Con la dipartita di Califano (non mi è mai piaciuto chiamarlo "Er Califfo", non so perché) se ne va uno dei pochi brandelli rimasti della mia infanzia. So che qualcuno tra voi penserà che lo dico un po' troppo spesso, parlando di quelli che ci lasciano. In parte è vero. Fa parte del mio autismo sentimentale, allargare a dismisura i miei affetti. Ma distinguerei ciò che amo e ciò che scelgo da ciò che "è stato". De André, Branduardi, Dalla, Endrigo, Modugno, Capossela, Caputo li ho scelti, li ho amati, li amo ancora. Califano è un'altra storia, un altro capitolo della mia vita. Califano e Vanoni sono i viaggi in macchina, con la roulotte Elnagh trainata a fatica da una Ford Taunus del 1978, in giro per l'Europa. Califano e Vanoni, Vanoni e Califano. Erano le uniche audiocassette presenti in macchina. I nastri erano ricopiati dai vinili. Ogni tanto spuntava Dalla (Lato A, l'LP "Dalla", Lato B "Banana Republic"), poi c'era un'audiocassetta con Lato A i brani di Manfredi e Lato B Luciano Rossi (nientemeno). Poi "Il meglio di Enzo Jannacci" (si apriva con "Secondo te...che gusto c'è?" e si chiudeva con "Quelli che..."). E poco altro. C'erano audiocassette di marce scozzesi, che amava mio padre. Ma la musica che si ascoltava, per larga parte, era quella che amava mia madre: Califano e Vanoni, appunto. Poi sono arrivati gli Squallor, approdati in casa grazie alla diade "zio-cugino". Ma siamo già ai miei 10 anni. Fino a quell'età, in macchina si ascoltavano solo i due cantori della mala.
A casa, viceversa, la musica non si ascoltava. Il giradischi era sempre spento. Mio fratello e io ascoltavamo musica dal walkman, arrivato a casa nostra come regalo di una zia ricca che viveva a Parigi, anno 1982. Poi, sì, c'era un piccolo mangianastri ma non molto utilizzato, perlomeno negli anni della mia infanzia.
I viaggi, dicevo. È stato nelle estati passate in Jugoslavia, Ungheria, Spagna, Germania che ho conosciuto Califano. E ascoltato, tantissimo. Mio padre, paraculo, "Piercarlino", "Balla ba", "La vacanza di fine settimana", le aveva tutte censurate, nel senso che nel trasferimento dal vinile al nastro le aveva tolte. A 6, 7, 8 anni, non era roba che potevo ascoltare.
E mi piacevano, quei brani. Li sapevo a memoria, li ricordo ancora oggi: "Non so fare di più", "Io non piango", "Il campione", "L'ultima spiaggia", "Roma nuda", "E' la malinconia", "Gratta, gratta, amico mio", "La mia libertà", "Capodanno". Direi che queste erano, da bambino di 6/8 anni, le mie preferite.
Negli anni successivi, diciamo dai 10 anni in poi l'ho ascoltato pochissimo, fin quando alla fine degli anni '90, un mio caro amico mi fa..."T'interessa un concerto di Califano? Lo fa in un tendone a Centocelle. " "Sì, ma chi siamo?" – gli faccio io. "Tu e io. Non credo riusciremo a convincere qualcun altro". E ci andiamo. Presenti sotto quel tendone? Boh, forse 40 persone. Era la fine degli anni '90, Califano è da anni che non se lo intruppa più nessuno. L'ultima vera hit di successo fu "Io per amarti" del 1983. Dopo quel concerto ci prendiamo gusto e lo andiamo a rivedere, con altri amici, questa volta, cui facciamo ascoltare i suoi brani più belli nel corso delle settimane precedenti, in un pub di Ariccia. Anche qui, non siamo più di una cinquantina.
