Paolo Conte cantava "è tutto un complesso di cose", che è la formula più azzeccata.
Prendiamo i commercialisti sciarpettati: materia complessa, per chi come me ci lavora, ancor più complessa per le peculiarità della Lazio. Cose che animano scontri a ditate nell'occhi tra professionisti di primissima qualità e conseguente fatturato. Eppure in tanti, apprese quattro minchiate sulla partita doppia, si sentono in grado di salire sul palchetto a pontificare, e magicamente, nel quotidiano laziale che impera da quattro lustri in qua, diventano pietra miliare della confutazione dell'operato presidenziale, come se per giudicare il calcio servissero competenze extracampo o addirittura occhiali speciali: i risultati raccontano tutto, senza inganno. Vinci, pareggi, perdi, prendi giocatori buoni o cattivi, eccetera. Qua invece la strategia extracampo si commenta e si giudica non avendo mai fatto un bilancio o un budget, manco di un condominio bifamiliare. Il segno dei tempi.
Che intendiamoci: cercare di capire è cosa buona e giusta.
Pensare di aver capito tutto però è peccato capitale.
Ci vuole umilté, diceva Sacchi