nella stagione 1994-1995 la juventus vince la nona coppa italia. qualche anno dopo, nel 2001-2002 la juventus ha la possibilita' di vincere il decimo trofeo, ma viene sconfitta in finale dal parma. mai, durante tutto questo tempo, si e' sentito parlare della stella d'argento per la vittoria della decima coppa italia: ve la immaginate la juve, due stelle d'oro sul petto, a chiedere la stellina? ridicolo.
a chiedere il ridicolo premio ci pensera' anni dopo la ridicola squadra. la pletora di nani (e quando dico nani parlo a ragion veduta) e ballerine che circonda da sempre l'entourage giallorosso e che ne perora la causa con ogni mezzo necessario, fomenta la folla alla ricerca di un segnale distintivo che ne indichi una sua qualche supremazia. anni prima, le undici vittorie consecutive erano state celebrate come l'unico grande record della storia del calcio moderno, che mai nessuno avrebbe potuto intaccare, e mentre l'idea di un segnale distintivo che ne delimitasse i contorni eccezionali si faceva largo tra le menti vulcaniche dei nostri giallorossi alla tastiera, ecco che l'anno dopo l'inter di mancini, non consapevole dell'impossibilita' di vincere piu' di dieci partite consecutive, ne vinceva diciassette rovinando il giocattolo ai poveri cugini.
anno 2010, terza finale unica all'olimpico, l'anno prima dabo spolvero' l'angolino alla destra di castellazzi interrompendo un dualismo roma-inter che durava da quattro finali. la teoria e' quella espressa chiaramente da petkovic all'inizio della stagione: non si lascia perdere una competizione che si vince con cinque partite di cui quattro giocate in casa. la roma ha un calendario favorevole: triestina, poi la vincente di catania/genoa, poi la vincente di udinese/milan per andare in finale, in casa, a giocarsela presumibilmente contro l'inter. le prime due partite sono una passeggiata di salute, e in piu' da milano arriva una simpatica notizia: un gol di inler elimina il milan, il doppio confronto in semifinale e' con la piu' abbordabile udinese.
l'idea prende corpo, si inizia a spargere il germe. se ne inizia a parlare come se fosse un'idea del coni.
si arriva a fine aprile: la roma perde di misura a udine e raggiunge l'inter in finale di coppa italia. qualche giorno prima l'inter di mourinho aveva pareggiato a firenze una partita strana, iniziata tra i soliti veleni e sospetti di combine cavalcati dall'affidabile biascica di boris, e culminata con l'esultanza del guardalinee al momento del 2-2 di kroldrup che consente alla roma di passare in testa alla classifica a 6 giornate dalla fine, dopo una rincorsa impensabile fatta di una incredibile e irripetibile serie di portieri che si scansano e partite vinte con mezzo tiro in porta. in quel momento l'inter e' impegnata su tre fronti e sembra stanca, sfiancata da un campionato intero al vertice e dall'attesa della semifinale contro i marziani del barcellona in champions.
e' ovvio che per la roma, popolo giallorosso e stampa al completo, oramai e' solo una formalita'. la stagione e' trionfale, l'inter di mourinho scarichera' tutte le forze residue sulla champions, il campionato e' nelle solide mani giallorosse, la finale di coppa una mera formalita'. a quei rarissimi soggetti che predicano umilta' viene risposto "vojo pure la stelletta", l'unico scoglio e' il derby.
la roma non tira mai in porta, come spesso le e' accaduto nel girone di ritorno, non fa una azione che e' una, ma con un rigore e una punizione dal limite ma vince anche quello. la festa che ne segue e' indicativa: la roma ha vinto, c'e' solo da decidere su quale lato della maglia cucire lo scudetto e su quale la stelletta, oramai ufficialmente il premio dovuto per le dieci coppe italia, ed a chi fa sommessamente notare che e' un premio che non esiste e non e' mai esistito viene risposto "stai a rosica'".
bene.
l'inter di mourinho invece non molla niente di niente. al portoghese gli si puo' dire di tutto, ma non che non sia uomo con le palle. il 20 i nerazzurri, dati per morti dai nani, dalle ballerine e dai buffòni che affollano la corte, mettono il primo mattoncino per il triplete battendo 3-1 il barca. sette giorni dopo resistono al camp nou perdendo di misura. nel frattempo, pazzini. la settimana dopo, "oh nooo" con le reazioni scompostissime da parte delle memorie selettive di molti paladini dell'ultima ora della lealta' sportiva - e su questo ci torno dopo.
nessuno si spiega come mai, tre giorni dopo, il capitano di una squadra battibilissima da una lazio in palesissima difficolta' e in piena lotta per non retrocedere solleva il primo trofeo dello storico triplete battendo la squadra che tremare il mondo fa. la stelletta va in fumo, l'inter resiste vincendo le ultime due contro chievo e siena e, mentre prepara il trionfo in champions che avverra' una settimana dopo la fine del campionato, vince anche lo scudetto.
repentino cambio di strategia: la stelletta non esiste, e' un premio che fa ride, non viene neanche menzionata su wikipedia.
