Leggo spesso considerazioni su come dovrebbe essere la comunicazione della Lazio è voglio dare il mio contributo. Che è anche professionale: per mestiere parlo con i responsabili della comunicazione delle grandi aziende italiane. Li aiutiamo a capire come districarsi in un mondo dove la sorgente delle notizie è sempre più delocalizzata e di come sia più difficile tutelare i marchi di fronte ad un mondo impazzito.
E' più difficile ma è anche più importante: oggi, a differenza di un tempo, il prodotto, il prezzo, la localizzazione, l'informazione e la tecnologia sono asset letteralmente nelle mani "della gente" ed è "la gente" che decreta il successo o la fine di un'iniziativa imprenditoriale.
Un caso come quello di Minala ne è l'esempio: non c'è un buco nella diga che si può tappare. La sorgente è ovunque. Sono i tifosi di di tutti i colori a diffondere i lazzi sul ragazzo. A me la notizia è arrivata ieri mattina da un collega francese: ha fatto il giro del mondo prima di arrivare in Italia. E' una sintesi di razzismo, bullismo, voglia di fare la battuta facile. Tutte le grandi aziende fronteggiano questa situazione ma poche sono attrezzate e, per farlo, hanno investito moltissimo. Penso ai grandi marchi, non certo alle società di calcio che fatturano qualce decina di milioni. Parliamo di 10B+.
Per le piccole realtà (come sono TUTTE le società di calcio) l'unica strada è costruire una relazione di sinergia con i propri sostenitori. Gli occhi sui media dobbiamo tenerli aperti noi. Comunicare con la società, dobbiamo farlo noi. Chiedere, privatamente, di intervenire è nostro compito. Dobbiamo remare nel verso in cui remeremmo se fossimo ALL'INTERNO della Lazio.
Piuttosto che lamentarci della comunicazione, dovremmo contattarla e chiedere di intervenire quando può. E quando non può, come sui social, dobbiamo intervenire noi.