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www.laziopolis.itPer aver visto Piola giocare, e inevitabilmente ricordarselo, bisogna avere oggi settant'anni almeno. Ma noi raccontiamo una leggenda. E una leggenda ciascuno può immaginarla, ricostruirla, riviverla come vuole. Chi ha visto il grande Silvio, ha ascoltato qualche rara intervista, verso il tramonto della sua vita (morì il 4 ottobre del '96 poco dopo aver compiuto 83 anni), deve averlo considerato uno di quei gentiluomini di altri tempi, lontano mille miglia dai Ronaldo di oggi. In realtà, da quanto dicono le cronache, fu un centravanti rude, duro, spietato, l'autentico terrore delle difese, un incubo per i portieri, come raccontò Aldo Olivieri, il portiere che gli fu compagno nella nazionale campione del mondo del '38.
Dicevano che avesse un fisico bestiale, 1,80 d'altezza. Oggi lo si direbbe normale ma è chiaro che all'epoca, almeno per l'Italia, rappresentasse un'eccezione. I centravanti erano d'altro tipo, piccoli e sguscianti, in un calcio che andava piano come una "topolino". Lui, Piola, cambiò il ruolo, diventò il rodomonte, lo spaccareti, l'indomabile: non disdegnava usare i gomiti appuntiti. Cambiò il calcio, perfino. Perché aveva gamba, come si dice ora. E tutti si adeguarono a far girare più rapida anche la palla. Ecco, immaginiamo questo ragazzo che esordisce a 16 anni in A nella Pro Vercelli e va a sbattere contro un centromediano bresciano che gli urla più o meno "Se entri in area ti spacco le gambe". Lui perplesso, forse impaurito, che lo va subito a riferire al leggendario capitano vercellese Ardissone. E quello che indovinate un po' cosa gli risponde? "Se non ti butti subito nella mischia le gambe te le spezzo io" . Oggi sarebbe corso davanti ai microfoni del dopo-partita a denunciare le minacce dell'avversario e ne sarebbe nato un polverone da scomodare legioni di opinionisti. Lui diventò semplicemente Piola.
LAZIO FELICITA'. A cent'anni dalla nascita (a Robbio in Lomellina, 12 chilometri da Vercelli) la Lazio ricorderà con una mostra allestita allo stadio Olimpico dal 4 ottobre le nove stagioni che Piola trascorse in biancoceleste, dal '34 al '43. La storia forse vi sarà nota: il ventenne Silvio, salito al proscenio dei bomber, era appetito dalle grandi squadre del Nord, in particolare dall'Ambrosiana. Ma doveva fare il servizio militare e il segretario amministrativo del partito fascista Marinelli impose alla Pro Vercelli di spedirlo alla Farnesina a Roma e di farlo giocare nella Lazio. Che lo pagò comunque ben 250.000 lire e gli concesse uno stipendio da 5.000, roba da comprarsi subito una macchina: e allora perfino i calciatori giravano a malapena in tram.
"Da imposizione che era, quel trasferimento fu la mia fortuna – ha sempre raccontato Silvio – Furono gli anni più dolci della mia vita, diventai famoso, la gente mi adorava, ricevevo ogni giorno pacchi di lettere. Indossata quella maglia mi sentii un leone, mi entrò nel petto una forza nuova". Un autista del tramvai ogni volta che lo vedeva uscire di casa fermava il mezzo in strada per correre ad offrirgli il caffè, aveva stuoli di ragazze alle calcagna. Il futuro regista Ennio De Concini, a 10 anni prese carta e penna gli scrisse una poesia: "Piola ti amo, una roba un po' infantile. Lui mi rispose con una foto con dedica". Rapportate questo a oggi..."Vent'anni dopo, nel '52 quando stava per smettere, lo portai sullo schermo per il film Gli 11 moschettieri, dedicato agli azzurri che dominarono gli anni '30. Gli chiesi di inventarmi lì per lì un'acrobazia: non fece una piega e con una straordinaria eleganza si produsse in una rovesciata". Quarant'anni e non mostrarli.
