Citazione di: purple zack il 05 Giu 2013, 12:04
è il delirio di un uomo ferito. in realtà è un pezzo di fine letteratura, è la NEGAZIONE psicologica dei traumi
manuale di psicologia pag. 1
l'amore della mia vita mi ha mollato? non la amavo davvero, era rompiscatole, ti dirò che la ragazza con cui stavo prima contava di più, questa è stata il nulla
ecco, questo è il pezzo di Dotto. In realtà ci esalta cercando di annullarci nella sua mente.
il vero becerume è quel pezzo in cui va sul personale con Lotito, che rosicherebbe a parer suo. Quello è un insulto gratuito.
ma anche lì, altro che ammericani, iniziano a invidiarci Lotito...
Quoto Purple Zack e sono sulla stessa linea di Italic Bold.
L'articolo non mi ha fatto né caldo né freddo. E' il solito mangime da dare in pasto al popolo bue.
Dotto tasta il polso di un ammasso di persone che in realtà non tifano per una squadra di calcio. Tifano per loro stessi.
A differenza di ogni altro tifoso al mondo, il riomanista non tifa per vincere ma per poter andare in piazza e contarsi.
Non hanno capito che i festeggiamenti (fateci caso quanto usano questo sostantivo o l'espressione 'annamoafesteggià') sono un'appendice irrilevante per gli almanacchi della storia del calcio.
Trattasi di fissazione.
Loro pensano di essere i tifosi più tifosi del mondo perché sono più numerosi, come se l'esserlo fosse un valore; come se urlare, dipingere, clacsonare e insultare i rivali storici fosse il fine ultimo del tifoso di una squadra di calcio.
Mentre si tratta invece di colore, che nel loro caso diventa becerume iconografico.
Dotto ha ragione: noi non esistiamo, e neanche l'Inter, la Juve o Il Fulham.
Non esistiamo nel mondo parallelo dove si sono collocati loro. Dove li hanno lasciati collocare nel corso degli anni con il contributo dei poteri politici e mediatici.
Fuori dal calcio, dove invece la Lazio esiste, gioca, qualche volta vince, qualche volta perde.
Nessun'altra tifoseria al mondo avrebbe lasciato sola la sua squadra del cuore.
Perché il riomanista non tifa con il cuore.
Se avesse perso la Lazio, ci sarebbe stata invece una sciarpata, sarebbe stato mostrato l'orgoglio dell'esserci.
Perché la sconfitta fa parte dello sport. Ma loro non appartengono allo sport, il riomanista vive sotto ipnosi e ha persino smesso di cercare di penetrare in quel mondo dove tutti NOI - Laziali, interisti, veronesi, tifosi del Totthenam e dello Stoccarda - siamo, viviamo, giochiamo.
Loro sono out.
Il primo passo nel limbo (dove li metterebbe Dante - ma non mi ricordo se la puzza era contemplata) l'hanno compiuto il 14 maggio del 2000 alle 18.05: da un minuto dopo il nostro scudetto ad oggi è stato un perpetuarsi di terapie d'urto per entrare in un mondo che non li vuole.
E nel corso degli anni sono scivolati sempre più giù. Il campo da calcio, per loro, è un optional.
Le loro emozioni si accendo a tavolino, nella ricerca delle intercettazioni, sotto l'ombrellone e soprattutto nell'idolatria del loro capitano, mito di cartapesta continuamente celebrato al di là dei suoi effettivi meriti.
Il rancore e la rabbia che li pervade si manifesta proprio con il ridicolo richiamo alla dicotomia visibilità/invisibilità di cui parla Dotto - uno che ormai scrive solo corsivi, quindi pure lui fuori dal mestiere del giornalista vero. Dotto ha sempre le mani pulite, anch'egli pienamente collocato - in stato vegetativo - in un mondo parallelo).
A loro non rimangono che le provocazioni. Fuori dal tempio, cacciati dai risultati e per indisciplina mentale, sbraitano, fanno i gestacci, fingono di divertirsi, urlano alle congiure.
Ma sono fuori.
Nel tempio del calcio dove si gioca ci siamo noi insieme a tutti gli altri.