Decimo concerto del Boss per quel che mi riguarda. Durante l'attesa, in mezzo alla folla in fibrillazione, chi in piedi chi seduto, a un certo punto sento chiamare "COSMO". E chi ti trovo? lo springsteeniano doc Chirizzi. E' stato come contagiare con lo spirito di Lazionet una serata rock memorabile, ma proprio memorabile al di là del termine inflazionato tipo pure 'straordinario', 'indimenticabile'.
No, è proprio stato così. E ovviamente diverso da tutti gli altri concerti del Boss, anche recentissimi, che ho avuto la fortuna di vedere.
Che qualcosa bolliva in pentola lo annunciava già il chitarrista Nils Lofgren con un tweet pomeridiano in cui accennava a fantomatiche prove per una serata epica.
La partenza con "Spirit in the Night" di solito sistemata altrove nella scaletta è stato l'ennesimo indizio. Poi, bam:
Kitty's Back: Sensazionale (secondo me il pezzo migliore ieri, malgrado la leggenda che da lì a poco si sarebbe palesata) la prima canzone che ieri sera ha estratto da quell'album (The Wild, The Innocent and The E street Shuffle) che straconsiglio a tutti. Uno pensa: è stata solo una deviazione nel percorso comunque sempre inedito, sorprendente e crazy a cui ci abitua Bruce. Nessun concerto mai uguale all'altro; scaletta cambiata ogni volta anche grazie al gioco delle Requests.
E invece manco per niente. Arriva Incident on 57th Street che dimostra ancora una volta come quest'uomo sia stato capace di scrivere di tutto, fra alti e bassi per carità, ma la sua carriera è un viaggio nelle radici della musica e nelle sue mille sfaccettature.
Tanto per dire, ieri sera (ma è un'abitudine) Bruce e la E-Street hanno suonato Rock, Pop, Blues, Jazz, Soul, Folk. Sonorità roots, suoni irlandesi.
Dopo la festosa Rosalita avviene qualcosa di paragonabile all'apparizione dello Yeti: New York City Serenade con sette violini sul palco (canzone provata nel pomeriggio a quanto sembra nello studio di Morricone); canzone che ogni fan vorrebbe in ogni scaletta ma che lui avrà suonato si e no due volte negli ultimi 20 anni.
La richiesta fu fatta a Milano con tanto di coreografia e ieri eccola lì, rimessa a lustro, arricchita, solenne e con quel testo, così come molti dei suoi primi album, che è una sceneggiatura di un cortometraggio da noir metropolitano. Fra Scorsese e Walter Hill.
Questo il cuore pulsante di uno show senza tregua in cui viene bersagliato dall'euforia che lui stesso innesca e dal quale lui stesso viene contagiato in un continuo dare e ricevere promiscuo e liberatorio.
Sorprendente. Malgrado io parta già da casa sapendo che sarò sorpreso. Ma lui alza l'asticella quel tanto di più. Sempre.
Una menzione particolare alla band che di più rodate non ne conosco. Gente che si sputa ancora sulle mani e che porta con sé il retaggio di migliaia di serate nei bar a suonare di tutto, spesso improvvisando lì per lì con siparietti gustosi (vedere su youtube la versione di You Never Can Tell di Chuck Berry fatta a Monchengladbach).
Menzione nella menzione: il batterista. The Mighty Max Weinberg. A dispetto dell'età e delle vicissitudini che ha passato è il vero motore della E Street, inarrestabile, stantuffo continuo, senza pause. Bruce ogni tanto il fiato lo tira. Lui mai. Lì a picchiare come un forsennato, con gli occhi fissi sul Boss per cogliere ogni variazione, spunto, intuizione.
E poi vabbè, io pagherei il biglietto solo per sentire Born To Run.
Figuriamoci la Thunder Road acustica: noi e lui e la storia del rock. Sembrava di stare in salotto con 40.000 persone.
Il cazzegio furioso di Twist & Shout e Shout; i classici; le canzoni sulle donne torbide descritte con tossico romanticismo (She's the One, Candy's room). And many many more.
Tre ore e mezza. Nessun paragone con chiunque altro mi sembra possibile.