NineTenEightEight, in questi casi non posso far altro che postarti una mia riflessione, fatta proprio su questo forum un fottìo di tempo fa.
Te la copincollo per comodità.
Una chiacchierata a tarda notte innesca sempre qualcosa di pericoloso. Stavolta è stata una profonda riflessione sul dolore, sulle delusioni, o più semplicemente, se preferite, sulle tranvate.
Vi avverto subito che l'argomento è difficile e il post è noioso, così quelli che mi leggeranno lo faranno perché, come me, in qualche modo accettano di soffrire.
Chiarisco che non mi piace soffrire, che non voglio soffrire e che spero di avere un esistenza serena nei secoli dei secoli.
Tuttavia ricordo come i momenti emotivamente più intensi della mia vita (paragonabili solo a quelli legati all'innamoramento), quelli passati a leccarmi le ferite.
Credo veramente che alcune persone, ed io tra queste, sentano il bisogno di sentirsi "gli ultimi fra gli ultimi", cullarsi nell'insuccesso e nella frustrazione, prima di reagire, anche vigorosamente.
Non so se conoscete la canzone di De Gregori "Povero Me".
Ebbene, io in certe fasi della vita, mi sono riconosciuto in quella canzone e ne ho tratto quasi un senso di sollievo.
Quando somatizzi la sconfitta, ti accorgi che tra prendere uno schiaffo in faccia oppure due, non è che ci sia tutta questa differenza.
Io lascio che il mondo infierisca su di me, mi cullo nella mia infelicità, e poi ricomincio ad apprezzare tutto, pure una cosa semplice come la colazione al Bar.
Non mi fraintendete, non è che voglio soffrire, anzi.
Rispetto profondamente le sofferenze altrui, ma se penso alle mie, non ricordo un altro momento in cui mi sono sentito tanto vivo. Forse, come dicevo, solo l'innamoramento mi da una scossa simile. Ma in quel caso è la "connessione" con un' altra persona che ti accende.
Nella sofferenza dovuta ad una delusione amorosa, o alla rottura di un'amicizia, si raggiunge una tale sintonia con se stessi che altera la sensibilità, amplifica le sensazioni.
Attenzione però: non è una sofferenza che provoca piacere o che manifesta un disagio. Non la devi cercare. Ti trova lei, la devi solo cullare.
Non tutti ne siamo capaci, ma tra quelli che ne sono capaci, c'è chi assapora il gusto amaro della sconfitta.
Non mi sto inventando niente, ci sono secoli di storia della letteratura che non parlano d'altro! Pensate all'amore romantico, Tristano e Isotta, che giungono a sublimare il loro amore amando l'ostacolo che a questo si frappone.
Se Beatrice fosse stata la signora Alighieri, forse Dante non avrebbe attraversato l'Inferno per poterne scrivere.
I diari degli adolescenti di mezzo mondo, e quasi tutte le canzoni di Giggi D'Alessio, si nutrono di questa sofferenza.
Alti e bassi. Esaltazione e compatimento piuttosto che uno stato di diffusa felicità parziale.
Come si può biasimare chi cerca i fossi o le alte vette? Forse avete imparato ad apprezzare la collina, o forse è una dote innata in voi, ma non siamo tutti uguali. C'è pure chi in collina si annoia e mica gli si può imputare il fatto di essere sbagliato.
Quando sei solo con te stesso, sei irriducibilmente te stesso!
E a me 'sta cosa piace, che ve devo dì.
Che poi, diciamocelo: se non fosse una sindrome collettiva, questa del doversi fare del male e cadere per sfruttare il rimbalzo in alto, alcune ditte, come la "Nutella" dimezzerebbero il fatturato.
Io soffro anche per rilanciare l'economia.