Se n'è andato in silenzio, dopo un'operazione che hanno definito "di routine", a nemmeno 68 anni.
Alvin Lee, il "padre" vero di centinaia di chitarristi anche tecnicamente più bravi, da Satriani in avanti, venuti dopo.
Leader e frontman del suo gruppo storico, i Ten Years After, creato insieme col fratello Rick Lee che suonava la batteria, col tastierista (non ne ricordo il nome) e col suo vecchio amico il bassista Leo Lyons che tutto il tempo dei concerti se ne stava laggiù piegato su se stesso a picchiare.
Un altro dei miei compagni musicali di una vita intera. Ho un'età che (ahinoi) mi consente di ricordare in presa diretta i Tre-Giorni-di-Pace-Amore-e-Musica di Woodstock. Non per esserci stato, ovviamente... ma per averli vissuti da quaggiù, da lontano, forse di riflesso. Da ragazzini e quasi da cospiratori, da un'Italia dove la musica era ancora Canzonissima, era Claudio Villa-Gianni Morandi-Rita Pavone, acquistando i dischi quasi di straforo, andando a vedere il film di Scorsese e Wadleigh due, tre, quattro volte in cinemini e pidocchietti fuorimano, come il Cinema Rialto che all'epoca era considerato no d'essai... de più.
Li invitarono a Woodstock, stato di New York, United States, Alvin Lee e i Ten Years After, anno 1969. E fra tutti fu proprio lui (e con lui quell'altro Inglese estremo, l'operaio del gas di Sheffield Joe Cocker e poi, vabbè... Jimi Hendrix) a spaccare. Più di tutti gli altri, più di Crosby-Still&Nash, più di Santana, più di Joan Baez e Ritchie Evans, più di Sly & the Family Stone, the Who, Arlo Guthrie, più di tutti.
Alto, biondo, bello. Fece "I'm goin' home" il suo pezzo-madre, il suo pezzo-feticcio già allora. Suonò e cantò "I'm goin' home" (perchè lui era chitarrista sublime ma aveva anche quella voce davvero fuori dal comune) con tutte le sue smorfie, le sue mossette, le grida, accompagnando con le pose e i movimenti del corpo, del viso e delle gambe ogni nota distorta, ogni "svisata", ogni urlo della sua Gibson big-red. Considerate che oggi qualsiasi chitarrista, pure quello dei Gazzosa, di Gigi d'Alessio o dei Pooh, hanno imparato a muoversi così... all'epoca fu lui il primo a ripiegarsi su se stesso mentre suonava, a serrare i denti, a soffrire attraverso le note che strappava da dentro la sua chitarra. Non lo faceva (ancora) nessuno allora, non Keith Richards, non Manolenta, non Jimmy Page che erano quasi "composti" mentre suonavano. Forse Pete Townsend, forse solo Carlos Santana.
Non era una star Alvin Lee, era un artigiano della musica. I Ten Years After si sciolsero addirittura nel 1973, lui era a disagio nel sentirsi considerato il fenomeno, non ci si ritrovava nel ruolo del virtuoso a tutti i costi, lui amava sopratutto la musica, suonare e mostrare un'espressività complessiva nei concerti. Continuò a lavorare, in giro per il mondo suonando quello che gli piaceva fare, da solo.
Sempre più soli, noi.