Atto quinto
Bobby aspettò pazientemente il momento giusto per entrare, che arrivò
quando vide una macchina lanciarsi velocemente verso il cancello ed
avviarsi verso la città. Uscì dal cespuglio dietro al quale si era
nascosto e cominciò una manovra di aggiramento di Villa Frisk per
studiarne meglio le caratteristiche. Il retro della casa dava su un
bosco che segnava l'inizio di un'altra collina, tutto all'interno del
parco. Una grandissima porta a vetri lasciava intravedere una stanza di
grandi dimensioni, che conteneva la cucina, una sala da pranzo ed una
per intrattenere gli ospiti, tutte parte dello stesso piano aperto.
Bobby cercò di penetrare usando la foto plastificata di Totti per aprire
l'ingresso posteriore, ma la porta era chiusa con diverse mandate. Pensò
di scardinare la porta con una delle piccole bombe al plastico che aveva
portato, ma decise di aspettare ancora un po' prima di usare
l'artiglieria pesante. Fu allora che notò, poco lontano, un portellone
di legno che sembrava appoggiato in diagonale, un lato sull'erba e
l'altro sul muro della casa, ad un'altezza di circa trenta centimetri da
terra. Era il classico ingresso che portava ad uno scantinato, ed era
tenuto chiuso unicamente da un piccolo gancio di metallo che finiva in
un anello attaccato al terreno. Bobby aprì il portellone senza
difficoltà e vide una rampa di scale che andavano verso il basso, dove
il buio regnava sovrano. Bobby estrasse gli occhiali 'Night Vision'
dallo zainetto, entrò nel buco, richiuse il portellone dietro di sé e
cominciò a scendere.
Malgrado gli occhiali a infrarossi Bobby vedeva pochissimo. Ma gli
occhiali ad infrarossi non erano fatti proprio per vedere al buio? 380
Euri, pensò Bobby. E' l'ultima volta che compro occhiali ad infrarossi
al mercato all'Alberone. Non aveva portato una torcia, gli occhiali a
infrarossi garantivano che poteva fare senza. Scese una ventina di
gradini, e capì che si trovava in uno di quei seminterrati adibiti a
sala divertimenti, o comunque abitati ed abitabili. Bobby ricordava
alcuni film americani dove questi 'basements' erano un classico, con un
frigo, un bagno, un tavolo da biliardo, un impianto stereo ed una TV di
fronte ad un divano. Per qualche motivo Bobby ebbe la sensazione che
questo seminterrato non fosse molto diverso. L'unica limitatissima fonte
di luce veniva da quella che Bobby pensò fosse una porta, chiusa, in
cima ad un'altra rampa di scale. CAZZO, IL CELLULARE, pensò Bobby. Cercò
a tastoni nelle sue tasche, lo estrasse e lo spense prima che lo scemo
rovinasse definitivamente tutti i suoi piani con un altro messaggio
delirante. Sentì il rumore di una macchina che parcheggiava.
Bobby aveva due possibilità: aspettare nello scantinato, che era buio e
in quanto tale non sembrava offrire importanti fonti di informazioni su
Anders Frisk, o aprire quella porta. Salì i gradini ad uno ad uno con
estrema cautela, tolse gli occhiali Night Vision (" 'fanculo", disse fra
sé e sé) ed aprì la porta un millimetro al minuto. Bobby commise il
grave, gravissimo errore, ora che la luce entrava liberamente nello
scantinato, di non guardare dietro di sé almeno per un attimo.
Entrò. Era in casa Frisk. La casa, Bobby si rese conto immediatamente,
era splendida. I muri bianchissimi, finestre gigantesche che davano sul
bosco illuminato dalle prime luci del sole, il soffitto altissimo ed un
soppalco, che sicuramente ospitava le stanze del piano superiore,
raggiungibile tramite una splendida scala di legno. Nella casa c'erano
tre colori preponderanti: il bianco dei muri, il legno dei mobili e
degli infissi, ed il nero delle rifiniture. Una specie di IKEA per
ricchi. La luce era quasi accecante. Sui muri c'erano dei dipinti, in
gran parte arte moderna di cui Bobby non riconobbe l'origine. Bobby si
avviò verso l'interno, spinto dall'adrenalina e dal terrore, un terrore
positivo ed irresistibile. Entrò in una grandissima cucina (la stessa
che aveva visto da fuori), dove tutto era acciaio inossidabile, i grandi
fornelli erano al centro della stanza con un aspiratore che ospitava
anche i ganci dove tenere tutti gli utensili, le pentole e le padelle.
