si può fare, dunque. i cinque anni di daspo comminati a tre giovani della curva nord per i cori e gli striscioni esibiti durante la partita di campionato con il catania - decisione assai ben accolta da quei tifosi che ambiscono al ripristino di livelli minimi di civiltà all'interno dello stadio olimpico e invece oltremodo osteggiata da quanti si battono da anni per le curve come aree affrancate dal dominio statuale: decisione quindi destinata ad acuire i conflitti interni alla tifoseria - dimostrano che anche in Italia è possibile muoversi sulla via delle responsabilità individuale. dei giocatori, dei tifosi, delle società
la responsabilità oggettiva, dobbiamo dirlo con chiarezza, è uno strumento evidentemente logoro, inadeguato, fondato su logiche ormai superate, su principi incapaci di cogliere i processi di trasformazione subiti dal calcio nell'ultimo quarto di secolo. la legge bosman, per ciò che riguarda i calciatori, gli sviluppi del movimento ultras, per quanto concerne le tifoserie, pongono la questione della responsabilità delle società di calcio in termini fondamentalmente non coniugabili con il vecchio principio della responsabilità oggettiva. generando, ad esempio, anche curiose contraddizioni: se si acopre che un calciatore fa uso di doping, per dire, si punirà il calciatore, se invece si scopre che un calciatore scommette sulla sua squadra, si puniranno il calciatore e la società di appartenenza. c'è logica in questa disparità?
soffermiamoci però sul problema del tifo. ci sono due fattori che rendono inadeguato e inefficace il principio della responsabilità oggettiva per risolvere la questione delle intemperanze delle tifoserie; ed entrambe questi fattori hanno a che fare con il consolidamento della compnente ultras. il principio della responsabilità oggettiva si basava a sua volta, se possiamo dire così, sul comune sentire, sulla affinità elettiva totale e assoluta tra pubblico e squadra. anzitutto, la squadra: non c'è niente, allo stadio, che il tifoso, o la tifoseria, possa o debba anteporre all'amore o al bene della sua squadra. valeva, vale tuttora, per i tifosi, non vale per gli ultras. molti faticano a capirlo, ma per gli ultras non è esattamente così, anzi non è affatto così. per gli ultras, all'amore per la squadra - che, sia chiaro, solitamente è anche maggiore di quanto non sia per gli altri tifosi - deve essere anteposto il coninvolgimento nel proprio gruppo, nella propria banda
senza addentrarci, ora, in riflessioni sulle sottoculture giovanili o sulla aggregazione antagonista, diciamo, semplicemente, che l'identità ultras sposta irreversibilmente la forma e la sostanza del rapporto tra tifo (e tifoso) e squadra. nella forma, ossia nel coinvolgimento, nei cori, negli slogan, nelle sciarpe, negli stendardi, nei movimenti, negli esodi; nella sostanza, nella fruizione che è coinvolgimento collettivo, di gruppo, passione "socializzata" o per meglio dire "di comunità". il tifo ultras sta nella realizzazione di questo ribaltamento: senza di esso non c'è tifo, non c'è squadra, non c'è passione. per capirci meglio, vogliamo dirlo? per un ultras della Lazio - e per un ultras della Lazio, va ribadito, la Lazio, simbolicamente, è la "vita" stessa - senza curva nord la Lazio "non esiste". illudersi di condizionare i comportamenti del "gruppo" o della "curva" facendo appello al bene della squadra è, appunto, soltanto una illusione. perché a fondamento del bene della squadra per ogni ultras c'è l'identità della curva stessa. smontare l'identità della curva significa, ne più ne meno, smontare il profilo, la forza, la natura stessa della squadra
ad accentuare poi l'inefficacia della responsabilità oggettiva c'è il secondo fattore, ovvero la componente cosiddetta politica che anima il tifo ultras. ormai da decenni intere generazioni di militanti (che amano dirsi) rivoluzionari vivono nello stadio, nelle curve, parte essenziale della propria attività antisistema. solitamente minoritari ma abitualmente egemoni, questi "militanti rivoluzionari", al prius ultras rispetto alla squadra aggiungono anche un prius, ben più forte e radicato, che possiamo dire ideologico. davvero qualcuno pensa, per restare alla curva nord, di riuscire a separare il tifo per la Lazio dalla lotta alla globalizzazione e alla società multietnica puntando sul "ricatto" del "bene della Lazio"? con franchezza, confondere la curva nord con un Lazio club non porta da nessuna parte
resta la via della responsabilità individuale. che forse si comincia a percorrere anche in Italia. nessun ricatto, nessuna resa dei conti collettiva, basta con i coinvolgimenti delle società. le scelte, i comportamenti, sono individuali. e individuali debbono essere le responsabilità. e le pene che ne possono conseguire. del resto, i militanti rivoluzionari hanno pagato, spesso, con la vita o con anni di carcere le proprie scelte. qualche anno di daspo non è poi gran che per chi sta lottando per cambiare il mondo