L'ho conosciuta qualche anno fa, ci siamo frequentati per alcuni mesi. Mi piaceva, ma non avevo voglia di costruire una relazione seria. O meglio, avevo bisogno di lei soltanto alcune ore al giorno. Stavamo bene insieme, c'era affinità. Ma mentre io eventualmente ero disposto a instaurare una relazione con gradualità, senza lasciarmi andare a concessioni delle quali in seguito mi sarei potuto pentire, lei mi voleva sempre più. Mi sono accorto che non stava bene.
Quando ero lontano da lei poteva capitare che mi mandasse dei messaggi sibillini, nei quali reclamava il mio aiuto. Io non capivo. Ci eravamo lasciati la sera prima o la mattina stessa entrambi sorridenti e pieni di ottimismo nei confronti del mondo, e magari lei il pomeriggio, di solito mentre stavo lavorando, mi mandava degli sms sempre più preoccupanti: da un vago 'non mi sento bene' che lei non era in grado di chiarire quando poi le telefonavo, alla minaccia di suicidarsi se non l'avessi raggiunta.
Per esperienza personale, ahimè, so che chi si vuole suicidare non te lo viene a dire, lo fa e basta. Perciò non ho avuto paura, dispiacere sì, perché una persona che utilizza un metodo così disperato per ottenere attenzione mi mette molta tristezza.
Così ho mollato il lavoro e sono andato da lei. Non parlava, voleva essere scopata. E siccome anche io lo facevo volentieri, le ho dato ciò che voleva. Poi, con calma, le ho spiegato che non l'avrebbe più dovuto fare. E dentro di me, mentre con lei usavo le parole più delicate che potessero venirmi in mente, già cercavo di immaginare la strategia meno dolorosa per disfarmi di lei.
Un po' mi disprezzavo per questa doppiezza; allo stesso tempo sentivo che l'esperienza con lei mi serviva per imparare a coltivare la crudeltà necessaria a non farsi mettere i piedi in testa, nei rapporti di coppia.
Ma più mi sembrava di controllare, di avere la situazione in pugno, più mi inguaiavo. Lei stava davvero male.
Accadde questo: mi aveva fatto leggere delle poesie che aveva scritto, anche a me piace scrivere, così ho pensato di portarle un romanzetto. Un dialogo tra un uomo e una donna, su una nave. Soltanto che le parole di lei, il personaggio femminile, non sono scritte, al loro posto c'è uno spazio bianco. Praticamente un monologo, o metà di una conversazione telefonica. Non avevo considerato un fatto, ovvero che il personaggio maschile utilizza la seconda persona singolare, creando a volte l'ambiguità che possa rivolgersi al lettore. Insomma, per farla breve lei ha deciso che il personaggio maschile fossi io e quello femminile lei. Le ho spiegato che quella storia l'avevo scritta molto prima di conoscerla. Gliel'ho ripetuto, ma ormai per lei c'era un'assoluta coincidenza tra noi due e i personaggi. Le frasi che lui diceva ero io a dirle. E ovviamente lei se l'era presa, convinta che fossero dirette a lei.
A posteriori sono conscio di aver commesso un errore grave. L'ho fatto per vanità, per il piacere di essere letto.
Da quel momento è stata una discesa nella follia.
Ho tergiversato per qualche giorno, non avevo il coraggio di mollarla ma lo dovevo fare e prima possibile. Un sabato viene a casa mia, di solito ero io ad andare. E' appena uscita dal parrucchiere, e anche se io trovo più eleganti le donne che danno poca importanza all'aspetto esteriore, so che s'è messa in tiro per me. La faccio sedere, le porto un bicchiere d'acqua, ci accendiamo una sigaretta. Dal mio comportamento ha già capito e con grande pena le do la notizia che tra di noi è finita.
(fine prima parte)