse sono squadre nemmeno riconducibili al capoluogo di provincia o, nel caso del Chievo, addirittura espressione di un quartiere della città. Paradossale che Venezia, Padova e Verona siano al loro inseguimento. Per integrarsi nel modello, più di qualcuno pensa alla fusione – del Verona col Chievo, del Padova col Cittadella e del Venezia col Portogruaro -, ritenendola l'unica soluzione possibile. Naturalmente non è vero. È solo una dimostrazione di impotenza.