Inoltre sembra che il documento "farlocco" non sia stato nemmeno consegnato in tempo. E' il caos più completo: nessuno sa niente, tutti scaricano il barile, nessuno ha visto niente e, se c'erano, dormivano. Jommi, amministratore delegato della Sbc, nega di aver avallato quelle fidejussioni, Landi dichiara di aver fatto solo il messo in Federcalcio, consegnando le carte già pronte, Rigone invece scarica tutto su Landi, reo a suo dire di aver gestito tutta la pratica. Un groviglio che mette in moto i carabinieri, che organizzano gli interrogatori.
Comincia il valzer delle dichiarazioni: Sensi dice che la Sbc gliel'ha consigliata proprio la Covisoc, contro la quale punta il dito anche Franco Baldini: secondo il direttore sportivo giallorosso la Roma aveva stabilito di accollare 17,5 milioni di debito alla Roma 2000 srl, società controllante della AS Roma, di cui Sensi è amministratore unico. I revisori però avevano rifiutato, e a ragione: la Roma 2000 srl ha chiuso il bilancio 2003 con 601,07 milioni di esposizione debitoria e con 150 milioni da rimborsare a Capitalia. Niente male per far da garante a un altro debito.
Le prime bordate arrivano da Turchetti, il segretario zelante, torchiato per quasi cinque ore. Egli afferma di aver solo consigliato di rivolgersi a De Vita e non direttamente alla Sbc. Gli chiedono come ha fatto la Covisoc a far passare una fidejussione emessa da una società inidonea e lui risponde che le visure camerali e i rapporti del Cerved gli giungono con mesi di ritardo, quindi non avrebbe mai potuto conoscere la situazione della Sbc. D'altra parte, "in sette ore e con ventisei società fuori dallo stanzone non si poteva fare di più" (tutti i corsivi citati da qui in avanti provengono da edizioni di Repubblica dell'agosto 2003).
Mentre la Federcalcio (leggi Carraro) convoca una riunione straordinaria per discutere il da farsi, Turchetti rincara la dose, andando direttamente al punto: "[i dirigenti romanisti] sono dei venditori di macchine usate, e sono incapaci. Si sono presentati all'ultimo giorno, di tarda mattina, con un piano di garanzie studiato per 72 ore insieme a Capitalia. Non stava in piedi. C'erano trenta milioni di euro della banca di Geronzi, ma per i restanti 17,5 milioni hanno sbagliato tutto. Volevano accollarsi una parte di debito da 22 milioni che hanno con la Banca di Roma, ma secondo i loro calcoli sarebbe bastato versarne dieci e non tutti e diciassette. Calcoli sbagliati, fatti sulla situazione debitoria prima del 31 marzo. Le carte Covisoc, invece, parlano di fotografia finanziaria al 31 marzo. Lo feci notare e il funzionario Capitalia, l'avvocato Marcello Villa, si mostrò sconsolato: "Mi avete fatto lavorare tre giorni per niente" disse al commercialista Silvio Rotunno." Rotunno aveva provato a ribattere e a chiedere ausilio direttamente al professor Pescatore, presidente della Covisoc, il quale aveva scrollato le spalle: "Dottore, sono tifoso da 30 anni della Roma ma se voi mi presentate queste carte finite direttamente tra i dilettanti".
Turchetti dice di aver consigliato i romanisti di rivolgersi anche all'Ina-Assitalia, che è stata sponsor della squadra ma che anche loro avevano risposto picche, per questioni di tempo. Alla fine sbotta: "Io non ho estorto nulla, ho solo aiutato i consulenti della Roma, che neppure conoscevano il regolamento".
La storia si complica quando Sensi si proclama parte lesa della questione: era in buona fede, non è colpa sua se gli hanno portato dei documenti falsi. Certo, le carte mica le ha redatte lui, ma c'è da chiedersi come abbiano potuto credere, gli uomini di Sensi, ad una fidejussione precompilata e pronta in cinque ore. La spiegazione migliore la fornisce ancora Turchetti: la Roma (e il Napoli) dovevano essere iscritte per forza "altrimenti, è la battuta che gira in Figc, avremmo avuto i blindati per le strade". Problemi di ordine pubblico, insomma, non come con la Fiorentina, di cui Turchetti è tifoso e che lui stesso ha escluso dalla serie A l'anno prima. Non se ne viene proprio fuori e la Federcalcio non trova di meglio che concedere una deroga: la Roma ha tempo fino al 30 agosto per presentare una vera fidejussione.
