Secondo me non ci conoscono.
Vuoi perché (come ad esempio Platini) hanno giocato in Italia quando noi eravamo nessuno, vuoi perché hanno padroni di tutt'altre colorazioni, e non perdono poi tanto tempo per esaminare questo curioso mondo, vuoi perché per loro oltre alle maglie a strisce esiste poco o nulla, sta di fatto che non sanno proprio chi siamo.
E sbagliano, perché meriteremmo un'indagine a parte. M'intendo di calcio, o almeno mi picco, e non solo del nostro orticello. Ma una realtà come quella nostra non l'ho mai trovata. Città con due squadre ce ne sono tante. Di norma, delle due l'una eclissa l'altra, a livello di successi. Basti pensare a Barcellona, Monaco, Liverpool, Rotterdam, Amburgo, Torino e dove ciò non accade, e la rilevanza è più o meno simile, più o meno simile è il trattamento riservato loro. A Manchester, Milano, Genova, le due squadre locali godono di pari stampa, di pari attenzioni. Addirittura a Torino, dove lo strapotere juventino è strabordante, la stampa locale dà al Toro pari dignità.
Qui abbiamo due squadre, dal palmarès simile. Laddove quelli là possono vantare uno scudetto in più e alcune coppe Italia, noi abbiamo più di un successo internazionale, mentre la loro bacheca è polverosamente vuota. A giudicare dalle presenze allo stadio, la differenza numerica a favor di essi risulta quantitativamente poco significativa. Anche se lo fosse, naturalmente non dovrebbe influenzare più di tanto le locali testate, né le locali redazioni sportive delle testate nazionali.
Si assiste invece ad una sproporzione di trattamento assurda, ridicola e fuori dal mondo, che raggiunge livelli di negazione storici, come nel caso del nostro recente avanzamento in Europa League e alla totale assenza (totale assenza, non ridotta presenza) delle informazioni su di noi. Scomparsi dalle prime pagine, relegati in angoletti sperduti all'interno, o in paragrafi sgomitanti tra le notizie di cucina e il gossip su Kate Middleton nei quotidiani online.
Un po' di rilevanza la guadagnamo quando i nostri tifosi fanno delle cazzate e, siccome anche dalla nostra non ci facciamo mancare niente, ecco che faticosamente raggiungiamo la ribalta delle prime pagine, quando ci si sanziona per qualcosa. Se proprio non c'è nulla, qualche inchiesta d'accatto su scommettitoti bulgari che ci tira in ballo non si nega a nessuno.
E' un fenomeno curioso, questo. A sentir loro, noi non dovremmo esistere, a giudicare dai loro commenti la Lazio dovrebbe essere una squadra di periferia (anzi di fuori Roma), con poche centinaia di tifosi nazisti sventolanti svastiche tra sieg-heil e agguati ad ebrei e neri che si avvicinino allo stadio, mentre i giocatori nell'intervallo si giocano l'over con gli zingari.
Ci ignorano, non ci conoscono, quando possono ci colpiscono, ma noi siamo qua. Come il caffé, più ci mandi giù, più ci tiriamo su. Anche se la realtà antagonista non rientra nei nostri canoni di approccio alla vita, se sei laziale ti trovi, volente o nolente, a diventare un pasdaran. A me non piace considerarmi scozzese in terra inglese, mi sento molto di più romano in terra romana, anche se loro non capiscono come questo sia possibile, stupidi beoti che vivono nel mito di un pupazzo sputacchiante di plastica e scambiano legionari con gladiatori perché - oltre ad essere scarsi in geografia, ma quello si può capire, perché al di fuori dal raccordo non è che abbiano molto frequentato - anche in storia non è che eccellano poi tanto...
Ma il non conoscerci può comportare delle controindicazioni. Esiste un momento in cui qualcosa fa crac. E noi ci si deve guardare negli occhi. Noi che - nel disinteresse generale - ci siamo fatti carico della battaglia contro il razzismo, odiati ed insultati da tutti, ma anche loro, i duri e puri che si scagliano contro le vetrate in cerca di un distinto da abbattere. Potrebbe essere questa la molla. Di fronte alle ingiustizie, alla disinformazione (non mi stancherò mai di indignarmi per quello che è successo al derby primavera, ma ancor più per l'omertà mafiosa che ne ha fatto seguito), all'informazione distorta, può essere questo un momento di catarsi, un momento di ripartenza.
Si inneggiava qui, o almeno si sperava, in maniera confusa perché mancante di interlocutori e di parti, ad un dialogo. Magari forse non c'è bisogno di dialogo, magari la presa di coscienza comune che il nemico non è al nostro interno ma fuori, che siamo in una stessa barca e che farla oscillare da una parte e dall'altra porta solo ad imbarcare acqua, magari questa presa di coscienza ce la inducono l'ineffabile suino e i nostri altrettanto ineffabili media. Basta capirci qui, loro devono capire che un coro romanista ebreo è una stronzata, epica e disgustosa, che non può essere un'affermazione di identità all'interno di uno stadio, perché non serve, è stupido, autolesionista e identifica come nemici altri laziali (tipo il resto dello stadio) che nemici certo non sono. Basta col vittimismo interno, il re (anzi le roi) è nudo, e non sta né in curva né nei distinti, ma grufola pasciuto in quei di Ginevra.
Non ci conoscono e non sanno che il laziale non è come loro, che non è certo con questi mezzi che ci faranno fuori, che anche il più cogl.ione, polemico e autolesionista (come il mio storico vicino di posto) alla fine se lo sfrucugli invece di chinare la testa si compatta, e magari si compatta proprio insieme al
caz.zone nazista dell'Illinois, che invece di guardarsi a sinistra e a destra magari guardano tutti e due davanti, e scopriranno finalmente che la merda ce l'hanno davanti, non di lato, e si comporteranno di conseguenza.
Il laziale non è come loro. Non ci hanno studiato e non ci capiscono. Purtroppo il laziale è abituato a lasciarsi sfuggire le occasioni, troppo intorcinato, troppo arrovellato a cercare di rendere difficili le cose quando sono invece così semplici.
Ecco, nel mio rigurgito di (forse) ingiustificato ottimismo, sia per i futuri risultati sul campo che sugli spalti, mi sento di chiudere con un appello che è una speranza: laziale, non perdere questa occasione, fai entrare dentro di te la gioia, quella vera, quella dell'aquila e del cielo biancoceleste, alza la testa, guarda in alto, che tanto a te nulla ti butta giù. E quando ti vedranno, ci vedranno, incazzati al punto giusto, allegri e fieri come le truppe di Gondor di fronte alle porte di Mordor (PS Gollum era uso frequentarlo, Mordor...), forse cominceranno a capirci. E sarà troppo tardi...
(troppa retorica? ma è un sogno, e in definitiva i sogni possono essere retorici quanto cazzo pare a loro...)