Comunque, dopo non aver faticato particolarmente ad addormentarmi nonostante strombazzamenti conditi da qualche urlo beluino (abito vicino allo stadio), ho passato una notte serena di sonno rigenerante e, svegliatomi all'alba del 26 maggio e per questo già sorridente e orgoglioso per non "essere loro", ho constatato che la nostra città millenaria è ancora lì e resisterà anche a questa che in fondo è una bazzecola.
Mi sono avventurato con aria circospetta per le strade del Flaminio, per accompagnare mia figlia a scuola e non ho notato particolari segnali del loro "trionfo epocale" di ieri. Giusto un paio di bambini tra i tre e i cinque anni con maglie di colori orrendi addosso, vittime innocenti di genitori la cui potestà metterei seriamente in discussione.
Per il resto il mio atteggiamento di noncuranza ha trovato conferma nella realtà circostante, dove tutto scorre nella normalità romana alla quale siamo da sempre abituati. Sono loro che erano talmente disabituati dall'alzare nulla di meglio di un bonsai che hanno provato a trasformare in evento epocale un semplice accidente della storia di questa città, un'evenienza che (purtroppo) ogni tanto - anzi per loro tantissimo - nella dinamica dello sport può capitare. Nulla più.
A noi non cambia e non deve cambiare veramente niente, trattandosi appunto di evento di portata marginale e trascurabile.
Buon 26 maggio sempre.