Con la maglia della Lazio realizzò 148 gol (di cui 6 in Coppa Italia), quasi la metà del suo bottino complessivo di 290 in serie A. Aveva una tecnica notevole, segnava da lontano e da vicino, era fortissimo di testa e soprattutto in acrobazia: scardinava ogni avversario diretto, allora si marcava a uomo e lui era un grosso problema per tutti. Epico è rimasto un derby delicatissimo (16 marzo '41: foto concessa dal centro studi Novegennaiomillenovecento): Lazio terz'ultima, Roma appena due punti più su (e l'anno dopo avrebbe vinto lo scudetto, che strano!). Beh, Piola in uno scontro con Acerbi si procurò un taglio alla testa, lo portarono negli spogliatoi, quattro punti di sutura ma volle rientrare comunque visto che allora non c'erano sostituzioni. Fu spostato all'ala sinistra ma nel finale di primo tempo si gettò, essì di testa, su un cross di Zironi, e firmò quel gol col sangue che riprese a zampillargli dalla benda. Il medico voleva farlo smettere ma lui non se ne dette per inteso e a dieci minuti dal termine tagliò in due la difesa fiondando nell'angolino il raddoppio. Così si diventa leggenda.
NUMERI UNICI. Tra i mille aneddoti che hanno accompagnato la carriera di Piola, c'è la sua passione per la caccia. Bob Lovati raccontava che ci andasse anche la notte prima della partita, rientrando alle tre ma poi giocando alla grande il giorno dopo. Di certo si presentò completamente vestito da cacciatore, con stivali, doppietta, cartucciera e cane al guinzaglio a una riunione convocata in tutta fretta dal presidente Zenobi nella centralissima sede di via Frattina: "Non ho fatto in tempo a cambiarmi e volevo essere puntuale!". Ed era a caccia nei boschi quando il compagno Blason corse a cercarlo per comunicargli la prima convocazione in nazionale A, per il match difficilissimo contro l'Austria (Meazza si era infortunato): credendo a uno scherzo, minacciò di tirargli una schioppettata. Due le tirò davvero agli austriaci al Prater di Vienna quel 21 marzo del '35, esordio con doppietta, leggenda che si espande in nazionale. Già, perché Piola in azzurro ha segnato 30 gol in 34 partite, fate voi la media stratosferica. E fu decisivo nel Mondiale del '38, campione del mondo e capocannoniere con 5 reti. Con i parastinchi portafortuna regalatigli dal presidente Zenobi: "So' foderati da stecche d'alluminio, dentro ce stà tutto er core della Lazio". Come racconta Mario Pennacchia che di quegli anni fu giovanissimo testimone.
Piola vinse un Mondiale, mai uno scudetto. Fu due volte capocannoniere, nel '37 e nel '43 con la maglia della Lazio, con 290 gol è lassù inavvicinabile. Ventuno tornei di A (Pro Vercelli, Lazio, poi Juventus e infine Novara). Sei gol in una partita (Pro Vercelli-Fiorentina), record diviso con Sivori. Primatodi anzianità: ultimo gol, segnato a un altro Buffon, in Novara-Milan 1-1 a 40 anni, 4 mesi e 8 giorni. Diede l'addio alla nazionale a 39 anni contro l'Inghilterra nel 1952. Inghilterra che non riuscì mai a battere ma cui è legato un curioso episodio. A San Siro il 13 maggio del '39: "Su un pallone spiovente – raccontò proprio lui – mi preparavo alla rovesciata ma il difensore Cullis mi pressava. Fu un attimo. Solo col pugno avrei potuto girare in porta quel pallone e lo feci. Sentii un urlo e con stupore vidi l'arbitro tedesco che convalidava". Era un'amichevole e gli inglesi pareggiarono 2-2 allo scadere. Il tutto 47 anni prima della mano de Dios di Maradona.
Ecco, questa è la sintesi della storia di un mito del calcio. Che ha giocato a lungo nella Lazio, che è tuttora la Lazio. L'odierna giocherà contro la Fiorentina con la maglia celeste chiaro che riproduce quella del '41. Un omaggio doveroso al centenario di un fuoriclasse. "Non avrebbe mai lasciato la Lazio se non ci fosse stata la guerra e la voglia di crearsi una famiglia, questa maglia se la sentiva sulla pelle", ripete la figlia Paola. E tanto basta a riempirci d'orgoglio.
Vincenzo Cerracchio