L'angolo del buonumore (Articoli divertenti - stagione 2013/2014)

Aperto da Biafra, 23 Giu 2013, 17:27

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Cialtron_Heston

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Giusto! La piu' maleodorante d'Europa  :)

Ma la faccia che c'ha?

"che è?"

"zitto e reggi questo"

genesis

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Anche De André sarebbe stato romanista. Non ce lo sapevate ? Sapevatecelo !

La squadra del cuore è la colonna sonora della vita. Non cambia mai e ti accompagna sempre. E il Genoa è stato la colonna sonora di uno che, a sua volta, è stato la colonna sonora per tanti: Fabrizio De André.

Che fosse genoano si sapeva, ma quanto e come lo fosse lo ha svelato il nostro Tonino Cagnucci nel suo ultimo libro. Si chiama "Il grifone fragile – Fabrizo De André, storia di un tifoso del Genoa" (Limina, 171 pagine, 16.90 euro) e potrebbe essere definito una biografia doppia, perché intreccia due vite: quella del cantautore e quella della sua squadra del cuore. Ma in realtà cercando una categorizzazione non si rende giustizia a un'opera che è un incontro di voci, sentimenti e storie che non possono non coinvolgere anche chi non è del Genoa e chi non è appassionato di De André. C'è anche un po' di Roma, con le parole di Turone e Zigoni. «La maglia del Genoa è una maglia di De André – dice "Zigo" - Ci sono maglie e maglie nel calcio, simboli e simboli. Secondo me tre sono più maglie di altre. Sono le maglie del Genoa, del Tori e della Roma, squadre espressioni del popolo, col rosso dei cuori, con gente sanguigna che se ne innamora». E Faber, figlio di un tifoso del Torino e genoano, se fosse nato a Roma sarebbe stato della Roma. Lo si può affermare con certezza dopo aver letto della sua avversione per la Juventus degli Agnelli («Ho una certa reticenza nell'identificarmi con chi vince»), espressione della logica del profitto, o per il Milan «plutocrate e pluridecorato». Lo striscione "Chi tifa Roma non perde mai" avrebbe potuto idearlo lui, nato nell'ultimo giorno in cui il Genoa è stato primo in classifica e "battezzato" allo stadio in un Genoa-Torino del 1947.

«Questa squadra che perde ma che ha con sé la gente». Sul 3-0 per il Torino, all'85', il Genoa segna due gol e prende un palo. Lui s'innamora dei rossoblù e così inizia questa biografia sì, doppia, ma non duplicata, perché le vite di De André e le vicende del Genoa non solo s'intrecciano, ma diventano la stessa cosa, insieme alle poesie in musica di Faber. Come quella bandiera che sventola in Gradinata Nord col ritratto del cantautore genovese. «Quindi genoano, perché Genova è il Genoa». Sì, sarebbe stato della Roma ma non ne avrebbe scritto un inno, come non lo ha fatto per la sua squadra. «Per fare canzoni bisogna conservare un certo distacco verso quello che scrivi, invece il Genoa mi coinvolge troppo». Un insegnamento più che mai attuale per questi tempi romanisti. Perché se una canzone diventa un inno lo decide la gente, non chi l'ha scritto. I genoani hanno scelto la sua "Crueza de' ma", che non parla del Genoa ma che è scritta in genovese, quindi in genoano.

Quanto lo coinvolgesse, lo raccontano Dori Ghezzi, i già citati Zigoni e Turone, Francesco Baccini, il capo storico dei tifosi del Genoa Pippo Spagnolo, un Gigi Riva degnissimo rappresentante dell'altro amore di De André, la Sardegna, e un Paolo Villaggio talmente sampdoriano da non accettare che si parli di De André come di un genoano. Ma scorrendo queste pagine tifose, quindi vere, ci trovi anche Pier Paolo Pasolini e Gigi Meroni (Genoa e Torino, appunto), simbolo di quella libertà che vola sopra a qualsiasi cosa. Anche sopra i vicoli di Genova, dove scorrendo nel libro ti sembra di perderti, o sopra lo stadio Ferraris, dove De André accompagna il Genoa in ogni partita. Non solo lì, perché poi ci sono anche le trasferte con un amico, tale Pinelli, forse anarchico, malato di diabete che ogni tanto deve fermarsi per un'iniezione d'insulina. Fino al "Giugno '73", il capitolo più coinvolgente del libro: De André si separa dalla prima moglie e lascia Genova.