Nel frattempo l'Atalanta, retrocessa al termine della stagione appena conclusa, è furiosa. Il presidente Ruggeri si proclama amico di Sensi e della Roma ma non può fare a meno di constatare che "in passato società in identica posizione sono state cancellate dai rispettivi campionati perché la legge sportiva era stata applicata e fatta rispettare". I bergamaschi chiedono l'intervento dell'ufficio indagini della Federcalcio: falsa o no la garanzia è stata presentata comunque in ritardo. Ma è una pia illusione: com'è possibile che la Figc indaghi su se stessa? Che indaghi il Coni allora, suggerisce Ruggeri, ma Petrucci nicchia, preferendo incassare le minacce di ricorso al Tar del presidente atalantino.
Il 28 agosto, la Roma comunica di aver ottenuto una fidejussione di 7,5 milioni ex cathedra Capitalia, ma il 30 mattina della garanzia ancora non c'è traccia. L'Ajax, che ha appena venduto ai giallorossi il difensore romeno Chivu (15 milioni), minaccia di riprenderselo perché tutto è bloccato finché la Roma non è iscritta al campionato. Capitalia fa sapere che il documento sta per arrivare, ma il tempo stringe perché nel pomeriggio si gioca Reggina-Sampdoria, l'anticipo della prima giornata. Il giorno dopo la Roma è impegnata a Udine. Le ore passano veloci e gli uffici della Federcalcio fanno gli straordinari, restando aperti fino a sera quando, finalmente, la fidejussione arriva.
Il 2 settembre Chivu passa alla Roma ma in prestito, per 4 mesi. Gli olandesi non sono stupidi: Sensi versa all'Ajax un acconto di 3 milioni ma entro fine mese deve presentare una garanzia (un'altra) per i restanti 12 milioni. E a mettere tutti in riga interviene la Abn-Amro, banca di Amsterdam che ha il 9% di Capitalia.
Tutto sistemato anche se, a maggio 2004, si scopre che la fidejussione di Capitalia (quella del 30 agosto) non è stata pagata, al punto che una rata di 1,5 milioni è stata saldata da un versamento diretto dello sponsor Mazda. La Procura di Roma intanto ha aperto un'inchiesta e Luca Rigone, il broker di Ancona che ha seguito la pratica con Paolo Landi, accusa Spiridigliozzi e Turchetti di corruzione: quest'ultimo avrebbe intascato circa 50 milioni per chiudere un occhio sui conti delle 3 squadre. Tre, perché il Cosenza è stato fatto fallire. L'avvocato di Turchetti risponde che si tratta di menzogne ma il problema non si pone dato che il suo assistito muore, lasciando irrisolto l'enigma.
Il 29 ottobre 2004 vengono iscritti nel registro degli indagati con l'accusa di falso il responsabile finanziario della Roma Cristina Mazzoleni, il commercialista Silvio Rotunno, gli assicuratori Luca Rigone e Paolo Landi, nonché il mediatore Giovanni De Vita. Quest'ultimo è irrintracciabile, non risponde al telefono e sembra sparito nel nulla. Sensi continua a dichiararsi parte lesa e, stando sul tecnico, ha pure ragione: ha pagato una commissione di 300.000 euro e ha ricevuto in cambio una fidejussione sulla carta del formaggio. Ma come abbiano fatto i suoi dirigenti, e i segretari Covisoc, a credere a quel fogliaccio rimane un mistero. Il 25 febbraio 2005 le squadre di calcio (Napoli, Cosenza e Spal comprese) vengono dichiarate parti lese e tutto passa in cavalleria. Tutto chiuso, tutto sistemato. Peccato che un anno prima il Cosenza è stato spedito tra i dilettanti e la Virtus Bologna, gloriosa società di basket, sia stata relegata in A2, rea anch'essa di essersi avvalsa dei servigi della famigerata Sbc. Per la Roma, invece, la serie A. In attesa della prossima puntata.
