(Voglio aprire questo topic perché secondo me questo aspetto della questione merita un topic a parte rispetto a quelli in cui se ne parla sottolineando il rosicaggio altrui o la risposta cazzuta di Lotito.
Ovviamente, se i moderatori lo ritengono opportuno, lo accorperanno ad uno degli altri.)
La questione ormai non è più un derby, non è più una Coppa (alzatainfaccia), non è più una vittoria o una sconfitta.
Quella a cui stiamo assistendo è una resa dei conti finale.
Mai prima d'ora era stato pubblicato sul Corriere dello Sport un articolo così gratuitamente offensivo (perché non è di parte, non è uno sfottò, ma è un'offesa e nient'altro) nei confronti della Lazio.
Il corsivo di Dotto è un disperato tentativo di chi vorrebbe rilanciare l'offensiva assediato dentro il bunker di Berlino, con i sovietici che bussano alla porta e i suoi soldati che ormai non hanno più fiducia nei dettami inculcati con anni di propaganda.
Quelle parole in libertà, pubblicate sul principale quotidiano sportivo di Roma, sono una calla da dare in pasto al magnifico bobolo, che ha perso punti di riferimento, parole d'ordine, identità: non ci sono più i dirigenti storici e quelli che ci sono non hanno alcun legame con la città; non c'è più la Lazio sparring partner che fa la spola con la B, tanto utile a rafforzare l'idea di un'autoproclamata superiorità, ma anzi gli schiaffi cominciano a far male e anche i più bovini fra i rappresentanti della comunicazione giallorosica ormai sanno che negli ultimi dieci, quindici, venti, venticinque anni, la Lazio ha vinto di più. A Roma, in Italia, in Europa, La Lazio c'è stata di più.
E' venuto meno il mito della Curva più bella der monno, e non solo perché il 26 maggio, dieci minuti dopo il fischio finale, quel settore era completamente deserto e i giocatori della roma costretti a sfilare fra gli avversari completamente da soli, ma anche perché ululati razzisti e squalifiche sono piovute infine anche sul capo dei goliardici regazzi.
Per chi fingeva di aver dimenticato l'addio al calcio di Giannini o i simpatici striscioni sulle comuni iniziali e sulla comune fine auspicata per la Lazio e il Livorno, ammettiamolo, deve essere stato un bello shock.
Bruciati Zeman e Baldini non è rimasta nemmeno più la foglia di fico di essere rappresentanti del calcio pulito, quello che si oppone ai soprusi e al vento del nord. Ci credevano solo loro, ma ci credevano. Ce li avevano fatti crede', più che altro. Adesso gli resta Sabatini che fa gli impicci co i regazini e pija le stecche, e dopo essersi presi per culo da soli con Tom cinquecessi Di Benedetto, si devono attaccare a James mebuttoescappo Pallotta.
Si devono attaccare.
E' rimasto solo il totem, l'idolo di cartapesta, ma anche lui va verso i 38. L'erede designato non è all'altezza, e dopo capitan futurissimo Aquilani adesso pure capitan futuro va a finire che se lo giocano.
E così dicono che la Lazio è niente. Dopo aver utilizzato per anni la presenza della Lazio cullandosi nell'autoconvinzione che fosse una Laziotta, vittima designata, brutta, sporca e cattiva, messa apposta lì per far risaltare la loro bellezza e nobiltà, ma soprattutto la loro tantità, adesso dicono che la Lazio non esiste.
Gli è rimasta quest'ultima mossa. Un arrocco, l'ennesimo, costruito su una reciproca masturbazione mentale coltivata per decenni, fra un campionato d'agosto e le cocenti delusioni di maggio (di febbraio?), che l'amletico dubbio, l'atroce dilemma, riassume alla perfezione.
Perché non li ha sconvolti solo la pochezza del loro essere, lo sgretolarsi di sicurezze cementate con lo sputo e col Corriere dello Sport, quello che li ha davvero colpiti, questa volta, è stata la reazione della Lazio.
La reazione della Lazio.
Una cosa inconcepibile, che li ha mandati in tilt. Una cosa troppo difficile da accettare, per chi credeva che i biancocelesti sarebbero stati lì per sempre, cercando di non dare fastidio, buoni soltanto per marcare le differenze fra chi è buono e chi è cattivo, chi è numeroso e chi è sporadico, chi è erede dell'impero e chi burino. Un avversario pompato soltanto in occasione dei derby vinti dai giallorossi, che ogni vittoria deve essere mitologica, sennò il magnifico Bobolo che se magna?
Invece è successo qualcos'altro. In primis, i risultati sportivi hanno tolto argomenti al MinCulCaz giallorosso. Ma soprattutto la Lazio, squadra, tecnico, società, tifosi, ha mollato un colpo a sorpresa, un uppercut al fegato che li ha lasciati senza fiato.
La vittoria della Coppa Italia, l'ennesimo derby vinto, la difesa che Lotito ha fatto della nostra storia e la ritrovata sintonia con i tifosi che (anche quelli storicamente più critici) l'hanno apprezzata.
E poi l'aquila, un campione di livello mondiale come Klose, giocatori che danno la sensazione di avere la maglia (sempre sudata) cucita sulla pelle, e la Radio, la TV e la rivista ufficiale, e i 5.000 che si prendono Piazza di Spagna di fronte a migliaia di incuriositi turisti, e l'Europa che per il terzo anno consecutivo vede scendere in campo solo la Lazio in rappresentanza della capitale d'Italia.
E l'orgoglio di essere laziali.
Oggi, più che per l'ultimo scudetto, si respira in città l'orgoglio di chi ha scelto i colori del cielo. Qualcosa che non si aspettavano, qualcosa che non sanno come affrontare. Per questo annaspano, la loro unica difesa è la negazione ("la Lazio non esiste, non è niente, è un'invenzione").
Un po' come quando cadi in maniera maldestra davanti a tante persone con le quali volevi fare bella figura: pure se sei distrutto dal dolore ti rialzi e dici "Niente, non è niente".
Ma chi ti sta intorno, anche se non infierisce, lo capisce che hai preso una bella botta, che ti sei fatto male sul serio.
Perchè puoi minimizzare quanto vuoi ma una Coppa in faccia il segno lo lascia.
E questa volta hai paura, perchè lo sai pure te, che può essere per sempre.