Ma non poteva lasciare la sua squadra in B e così l'ultima partita allo stadio diventa quella della promozione in A. Poi la separazione. Dalla prima moglie e dal Genoa. Ma non dall'amore. Lo ritroverà in Dori Ghezzi e durante il rapimento ai rapitori chiederà i risultati delle partite dei rossoblù. Il libro è pieno di queste corrispondenze e di veri e propri tesori, come la lettera a Gesù Bambino in cui un giovanissimo Fabrizio chiede una maglia del Genoa e diari che contengono formazioni del Genoa, tabelle-salvezza, l'elenco degli squalificati delle squadre con cui i rossoblù avrebbero giocato la domenica successiva, ogni passo del Genoa annotato in maniera maniacale.

Tutte le emozioni del tifoso, della persona, del poeta De André crescono e vengono fatte crescere dalla penna dell'autore, la cui abilità è quella di riuscire fin dall'inizio a traccare un percorso da cui è difficile staccarsi. Sia perché coinvolge in maniera totale il lettore, sia perché ti dà la sensazione che tutto sia destinato a compersi all'arrivo. Ed è quasi appagante scoprire che è veramente così nell'ultimo capitolo, struggente ma che ti lascia un retrogusto dolce, di una storia che non è sul calcio ma che non puoi dire che sia "solo" sul calcio. Perché il calcio non è mai "solo" il calcio, è quella «fede laica che nasce da un bisogno infantile ma pure sempre umano». Ce l'ha insegnato Fabrizio De André.

Luca Pelosi per il quotidiano "il Romanista" del 21.07.2013

Che pena, usare Faber per parlare dei galacticos di tor bella monaca...

Flaminio

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Citazione di: genesis il 09 Set 2013, 16:48
Anche De André sarebbe stato romanista. Non ce lo sapevate ? Sapevatecelo !

(...) I genoani hanno scelto la sua "Crueza de' ma", che non parla del Genoa ma che è scritta in genovese, quindi in genoano.

(...)
Luca Pelosi per il quotidiano "il Romanista" del 21.07.2013

Che pena, usare Faber per parlare dei galacticos di tor bella monaca...

Quanto continua a faje male quella partita con la Samp...

COLDILANA61

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Siamo tutti riomanisti .

E' che non lo sapete . O non ve lo hanno mai detto .

tze tze (alla Bombolo) .


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De Andre' secondo me, piuttosto avrebbe preferito la Sampdoria.

Maremma Laziale

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De Andrè e cagnucci......................................De Andrè e cagnucci...........................De Andrè e cagn............................
No, vabbé per questo mondo non c'è più speranza.

blackdahlia

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Secondo me dobbiamo focalizzarci sulla effettiva perla di questo ammasso di stronzate spacciato per articolo:

" I genoani hanno scelto la sua "Crueza de' ma", che non parla del Genoa ma che è scritta in genovese, quindi in genoano."

Cioè, questo con un arzigogolo mentale, vuole comunicarci che la canzone scritta in genovese è genoana (secondo quale assunto...bah) e lo conferma con

«Quindi genoano, perché Genova è il Genoa»

Data questa premessa, abbiamo anche che:

"- Ci sono maglie e maglie nel calcio, simboli e simboli. Secondo me tre sono più maglie di altre. Sono le maglie del Genoa, del Tori e della Roma, squadre espressioni del popolo, col rosso dei cuori, con gente sanguigna che se ne innamora»." (zigoni)

Cosa dovrebbe inferire il lettore? Semplice, che a "Roma ce sta solo aaaamagggggica" e che è vera "esssssspresssione de romanità"

Roba che Gödel si farebbe morire d'inedia un'altra volta...




bellodecasa

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Al Tardini Totti vestì La maglia.
(10/09/2013-Cagnucci Tonino)