Tutto, notò Bobby, era di una pulizia esasperata, sembrava una casa
finta, come fatta di una serie di stanze tipo quelle che si mostrano a
potenziali clienti a Moa Casa, dove Bobby aveva lavorato un anno per
aiutare una zia che vendeva cucine, ma molto, molto più grandi.
"Jag har väntat på dig" sussurrò una voce che proveniva da circa dieci
centimetri dietro a Bobby, il quale dallo spavento sentì il cuore
schizzargli all'interno del cranio, aggirarsi violentemente in cerca di
qualcosa, e tornare in basso all'incirca al centro del petto a velocità
supersonica, gli atrii ed i ventricoli riassemblati in fretta in
posizioni assolutamente casuali.
"Ti stavo aspettando", aggiunse Anders Frisk in italiano perfetto, il
sorriso da star di Hollywood che collideva con uno sguardo che avrebbe
atterrito Jack lo squartatore. Bobby aveva la sensazione che le sue
palpebre si sarebbero rifiutate di sbattere per i prossimi dodici anni.
Occhi spalancati, stomaco in gola, labbra secche e nessun muscolo in
grado di muoversi. "Siediti, ti faccio un caffé". Frisk indossava un
'lupetto' a collo alto grigio scuro, Armani o giù di lì, pantaloni
perfetti, neri, scarpe nere. Bobby lo avrebbe trovato bellissimo se
fosse stato in una situazione leggermente diversa. Non credeva ai suoi
occhi, ma ancor di più faceva fatica a comprendere i motivi che lo
spingevano a rimanere lì, a non fare nulla se non seguire le indicazioni
dell'arbitro svedese. Bobby si accomodò su un fantastico divano in
pelle, quando sentì un rumore provenire da dietro un muro. Come se fosse
uscito da uno stato ipnotico, Bobby si voltò improvvisamente verso la
zona da cui proveniva il rumore. Una porta, che Bobby non poteva vedere
perché era dietro ad un angolo, si aprì ed un uomo, ovviamente
svegliatosi da pochissimo, con indosso una giacca da camera di seta
leopardata, cortissima, così corta da togliere ogni dubbio sulla
possibilità che indossasse qualche altro capo di abbigliamento, entrò
stiracchiandosi, strofinandosi gli occhi per abituarli alla luce, poi
grattandosi i capelli arruffati. Bobby conosceva quest'uomo.
"Vedo che l'ospite è finalmente arrivato" disse l'uomo seminudo, mentre
si avviava verso uno dei tre lati della cucina, quello centrale, più
lungo, per versarsi un po' del caffé che nel frattempo stava uscendo
dalla Bialetti di Frisk.
Racalbuto.
Bobby non poteva crederci.
Racalbuto. Che cazzo ci fa Racalbuto a casa di Frisk. Bobby pensava di
impazzire. Non ricordava di aver assunto sostanze stupefacenti nelle
ultime 48 ore, e decise che c'era la possibilità che il colpo ricevuto
durante l'incidente stradale fosse responsabile delle allucinazioni che
stava avendo. Bobby non aveva finito di elaborare queste teorie
sull'impossibiltà di quanto stava accadendo quando un terzo uomo uscì
dalla stessa porta dalla quale era uscito un minuto prima Racalbuto.