Poi arriva Fiorello e la sua imitazione e per Califano è una seconda giovinezza, da un punto di vista della notorietà e del successo, anche come cantante. Nei primi anni duemila, andai ad altri due concerti, uno al Fontanone, d'estate, un altro nello stabile di Via San Saba. Da 40/50 persone si passa a 300. Poi, sempre di più. Un crescendo, nonostante la voce vada sempre peggio, fino al 2008/2009 circa.
Penso che gli anni dal 2001 al 2008/2009 siano stati quelli di maggior successo dal caso Tortora in poi.
In tutto questo, ciò di cui sono stato più contento e fiero è di aver fatto conoscere tante sue canzoni a tutti i miei amici più cari, partiti da un peloso scetticismo e poi ricredutisi, tanto che ieri alcuni di loro sono andati alla camera ardente, mentre io stavo a farmi la Pasquetta fuori Roma.
Di Califano a me sono sempre e solo piaciute le sue canzoni. Diciamo una quarantina, su 1.200 scritte. Non le conosco tutte, ovviamente. Ma tutte quelle da lui cantate, sì. Tutta la letteratura e l'aneddotica relative al suo personaggio, le ho sempre classificate alla voce folklore, cabaret, macchietta.
Ovvio, qualche mezza risata me l'ha strappata nei suoi racconti. Ma poca roba. Una volta, però, mi fece molto ridere. Era il concerto al Fontanone, su ricordato. Un attimo prima che cantasse "Me 'nnamoro de te" aveva cominciato una querimonia sul fatto che "se sei romano (o se canti in romanesco) non puoi fare musica colta"...E allora giù improperi contro chi asserisce che le scuole cantautoriali possono essere strutturalmente solo milanesi (Gaber, Jannacci), emiliane (Dalla, Guccini), genovesi (Paoli, Tenco, Lauzi)...Soffermandosi proprio sulla scuola genovese e sulla loro rivendicata "superiorità", il loro snobbismo, il loro tirarsela oltremodo...A un certo punto va via la corrente e si spegne tutto...E lui, al buio, continua a cantare come se niente fosse...E finita la canzone dice..."Gino Paoli questo non l'avrebbe fatto..." E giù risate, anche le mie, quella volta. Manco a dirlo, è diventato un tormentone (tra i miei amici) ancora oggi a distanza di una dozzina d'anni...Magari quando uno di noi dice a un altro, chessò, "Ieri sono andato al cinema al Warner Village" l'altro risponde "Gino Paoli non l'avrebbe fatto"...Ma ce ne sarebbero un'infinità di tormentoni, più legati, però, ai versi delle sue canzoni. Le sue canzoni sono state prima i miei viaggi estivi dell'infanzia, poi le settimane bianche con gli amici dai 19 ai 25 anni circa...In macchina Califano, più di ogni altro. Durante l'anno, magari, non lo si ascoltava molto. Si preferiva Gaber, De André, Guccini, Le Orme, per restare agli italiani...Ma quando si stava tutti insieme era irrinunciabile portare in macchina 3 o 4 LP di Califano. Era il nostro ascolto collettivo di riferimento. Pure in seggiovia, si cantavano le sue canzoni.
Sono contento di essergli riuscito a dire alla fine di uno dei suoi concerti (era molto disponibile, va detto) che "L'ultima spiaggia", se l'avesse scritta uno dei mostri sacri della canzone, sarebbe assurta a monumento nazionale. Un po' mi diede ragione, un po' fece una smorfia quasi a voler dire: "In fondo, 'sti cazzi". In pubblico era molto più rancoroso e rivendicato di quanto non lo fosse nel privato, credo. Sapeva che, probabilmente, era riuscito a tirare fuori il massimo dal suo non eccelso talento.
Insomma, non è stato e non sarà mai nel mio Gotha, Franco Califano. Ma gli devo tanto, per quei viaggi dell'infanzia e per tanti momenti di felicità passati con gli amici, ad ascoltarlo, dal vivo o su nastro.
Come detto al principio: non l'ho scelto, semplicemente, per me: è stato.