Segnalo la lettura del seguente articolo "Abbiamo uno stadio" apparso oggi nell'inserto del Foglio. Il sottotitolo è decisamente forte: "I tifosi della (...) vedono il sogno avverarsi. Il terreno e le idee li mette Parnasi, lo stile risale a Nathan. Ma ora bisogna vincere."
Un paginone (il n. XII) fitto di riferimenti storici e culturali anche molto alti – si va da Nathan all'Eneide, passando per il pupone - tutto per sfidare le leggi della logica e della fisica di una notizia: vale a dire, dare per certo e avvenuto un fatto che è ancora incerto e (molto) di là da venire.
Il pezzo inizia raccontando della "estrema sofferenza pallonara di questi giorni – la Lazio, soprattutto c'è la Lazio lì spora a uno sputo dalla Juventus, con una squadra da far paura agli Ustascia croati da quanto è spietata e pugnace ( visto eh? ) – i tifosi giallorossi s'inebriano con la concretissima (???) prospettiva di avere entro il 2016 lo stadio dei desideri, quello sognato da lunghe generazioni di ultras che non ne potevano più di lasciare la curva sud ai laziali una domenica sì e una no ( infatti, di recente opportunamente e saggiamente chiusa ). Infatti, ci racconta della spesa dei pennarelli per cancellare ogni quindici giorni le scritte offensive vergate su muri e vetri dai grafomani biancocelesti (loro, peraltro, come ultras vantano di essere nati proprio nella sud, il che contribuisce a spiegare l'accanimento).
Poi si lamenta del fatto che una vaga idea di questi disagi può avercela chi nel 1988-89 ( il progetto dopo soltanto un quarto di secolo si propone di dare una soluzione a tutto questo ) era abbonato in sud ma doveva vedersi la partita in Nord, perché la sud era stata tirata giù in vista dei mondiali ( poi purtroppo ricostruita dalla stolta frenesia cementizia della nostra classe dirigente, ubriacata dei soldi delle "notti magiche" ). Ma continuiamo a leggere che "è la stagione del derby maledetto (perché? ), quello del dito alzato da Paolo di Canio contro i giallorossi formalmente in trasferta (ah, ora ricordiamo ...), incresciosamente depositati in uno spicchio di tribuna (no, precisamente era uno spicchio di curva sud, perché l'altra metà era in costruzione: fu un godimento in più vincere con quel manipolo di tifosi rattrappiti in quel pezzettuccio di curva). E poi ci racconta che l'anno successivo la Roma hanno dovuta seguirla al Flaminio (mmm che luogo pittoresco) e anche in quella circostanza il derby fuori casa furono costretti a vederlo da un lembo di Tribuna Tevere, malgrado al Flaminio la sud esistesse ma alcuni sciagurati della lega calcio, se non gli sbirri direttamente l'avevano consegnata ai laziali (qualcuno ricorda? ).
Insomma, si presenta un costruttore mosso da spirito mecenatizio visto che secondo le sue intenzioni "noi non facciamo beni di consumo immediato, verremo giudicati per quel che lasceremo di duraturo. E io voglio essere il pontiere di un modello non "parnasicentrico", ma condiviso con altri imprenditori, con la cittadinanza, le istituzioni, il mondo della cultura", che peraltro devono ancora essere avvertiti delle intenzioni del progetto, visto che ad ora siamo ancora alla firma di un memorandum di intesa tra una società privata e un costruttore. Ma "abbiamo uno stadio".
L'estensore del pezzo ci assicura delle intenzioni del progetto del nuovo stadio in cui si punta anche ad altri obiettivi, come quello di riportare in vita un antico ponte romano a tre archi nei pressi di Tordivalle che sovrasta il fosso di Valleranello, visto che l'obiettivo del costruttore è anche quello che intorno allo stadio sarà necessario ripulire, riparare, riqualificare. Penso all'antico ponte romano così come al depuratore di Tor di valle.
Commovente il finale, preparate i fazzoletti (so bene per cosa, ma preparateli). "le ultime parole spettano ai colori giallorossi, all'auspicio che l'inaugurazione dello stadio avvenga con Totti in campo e, perché no, sulla sua maglia cucito uno scudetto tricolore se non di più. Al resto penserà il genio dell'Urbe".
Buona notte e buona fortuna.