Racalbuto, ma dai, Bobby, stai impazzendo, scappa da qua prima che sia
troppo tardi. Bobby ormai sentiva le voci, ma era paralizzato sul divano
di pelle nera. Il terzo uomo indossava un paio di boxer e nient'altro,
ed anche la sua, di faccia, non era sconosciuta. Ivanov. Come no,
Ivanov. Ivanov. Che cazzo ci fa Ivanov a casa Frisk. Bobby non muoveva
un muscolo, gli occhi ancora irrimediabilmente spalancati al punto da
far male, un dolore che non sentiva assolutamente. L'arbitro russo
ripercorse i passi di Racalbuto ed iniziò a prepararsi la colazione. "
'ngiorno", disse con assoluta /nonchalance/ rivolgendosi a Bobby con uno
sguardo di passaggio, come se Bobby avesse vissuto in quella casa per
almeno un paio di anni. Un incubo. Certo, Bobby aveva sognato tutta la
storia. I suoi incubi, evidentemente, erano saliti di livello. Dalle
azioni delle partite si era passati a scene di tipo diverso, ma il tema
non era cambiato moltissimo. Tutto, però, indicava che invece si
trattava di una atroce realtà. Bobby non ce la faceva più, doveva agire.
Pensò alla pasticca di cianuro. Poi pensò al coltello a serramanico ed
alle bombe carta. Non sarebbe stato facile, ma decise di attaccare i
tre, che erano di spalle, totalmente occupati a preparare le rispettive
colazioni ed il caffé per Bobby. Bobby infilò lentamente la mano nel suo
zainetto, sentì il coltello e le bombe carta. Li impugnò e si alzò
pronto a sferrare l'attacco. Non appena fu impiedi, sentì un colpo
tremendo alla nuca, cadde a terra e subito dopo non ci fu altro che il
buio. Il buio più assoluto.
Quando Bobby si risvegliò, la situazione era decisamente cambiata. Il
dolore alla nuca era tremendo, la vista decisamente imperfetta. Bobby
vedeva doppio e molto, molto sfuocato. Passarono alcuni minuti prima che
Bobby si rendesse conto che adesso era legato mani e piedi ad una sedia
e imbavagliato in modo da rendere difficile la respirazione. Bobby si
rese subito conto di essere stato torturato. Era nudo, e perdeva sangue
da decine di piccoli tagli superficiali orizzontali che partivano dalle
spalle, attraverso tutto il petto, e finivano all'altezza del bacino. Lo
scroto, già provato da esperienze sgradevoli, era stato perforato da
aghi spessi e lunghi, simili a quelli usati per l'agopuntura, o a quelli
che Bobby aveva visto usati in TV da uno di quei paragnosti per
impressionare il pubblico presente. Ma questo non fu lo shock più
grande. Bobby si rese conto di trovarsi di nuovo nello scantinato, ma
stavolta la luce era accesa. In realtà il seminterrato non era altro che
un appartamento nella casa, senza finestre se non per una minutissima
apertura vicino al soffitto, ma anche questo ben arredato e fornito di
tutte le amenità. Bobby scoprì tutti questi dettagli soltanto molto più
tardi, quando si riprese dallo sgomento in cui cadde quando si accorse
delle decorazioni presenti sulle pareti. Tutti i muri dell'appartamento,
senza esclusione, avevano al posto della carta da parati gigantografie
che mostravano fasi di gioco di partite di calcio. Non c'era un muro che
non fosse coperto da ingrandimenti addirittura superiori alla grandezza
naturale di calciatori in azione. Tutte le azioni mostravano fasi di
gioco di partite della Roma, e lentamente Bobby comprese quale fosse il
tema comune. La più grande di tutte le gigantografie, sul muro proprio
di fronte a lui, mostrava in bianco e nero Turone nel momento del
famigerato colpo di testa di Torino. 10 Maggio 1981, pensò Bobby.