Totti è un numero, il 10. Ma lo è diventato. Francesco prima di essere a vent'anni il «Signor Totti» è stato soprattutto un 4 e un 8, un regista, un trequartista atipico, una mezzapunta, una punta, un attaccante, un centrocampista, persino un regista davanti alla difesa, Francesco era chi «giocava» con il pallone. Totti è un effetto ottico, un capolavoro manierista in cui c'è dentro un 10 da leggere, ma non lo vedi subito.
Cercate di guardarlo: Totti. C'è un'idea, dà la sensazione chiara di intravederlo. Tra le linee. È come quando devi fissare un puntino, un Andy Warhol  :), un Arcimboldi :) e poi vedi all'improvviso un'altra figura, ti si squaderna tutto, ti si apre un orizzonte come capita con uno dei suoi lanci. Tac, e capisci che quel puntino non era lui, ma qualcos'altro. Non quel 4, quell'8, quel 20, né tantomeno quel 17 marchiatogli da Carlos Bianchi. A un certo punto della sua carriera – e per un periodo nemmeno breve – Totti è stato persino un sequel felliniano, un 9 ½. Totti devi fissarlo :pp perché non lo vedi all'inizio. Il suo primo numero è stato addirittura il 16, a Brescia, il suo primo gol lo ha fatto con la maglia numero 9, quella di Pruzzo. Quella maglietta è finita nelle mani di un vigile di Los Angeles prima di essere ricomprata da un collezionista. Forse adesso sta nella teca di una biblioteca di qualche pianeta  :lol:, per rendere più affascinante il mistero delle prime maglie di Francesco (quella della Fortitudo era veramente tanto pesante e pizzicava più della lana). Tante, ma non la 10. La maglia è un ID nascosto sulla schiena: Best era il 7, Ardiles l'1, Tigana e Cruyff il 14, Paulo Roberto Falcão il 5, e poi c'è il 10 che – se possibile – è un identificativo più forte, perché innanzitutto – prima del singolo – (in)veste una razza di calciatori, quelli chiamati a trasformare il calcio, a trovare la mossa che cortocircuiti il computer impazzito a bordo, che scopra il vaccino per l'ultima influenza, che trasformi in mare una tavola di compensato.
La maglia numero 10 la devi saper portare, la devi saper meritare, se non vuoi passare per profano, persino per ladro, o, molto peggio, per raccomandato. Anche perché prima del calcio moderno i numeri di maglia che andavano dall'1 all'11 – quelli che dovevi veramente meritare e difendere – li potevi anche turnare, il terzino sinistro giocava col 3, c'era il ruolo: c'erano i ruoli e i posti di lavoro. Nel calcio moderno il numero è seriale, prefabbricato, scelto da 1 a 99 (sperando di non morire un giorno nelle centinaia) precariato. Francesco Totti, il numero 10 per eccellenza, è stato un 4, un 8, un 9, un 9 e ½, un 16, un 20, un 17... La maglia è un identificativo e Totti è un Ufo. Soprattutto appena avvistato, da ragazzino, non è stato facile vedere quello che pure aveva scritto nel nome: Totti è diventato un 10 pur essendolo sempre stato. Francesco è diventato se stesso.
La prima volta con la maglia numero 10 è un grande indizio sparso dalla storia: il 30 ottobre del 1994, a Parma, stadio Tardini. È ancora il cucciolo che Mazzone sta svezzando, un ragazzino che diventa rosso a sfiorarlo con lo sguardo, un diciottenne alla sua vera prima grande stagione. Indossa la numero 10 contro il Parma, finisce1-0 per il gol di Gianfranco Zola, un altro numero 10. Risultato e marcatore allo specchio: 1-0. Francesco è appena entrato nel paese delle meraviglie. Lo troverà meraviglioso un altro 30 ottobre quando segnerà la vittoria più storica – fino a quel momento – della Roma. A Madrid contro il Real, 1-0 col numero 10. Specchio, specchio delle mie brame... Qual è la formula magica per indossare quella maglia? Non c'è. È un percorso di crescita.  :sisisi: Gradoni e xoglioni. La numero 10 arriva tardi, arriva dopo l'esordio di Boskov, dopo i tre anni di Mazzone, dopo l'anno buttato di Bianchi. Giuseppe Giannini, il Principe, il Dieci, se ne è andato insieme a Mazzone, ma la   :sisisi: Carlitos-way ha imposto il divieto al naturale passaggio di consegne. C'è un anno vacante, come appeso a un numero che cercava il suo proprietariotipo un personaggio in cerca d'autore di Pirandello – apposta quella stagione Francesco ha rischiato di andare alla Sampdoria o al Cagliari (c'era pure il Tottenham che, visto la radice del nome :pp, poteva essere un bel destino e un autentico approdo visto che negli Spurs ha giocato il più grande 10 della storia dopo Totti: Glenn Hoddle). La numero 10 arriva tardi, arriva nella stagione 1997-98, soltanto con Zdenek Zeman, l'uomo che chissà perché sarebbe dovuto essere la negazione dei fantasisti, dei lampi, del numero 10.