Su questa vicenda infinita e sulle le sue conseguenze in campo sportivo, il presidente del Bologna Gazzoni Frascara ha avuto parecchio da ridire. Il 22 novembre 2003 il Bologna perde 0-4 in casa con la Roma, con i gol di Totti, Montella, Panucci e Cassano. Una batosta che i felsinei non conoscevano da molti anni e che porta i tifosi alla contestazione nei confronti del loro presidente. I rossoblù sono in zona retrocessione (si salveranno a fine anno) e a Gazzoni i conti non tornano: la Roma non doveva nemmeno iscriversi al campionato, compra giocatori con soldi che non ha e non paga i debiti col Fisco. Lui, al contrario, fa le cose per bene e si ritrova cornuto (il fondo classifica) e mazziato (la contestazione dei tifosi):
Lo portano via, quando Cassano fa il quarto gol. Sì, Gazzoni, il padrone del Bologna, se lo porta via la Digos, quando la curva dello stadio diventa acida, rabbiosa, insolente. Tanto da trasformare la protesta in una contestazione aggressiva che ha come sfondo le poltronissime della tribuna vip. Gazzoni, un' ora dopo il minuto di silenzio per le vittime italiane in Iraq, deve andarsene scortato. Dal Dall' Ara che, in fondo, è anche suo, mentre i cinquanta ultrà che hanno invaso la tribuna d' onore lo insultano: vogliono che tiri fuori i soldi, gli urlano che è senza cuore, dopo aver mostrato lo striscione «Compracela, Gazzoni». Riferito alla partita, naturalmente. La Roma l' ha già vinta, intanto. Anche se Gazzoni, all' inizio dell' intervallo, subito prima della contestazione l' aveva attaccata meglio dei suoi in campo: «Se noi non pagassimo l' Irpef come fanno loro, avremmo quattro giocatori in più. E anche buoni. Quattordici milioni di euro di imposte non pagate sono tanti: poi loro sono bravi, sono fortissimi, ma anche noi avremmo potuto esserlo di più stando alle loro regole». Cioè non rispettandole.
L' azionista di maggioranza del Bologna ha visto la frana del 3-0, dopo appena 45 minuti: non avrebbe più voglia di vedere altro, forse. E invece poco dopo quelle frasi, verso la fine dell' intervallo, arriva il resto. Tre ultrà arrivano a pochi metri da lui, prima che intervenga la polizia, evitando che l' invasione - visto il clima - diventi aggressione. Nel respingere la carica, c' è qualche manganellata, ma in 5 minuti, appena ripresa la partita e permesso anche a Cassano di trovare il gol, tutto si chiude. Per sicurezza, Gazzoni viene fatto uscire, con la scorta. E' undici anni che è nel calcio, ma tra collasso economico del sistema e tifosi sempre più contro (a giugno fu aggredito dopo una trasmissione tv, perché sembrava che Signori non restasse), non ne può più. «Prima non era così, ora la situazione è molto critica», aveva detto. Parlava dei bilanci che il Bologna ha in regola:"Lazio e Roma non pagano, si sa". (Repubblica, 24 novembre 2003)
La fine della storia, per fortuna, vede il presidente Sensi recuperare un po' di dignità. A novembre 2003 la Roma è indebitata come e più di prima con un passivo di 239 milioni di euro. Sensi avrebbe potuto andarsene, lasciare la società in mano ai curatori fallimentari, invece ha scelto di starsene in poltrona e di salvare la sua squadra, sacrificando una bella fetta del suo patrimonio. Dopo il fallimento delle trattative di vendita con i russi della Nafta Mosca, Sensi decide ripianare completamente il debito di tasca sua: rinuncia a crediti con la Banca d'Italia, salda 47,5 milioni delle vecchie fidejussioni e vende immobili e quote azionarie delle sue società come la Interpetroli e gli Aeroporti di Roma. Il governo dà una mano, consentendo di pagare in tre rate (giugno, settembre, novembre) i debiti previdenziali e così tutto si risolve. Poco importa se per sistemare gli ultimi 20 milioni ci abbia pensato il condono Tremonti. Poco importa se, in tutto questo periodo, la Legge Spalmadebiti sia intervenuta, se non a risolvere, quantomeno a rinviare i problemi. La Roma è salva, si va avanti.