Tutt'intorno, foto di altre azioni controverse, tutte quelle che Bobby
ricordava come decisioni arbitrali scandalose che avevano segnato la
storia della Roma da quando Bobby era in fasce. Era impossibile per
Bobby, stravolto com'era dal fatto di essersi risvegliato in un incubo
ancora più allucinante di quello che aveva lasciato al piano superiore,
ricordare bene tutti gli episodi. Tutti i muri erano un /collage/
irreale delle decisioni più aberranti della storia del calcio, tutte
prese contro la Roma. C'erano gol annullati in trasferte di Coppa, falli
laterali invertiti, rigori negati o irragionevolmente assegnati
all'avversario. Alla sua destra, sopra ad un piccolo comò, c'era il
rigore non dato da Messina per fallo di Deschamps su Gautieri; una foto
gigante di Zidane che colpisce con un pugno, impunito, Petruzzi durante
la stessa partita ricopriva completamente la porta del bagno. Un'altra
foto gigante, sul muro alla sua sinistra, mostrava Shevchenko in
barriera nell'atto di 'parare' una punizione a San Siro (ancora di
maggio, quando conta, Bobby non poté fare a meno di pensare...). In
un'altra gigantografia, questa su una parete che rientrava e finiva a
fianco del grande frigorifero, un fallo di fondo veniva trasformato in
corner da Racalbuto in un Roma-Inter terrificante. Un'altra immensa foto
di Van der Ende che espelle Wome, vicino ad una, anch'essa gigantesca,
in cui annulla un gol regolare a Del Vecchio in un Roma-Ateltico Madrid
di Coppa Uefa tappezzavano il soffitto. E c'erano anche le azioni che
avevano visitato gli incubi di Bobby la notte precedente, con Del
Vecchio a terra e Nedved che esulta dopo il fallo laterale invertito...
E via via, foto grandi, foto più piccole, non c'era un centimetro di
muro che non fosse dedicato ad un episodio chiaramente contrario ai
colori della Roma. Ma la cosa che mandò un brivido lungo e gelido giù
per la schiena di Bobby era che finalmente si trovava di fronte alla
prova. Bobby, la testa che si muoveva per dirigere lo sguardo,
lentamente, da una foto all'altra, era all'interno della Cappella
Sistina del Complotto. Era tutto calcolato. Tutto veniva deciso in
anticipo, e la casa di Frisk non era altro che un archivio, un album di
famiglia degli orrori perpetrati dalle giacchette nere. Il complotto che
da anni tutta Roma paventava, predicando nel deserto, era lì, davanti ai
suoi occhi, in tutto il suo squallore. Per motivi a lui sconosciuti, una
congrega di arbitri italiani ed internazionali aveva messo in atto un
piano che durava almeno da trent'anni che aveva come scopo unico
impedire alla Roma di raggiungere i successi che le competevano. Di
stabilirsi una volta per tutte come l'unica potenza calcistica mondiale,
il vero Real Madrid. Il Real Roma. Caput Mundi.
Sul tavolo di fronte a lui Bobby notò strisce di cocaina, siringhe,
cucchiaini ed altri attrezzi vari che non faticò a schedare come
finalizzati all'induzione di stati psicologici terribilmente alterati.
C'era stato decisamente un droga party, al quale probabilmente Bobby
aveva partecipato senza rendersene conto. Questi pensieri furono
improvvisamente distratti da suoni indistinguibili, simili a gemiti, che
provenivano da una stanza poco lontano. C'era una porta semi-aperta e
Bobby era sicuro che nella stanza ci fosse qualcuno, ma non riusciva a
vedere bene cosa stesse accadendo all'interno. La sedia su cui era
seduto, incredibilmente, era una di quelle sedie da ufficio con le
rotelle, e Bobby riuscì a spingersi in direzione della stanza. Ciò che
Bobby riuscì a intravedere, sia pur nel modo sfocato ed in perenne
movimento al quale si stava abituando, bastò per suscitare in lui una
eruzione vulcanica di rabbia, disgusto, terrore, pronta a sfociare in
una pura, completa e irreversibile perdita della ragione. Davanti ai
suoi occhi si stava consumando la più indescrivibile delle orgie
omosessuali mai immaginate, un miscuglio di atti omoerotici da far
sembrare Sodoma e Gomorra, in confronto, Assisi e Pietralcina. Ivanov e
Frisk erano avviluppati mentre il russo spruzzava spray abbronzante
sullo svedese, che in cambio gli cotonava i capelli. Pairetto e Bergamo,
anch'essi nudi, si toccavano a vicenda mentre leccavano quella che Bobby
sperava fosse panna montata dalla testa pelata di Collina, anche lui
nudo, mentre questi a sua volta leccava da dietro parti di Racalbuto che
erano parzialmente fuori dal campo visivo di Bobby, che per questo si
sentì di dover ringraziare il cielo. Nudo, seduto in un angolo, il
Presidente dell'UEFA Johansson si masturbava a dispetto di un'erezione a
dir poco problematica. Bobby non aveva più una goccia di sudore. Nessuno
gli avrebbe creduto, ma la cosa peggiore era che Bobby era sicuro che
non avrebbe vissuto abbastanza a lungo da poter raccontare ciò che aveva
visto. Certe cose al resto del mondo non arrivano. Bobby iniziò a
pensare a come prendere la notizia che la morte aveva finalmente
estratto il suo nome dal bussolotto.