Cazzatissime  ;). Pensateci, incluso il campionato dell'esordio, Francesco Totti il Dieci per definizione – tanto da farci gli spot – ha avuto un altro numero per cinque campionati: 1992-93, 1993-94, 1994-95, 1995-96, 1996- 97. E poi il 10 non se l'è preso: gliel'hanno dato. Lui non l'aveva chiesto, non l'avrebbe mai fatto, non ci avrebbe nemmeno pensato. L'idea fu di Abel Balbo, di Marco Delvecchio e di Gigi Di Biagio, piacque immediatamente a Zeman e al presidente Franco Sensi («era giusto che la prendesse Francesco quella maglia»). Francesco, invece, sembrava quasi non vedesse l'ora di darla a qualcuno, di darla via, come non fosse pronto a indossare un destino che pure aveva scelto già mille volte sin da ragazzino: "La regalerò al Principe, ma non pretendo che la appenda in camera. Sì, la prima che userò la regalerò a Giannini. Spero non la getti ma la usi, perché non credo che la moglie, Serena, gliela farà appendere in camera come feci io con la sua. A me basterebbe la indossasse,magari giocando solo a calcetto. Sinceramente non ci pensavo, credevo di avere la 20 che mi diede Mazzone. Lui, il tecnico a cui devo tutto, ha gestito il mio impiego creando anche polemiche, gli sono grato. Il 10 è un onore, ma so bene di essere ancora piccolo".
L'immagine è sempre la stessa, quella di un ragazzino della Fortitudo a cui hanno dato una maglia più grande. :sisisi: Il Piccolo Principe che si mette a contare i puntini, i soli, i mondi, si ritrova con la prima doppia cifra possibile nella vita, con la cifra più tonda che ci sia, con un impegno: un'identificazione. Il 10 è un io. Io. 10. Totti. Non è un caso che Francesco sia sbocciato una volta e per sempre con quel numero sulle spalle, da Zeman al Mondiale, passando per :sisisi: le Coppe, :sisisi: la Scarpa d'Oro, :sisisi: la classifica cannonieri,  :sisisi: le magie,  :sisisi: tutti i record e tutti quei numeri infiniti che sono compresi fra l'1 e lo 0. L'io di Totti è un 10. Per Francesco si è sempre trattato esattamente di questo: realizzarsi. E lo ha fatto il 17 giugno 2001 quando è diventato campione d'Italia. "Il momento più bello della mia carriera è stato il 2001, quando abbiamo vinto lo scudetto. Era un sogno che avevo da quando ero bambino e che sono riuscito a realizzare, anche perché come ho sempre detto vincere uno scudetto a Roma è come vincerne dieci da un'altra parte in Italia. Quando sei giovane pensi e speri di calpestare il prato dell'Olimpico, però era più un sogno che la realtà. A Roma poi... Erano vent'anni che non si vinceva un titolo e quando l'abbiamo fatto è scoppiato il delirio. La gente diventa pazza, non capisce più niente, farebbe qualsiasi cosa per questi colori". Pure lui. Quel giorno Francesco per quei colori ha fatto una cosa: ha vinto e ha pianto. Vito Scala: «È stata la prima volta che l'ho visto piangere». Totti si è sciolto in Francesco. È stato soprattutto un modo per vincere la sua timidezza, certe sue rigidità, più che la gioia della risposta, finalmente, a quelle chiacchiere di non aver mai vinto niente, di non essere mai decisivo... In quelle lacrime scorreva il senso di una vita, il racconto di una mamma: "Abitavamo a via Vetulonia, con i miei genitori. Stavano molto male tutti e due e io non volevo che Francesco vedesse i nonni soffrire, così lo portavo a giocare a pallone. Dapprima sotto casa, poi a sei anni alla Smit di Trastevere e poi più tardi alla Lodigiani. Ma si vedeva sin da piccolo che era forte di gambe. Quando aveva nove mesi siamo andati in villeggiatura sull'Adriatico, lui camminava già sulla spiaggia spingendo un pallone. Faceva ridere tutti, ho ancora le foto. Il pallone, lui, ce