Citazione di: hidalgo il 12 Lug 2014, 09:22
Mi manca l'essere stato giovane a Roma.
parto da qui e non mi allontano, credo, poi di tanto
ogni
epeca ha le sue cose positive e negative, ovvio, e non vorrei che quanto sto per dire venga inteso come
revivalismo spintoma la Roma che ho vissuto io, fra i 10 (1975) ed i 18 anni (1983), è stata qualcosa di magico
ho iniziato a scendere sotto casa nel 1971, avevo sei anni e vedevo i bambini giocare nel cortile con la neve
i miei si fecero un cuore così, ma non ce la fecero a negare il permesso
ma solo qualche anno dopo ebbi la consapevolezza del luogo nel quale vivevo: ad 11 anni con altri bambini come me, uscimmo dalla bambagia del quartiere e prendemmo l'85, direzione centro, per andare a vedere il colosseo
ricordo distintamente ogni passo fatto su via dei fori imperiali, ce l'ho stampato dentro, e quando vedo dei turisti guardarsi intorno a bocca aperta, mi ritornano in mente quei momenti
ma a parte l'agiografia della roma monumentale vista con gli occhi del bambino, sono stati i pomeriggi e le mattinate post scuola a marchiare il mio rapporto con una città che non c'è più - ovvio - e che aveva molte cose positive da rimpiangere e moltissime altre negative da evitare
parto da queste: la droga e le armi
in moltissimi casi collegate, hanno devastato Roma in quegli anni
solo sotto casa mia (zona via delle cave) vidi con i miei occhi una decina di rapine a banche e gioiellerie, con un paio di morti ammazzati per strada
per non parlare dei fatti di acca larentia, ivo zini all'alberone e le decine e decine di bombe che esplodevano nelle sedi dell'msi, fra via noto a pontelungo e la stessa acca larentia
ed in ogni palazzo c'era una famiglia, anzi, più di una, che aveva un tossico dentro casa
roba pesante, eh: ero, non queste droghette pulitine (e forse, anzi, senza forse, molto più devastanti perché non ti danno quasi mai - e solo alla fine - la certezza di esserlo, tossico)
si moriva con l'ago in vena, molto spesso immersi nel proprio piscio e vomito, e vi assicuro che trovarsi un angelo caduto nel portone di casa, mentre con la cartella te ne vai a scuola, non era proprio il massimo della vita
ho passato, un pochino più grande, serate intere a chiacchierare con quello che cercava di spiegarti che cosa si provava, e lo faceva con le lacrime agli occhi mentre ti diceva "
Robe', è 'na merda, tiella sempre lontana da te" ed io non ripetevo più quella domanda che avevo fatto una volta "
Ma allora, perché ti fai?"
ero arrivato alla conclusione che gli mancasse qualcosa - i soldi, sempre - e che quel qualcosa non ci fosse da nessuna parte, soprattutto dentro di loro
c'era chi diventava tenero e ti diceva "
Non ve annate: fateme compagnia, che devo smalti'...se rientro a casa così mi' padre me gonfia"
e c'era quello che ti aspettava sotto casa e ti diceva, con gli occhi cattivi "
A' regazzi', ce l'hai un dindarolo?...beh, mo' vai su e me porti tutti i soldi, sennò domani ammazzo tu' sorella"
tu ti cacavi sotto ed eseguivi (fino ad un certo punto, però: una volta, ma ero già un 13enne che ne dimostrava almeno 16, salì e scesi con un martello in mano "
Se te rifai vivo te spacco la capoccia a martellate, stro
nzo")
Roma non era Scampia, ovvio, ma neanche il paradiso
diciamo che era un purgatorio nel quale avevi una scogliera di partenza (la tua famiglia) ed un altro paio - toh, tre - isole da raggiungere a nuoto: la scuola, le altre famiglie, l'oratorio
c'era un mare abbastanza tempestoso nel quale venivi adagiato da genitori che non potevano fare altro che lasciarti andare, sperando di vederti approdare dopo quelle 100 bracciate che dovevi imparare a dare da solo
e c'era una catena di solidarietà forse maggiore di oggi: nessun bambino era davvero solo, ogni famiglia si allargava a comprendere i figli del portiere (altra figura mitica e necessaria), quelli del lattaio, quelli della signora che lavorava fino a tardi e dovevano magna', quelli che rimanevano a fare i compiti a casa tua e "
Signora, je faccio un piatto de pasta e se lo viene a pija' alle nove"
non so se c'era più solidarietà, non lo so
so solo che le case erano più aperte, che c'era poco e quel poco se steccava sempre
quello che mi manca, tornando ad hidalgo, è il sapore di quel periodo che non è necessariamente collegato a Roma (chiunque è stato giovane, a Belluno, a Gela o a Lucca avrà vissuto cose simili, peggiori o migliori), seppure a Roma debba tanto, sia per lo stupore che ti prendeva scoprendola mano mano di più, che per l'enorme ventaglio di opportunità che ti offriva magari controvoglia oppure sottobanco
il fatto di ricordare con tenerezza anche momenti contingenti non proprio paradisiaci, inseriti nell'ovvia trasformazione che vivi quando passi dai 10 ai 18 anni (fisicamente, a scuola, con i tuoi amici, con le ragazze, con il gioco), mi fa pensare che Roma sia stato il posto migliore nel quale crescere, una vera palestra, una vera università
mi manca quel periodo, mi manca quella Roma