Mentre Bobby veniva torturato, il garzone del latte cercava di decidere
a che punto sarebbe stato opportuno intervenire. Bobby meritava un po'
di sofferenza, non c'era dubbio, e la sua vita, al momento, non era in
pericolo. Quando poi il gruppo di pervertiti decise di iniettare
un'altra dose di morfina, il garzone capì che Bobby avrebbe perso
completamente i sensi e che il gruppo di sequestratori lo avrebbe
lasciato in pace per un po'. Non si tortura uno che dorme, si perde
tutto il gusto. Il garzone non reagì con eccessivo entusiasmo quando
vide quale fosse il passo successivo nel programma perverso dei
convenuti. Il porno etero lo infastidiva abbastanza di per sé, ed
assistere /live/ ad esibizioni sado-maso omosessuali non era certo in
cima alla sua lista dei modi preferiti per passare una serata, men che
meno una mattinata. Abbandonò per un momento la postazione e tornò al
suo furgone del latte, dove aveva lasciato tutto quello di cui avrebbe
avuto bisogno. Fece una bella passeggiata, respirò l'aria meravigliosa e
pura della Svezia occidentale. Tornò con passo risoluto ma non certo
veloce verso la casa, e trovò che la scena era più o meno la stessa che
aveva lasciato, eccezion fatta per Bobby, che ora aveva visto tutto. OK,
adesso possiamo agire. Il garzone estrasse il piccolo potentissimo tubo
di cloroformio, tolse il tappo e lo fece rotolare giù per la scala dal
portellone fuori in giardino. Guardò l'orologio, sapendo che entro
centottanta secondi tutti, nessuno escluso, sarebbero caduti in un sonno
profondissimo.
::: x :::
Il Dr. Erik Svensson, di turno quella mattina, capì subito che le
condizioni dello straniero che era stato abbandonato nudo davanti al
Pronto Soccorso dell'Ospedale di Goteborg (da una Volvo nera che si era
allontanata ad alta velocità, secondo un'infermiera), non erano tali da
destare eccessive preoccupazioni. Varie ferite, diverse fratture,
ipotermia e stato confusionale, la prognosi sarebbe stata di circa un
mese. Due cose, però non tornavano. La prima: le ferite avevano un
aspetto quanto meno singolare, e decisamente non erano spiegabili con
l'incidente stradale. Tagli paralleli, strani fori sulla parte inferiore
dello scroto, che era coperto da vistosi ematomi, bruciature di
sigaretta. La Polizia, convocata dal Dr. Svensson, non fu di molto
aiuto. L'italiano diceva di non ricordare niente e di non sapere cosa
fosse accaduto nelle 8 ore che separavano l'incidente dal ritrovamento
del corpo. Decisero che era stato colpito da trauma amnesico e che non
avrebbero mai saputo davvero chi lo avesse sottoposto a quelle
indicibili torture.
Bobby sapeva che non avrebbe raccontato a nessuno ciò che aveva visto,
per un milione di motivi. Chi avrebbe creduto alla sua storia, quando
lui stesso si trovava a dubitare seriamente del fatto che fosse
realmente accaduta? Tutti lo avrebbero deriso, il solito romanista
complottista, in più allucinato e forse drogato, pazzo al punto da
andare in Svezia ed entrare illegalmente in casa Frisk, delinquente,
feccia della società, pseudotifoso. Questa è la gente che rovina il
calcio. Ah, se solo sapessero, pensò Bobby... Oltretutto questa cosa di
dover ammettere un reato lo spaventava, e anche se andare in galera dopo
essere stati sicuri di morire rappresentava sicuramente un progresso,
lui era davvero sollevato all'idea di tornarsene a Roma il più presto
possibile, libero. Cambiato per sempre, ma libero.