l'aveva dentro. Ma Francesco da piccolo pensava solo a giocare e a divertirsi. Lo accompagnavo in macchina agli allenamenti, prima due volte a settimana, poi quando è passato alla Lodigiani tutti i giorni. Da San Giovanni a San Basilio, ogni pomeriggio. Portavo lui e il suo compagno Giuseppe Capano. Non lavoravo, mi dedicavo ai miei figli e ai miei genitori. Finito l'allenamento lo accompagnavo al catechismo e gli imponevo di fare i compiti. Gli ripetevo: Francesco, tre sono le cose più importanti, la famiglia,  :sisisi: lo studio e il calcio. Se dovevo punirlo, gli vietavo di giocare a pallone e lui soffriva. Poi è passato alla Roma, ma noi siamo rimasti sempre con i piedi per terra, vivevamo questa avventura con serenità, senza affanni. Quante mamme deluse ho visto in quegli anni... Certo sono stati sacrifici, ma sacrifici d'amore che non mi sono pesati. E poi io pensavo sempre che era meglio portarlo fuori che tenerlo a casa con i nonni malati".
Francesco Totti è nato due volte, la seconda per giocare a pallone: a nove mesi – il tempo di una gravidanza – palleggiava. Ed è stata ancora sua madre a farlo nascere anche la seconda volta. Ecco perché gioca così bene a pallone: c'è tutto l'amore possibile in campo. Totti ha cominciato a giocare a pallone perché quella è stata la risposta di una madre alla morte. Una mamma che sceglie la vita, e quel giorno di giugno Francesco gliel'ha restituita. È una questione di maglia, quella che Fiorella faceva in attesa degli allenamenti, quella che gli infilava da ragazzino ragazzino, quella che Francesco doveva imparare a portare per sentirsi meno piccolo perché soltanto così i sogni si realizzano. È quello che Francesco quel giorno le restituisce, il senso di una vita: una maglietta numero 10: "Il venerdì sera Francesco mi ha detto: mamma, domenica all'Olimpico ti voglio vedere con la mia maglietta numero 10. «Ma stai scherzando? – gli ho risposto – tu lo sai che non mi va di mettermi in mostra, allo stadio mi conoscono tutti...». E lui insisteva. Quella notte pensavo: mio Dio, cosa devo fare? Mio figlio mi chiede questo, non posso deluderlo, ma come faccio ad arrivare lì con la maglietta addosso?! Alla fine l'ho accontentato e per non farmi riconoscere ho indossato un cappellino nero e gli occhiali scuri. Ero tesa, ma dentro di me molto serena. Quando l'ho visto entrare in campo, mi sono commossa. È stato come un flash, mi sono passate davanti, in un attimo, le immagini di Francesco piccolo che giocava a pallone, i suoi primi allenamenti. M'è tornato in mente quella volta che ancora ragazzino, quando aveva appena cominciato a giocare con la Roma, mi disse: voglio fare un gol l'ultima giornata dello scudetto. Io sono una donna riservata e semplice, sono schietta e mi piace dire tutto quello che penso. Odio le ipocrisie. Sono una donna serena e questa serenità, il mio cammino di fede, penso di essere riuscita a trasmetterli ai miei figli. Meriti? No, non ho nessun merito. Il merito è tutto di Francesco. Lui è bello e ricco dentro, ha un carattere così forte. Chi poteva immaginare tutto questo? Ma lui voleva arrivare e questo desiderio se lo teneva per sé, nemmeno noi ci siamo resi conti subito quanto era determinato. Sognava e il suo sogno s'è avverato. Poi ha fatto il gol e io ho avuto un attimo di sbandamento, tant'era la gioia. Mi è caduto il cappellino e tutti mi hanno riconosciuta. Guarda la mamma di Totti, urlavano. Ma era così bello... A fine partita sono esplosa, pensavo allo zio che non c'è più, era un tifoso romanista e come gli sarebbe piaciuto vedere Francesco. Pensavo ai nonni. Ho pianto".
Contro il Parma, una sera, un ragazzino indossò per la prima volta la maglia numero 10 della Roma sognando il giorno in cui tutti i suoi sogni si sarebbero potuti realizzare. Contro il Parma, un giorno, una mamma indosserà per la prima volta la maglia numero 10 della Roma. Quel giorno suo figlio se la toglierà dopo aver segnato il gol dello scudetto e, indicando la tribuna, gliela restituirà, urlandole: «È vostro, è vostro». Soltanto così i sogni si realizzano: diventando la stessa cosa. Mamma Roma.