arriviamo a questa stagione. la roma arriva in finale di coppa italia al termine di un percorso -il famoso projecto- iniziato due anni fa dalla nuova dirigenza, da baldini e da luis enrique prima, zeman poi, per finire con andreazzoli. i richiami ai valori dello sport, alla cultura di un nuovo calcio e contro la schiavitu' del risultato sono rosolio per chi ha voglia di farsi prendere per il culo. la roma si ritrova quasi per caso in finale di coppa italia, eliminando l'inter grazie al posticipo della partita di quasi due mesi: a febbraio la roma era in piena crisi ed in mano ad uno zeman in odore di crisi mistica, mentre l'inter era in piena forma; due mesi dopo, la roma era una squadra con mille problemi ma con un problema in meno -zeman- e soprattutto aveva davanti un inter con mille problemi in piu', il che la rendeva abbordabilissima. la roma vola inaspettatamente in finale, dove la aspettava la lazio.
all'ultima di campionato la roma supera la lazio e le finisce davanti in campionato. le prospettive, o meglio, le certezze erano: vinciamo la coppa, andiamo in europa, siamo arrivati davanti in campionato e, gia' che ci siamo, la stelletta suggellera' la nostra superiorita' a imperitura memoria. vinciamo. si deve vincere. si DEVE vincere.
gia', ma el projecto? i valori dello sport? ma sti cazzi, si deve vincere, con ogni mezzo necessario.
e cosi', quando marchetti in preda ai crampi mette palla in fallo laterale [che' i crampi possono venire anche per la tensione nervosa; marchetti peraltro era uno dei minacciati prima del derby], la roma restituisce palla quasi all'altezza del calcio d'angolo e sale tutta a pressare. cosi', quando onazi finisce in terra in preda ai crampi, il loro capitano viene ammonito per proteste dovute al fatto che, a gioco fermo [un minuto dopo l'inizio dei crampi] l'arbitro concede al massaggiatore della lazio di entrare in campo e aiutare il nigeriano. cosi', la partita finisce e nessuno assiste alla premiazione, e le medaglie ricevute per il secondo posto vengono subito tolte dal collo. e cosi', per dire, i due kansas city 1927 non riescono a sdrammatizzare e scrivere una sola battuta sull'evento.
non sarete schiavi del risultato, ma siete schiavi di parecchie altre cose.
la contraerea parte, in ritardo e piuttosto stucchevole, e confusa. si cavalcano i soliti luoghi comuni: noi non esistiamo, non siamo tanti, non festeggiamo, non diamo fastidio. tutto volto a negare l'evidenza: non e' successo niente, la partita non si e' mai giocata, non abbiamo mai perso, non c'e' mai stata una squadra dal nome lazio, non non non, che e' come se il generale custer a little big horn avesse detto "indiani? qua? mai visti. e poi in america siamo arrivati prima noi". la buona prosa non puo' essere confusa con una scarsa, scarsissima vena, e la cattiveria che ne trasuda non puo' rientrare nelle prese in giro che dovrebbero caratterizzare i dopopartita, quelli che con un termine orrendo vengono definiti "sfotto'": non si e' mai visto che chi perde sfotte chi vince, quello era solo l'ennesimo, puerile tentativo di appropriarsi con il verbo di qualcosa che non c'e'. ma non e' il solo: c'e' stato chi, dopo dieci giorni di tentativi di ripresa in maniera alternative [automobilismo, pallacanestro] ha ricominciato ad alimentare il fuoco sacro del partially correct cercando di insinuare il germe del sospetto e della paura delle conseguenze di un'inchiesta vecchia di un anno nelle schiere di laziali festanti, riproponendo antichi sospetti come se fossero nuovi, ma rivelandosi in pubblico decisamente poco tranquillo. decisamente poca roba per chi come i laziali ha oramai la scorza durissima.
noi esistiamo, dal nove gennaio millenovecento, e nessuna campagna denigratoria ci fara' desistere dal rivendicare orgogliosamente la nostra nascita a piazza della liberta', a un passo dal tevere, nel cuore di roma, e le persone che hanno fatto nascere questa passione. noi sappiamo dove, quando e perche' siamo nati, sappiamo dove eravamo e dove siamo, conosciamo i nostri limiti e le nostre pecche, e questo rende difficile la perdita totale dell'equilibrio. i romanisti invece non sanno ne' dove, ne' quando sono nati, ne' se sono morti o se sono ancora vivi perche' aspettano che qualcuno glielo dica. si vergognano di chi li ha fatti nascere e di chi li ha fatto vincere, e nascondono la realta' fatta di piccoli successi e grandissime tranvate. una vita di rosicate, che il pur pessimo psy chiamerebbe "gnaw gnaw style".
io non so quando siete nati e in fondo non fa grande importanza, ma voi per me non siete morti il 26 maggio: avete solo vinto il campionato del mondo di rosicamento, ma non siete morti perche' ancora state a rosica'. per il derby perso, per l'europa, per la coppa italia, e per la stellina d'argento, la cui invenzione equivale ad inventare la medaglia per il quarto posto. roba tutta vostra. eppur si rosica, direbbe qualcuno.
un giorno di qualche anno voi fa siete nati, ma non avete ancora mai vissuto.