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Ma perchè...
Ma perchè?!?!

Ma solo io mi sento abbastanza offeso dall'articolo di Gaber?
Mangiare anche sulla vita del più grande cantautore italiano.

Ma può Cagnucci scriverci un libro sopra...

Mio Dio...

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non ce l'ho fatta a finire l'articolo sul numero dieci.

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Citazione di: Zoppo il 10 Set 2013, 12:50
Ma perchè...
Ma perchè?!?!

Ma solo io mi sento abbastanza offeso dall'articolo di Gaber?
Mangiare anche sulla vita del più grande cantautore italiano.

Ma può Cagnucci scriverci un libro sopra...

Mio Dio...

Ci sto pensando anche io.
Passi che "dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior", ma questo e' veramente troppo.

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Citazione di: genesis il 09 Set 2013, 16:48
I genoani hanno scelto la sua "Crueza de' ma", che non parla del Genoa ma che è scritta in genovese, quindi in genoano.

Luca Pelosi per il quotidiano "il Romanista" del 21.07.2013

Che pena, usare Faber per parlare dei galacticos di tor bella monaca...

Crueza non è genovese, nè genoano e nemmeno italiano.
pelosì, dietro alla lavagna

http://lij.wikipedia.org/wiki/Cr%C3%AAuza

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Citazione di: simcar il 10 Set 2013, 13:00
non ce l'ho fatta a finire l'articolo sul numero dieci.

Aggiunta .

Come il topic su Lotito  :=))

RubinCarter

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Citazione di: bellodecasa il 10 Set 2013, 12:15

Risultato e marcatore allo specchio: 1-0.

A Madrid contro il Real, 1-0


tutti i record e tutti quei numeri infiniti che sono compresi fra l'1 e lo 0.



1 e 9 = 19
Lulic

1-0 Lulic


m.m.

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Sempre la stessa tonnellata di cazzate sul bolso spennapolli.

Lo pagano a cottimo, un centesimo a battuta, non c'è altra spiegazione.

Che vita grama, poveraccio.

valpa62

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Citazione di: bellodecasa il 10 Set 2013, 12:15
Al Tardini Totti vestì La maglia.
(10/09/2013-Cagnucci Tonino)

un capolavoro manierista in cui c'è dentro un 10 da leggere, ma non lo vedi subito.

cosa c'è di nascosto nel manierismo? è uno stile classicissimo che anzi si rifà anche troppo all'arte rinascimentale, alla bella maniera (Vasari) dei maestri rinascimentali...questo non conosce neanche i termini che usa, secondo me apre il vocabolario a caso e ci scrive qualcosa intorno

Aquila1

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Citazione di: simcar il 10 Set 2013, 13:00
non ce l'ho fatta a finire l'articolo sul numero dieci.
io l'ho sempre detto al contrario degli idolatri del cagnetto, è un logorroico annoiante a morte, è impossibile finire un suo "articolo" infarcito di errori stronzate e infinite ripetizioni. Quanto è lontana la Poesia di "c'è da fare sesso con la Lazio..." vetta inarrivabile per il nostro botolo ignorante

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