Ogni maledetta domenica senza allegria.
Di Oliviero Beha!Il Fatto Quotidiano
Le figurine del campionato non emozionano, la Lazio vola prima di avversarie. Il livello del torneo è scarso, gli eroi in pantaloncini somigliano a fredde sagome da computer
Nell'ultima giornata di campionato, escluso lo strascico napoletano per "barbieri" che allunga il campionato come un elastico televisivo che poi ti ritorna addosso, sono rimasto colpito da un'immagine speciale. Trattavasi di Cassano, in Inter-Sampdoria, nel primo tempo. Lui che dopo aver servito sulla destra qualcuno (Guberti? Koman? Un altro compagno? Boh) da metà campo come un furetto mulinava le sue gambette solide ma corte fino ai limiti dell'area di rigore per cercare senza successo di impattare un pallone di ritorno. Diluviava. Ero davanti alla tv. Il meglio che mi sono riuscito a dire è: grande Cassano, sembrava proprio una fase da playstation! Traduzione: ormai è una sorta di playstation, di videogiochi pallonari che "nobilitano" l'idea di calcio e sono i nostri eroi o eroucci in carne ed ossa che imitano la playstation, non il contrario. Si gioca un calcio modesto, nei club e in Nazionale, se si astrae una qualche squadra dalla sua maglia, il suo tifo, magari il suo stadio ecc., tutto somiglia a tutto e rende da un lato più animata la concorrenza e dall'altro riduce lo spessore a un meriggiare pallido e assorto sul far della playstation.
In questo contesto spicca la Lazio, finché dura, con lo stesso impianto dell'anno scorso rinforzato, dosi straordinarie di entusiasmo, culo (sì, culo, tra Bari e Cagliari due fantastici colpi di... biliardo) e latinorum con Lotito sacerdote augure dell'aquila anch'essa esitante: l'aria è quella del "durerà?". Ebbene, in questa Lazio finché le cose girano c'è comunque aria di Champions e più la Roma prende brodini più la parte "buzzurra" della capitale si ringalluzzisce o si inaquilisce, così da sembrare una Real Lazio. Il resto non è molto di più che silenzio. Sì, bisogna ringraziare Krasic, la sua pantomima a Bologna, il rigore rubacchiato a un "fischietto" che abbocca come De Marco e poi "fortunatamente" sbagliato da Iaquinta. L'avverbio non è mio, ma della dirigenza juventina che dimostra d'aver capito la lezione, da Marotta ad Andrea Agnelli.
Basso profilo, il rigore non c'era, non ne facciamo uno psicodramma da "vecchi tempi per Vecchie Signore", profittiamo che l'Inter non sembra ben vista dagli arbitri come una volta, perlomeno contro la Samp. Più rapido di Krasic sulla destra, si è infilato al centro Luciano Moggi da un pezzo non più "Licio" per manifesta "utilizzazione finale da capro espiatorio" obiettando non senza logica: "Ma quando succedeva alla mia Juventus in modo anche meno evidente veniva giù il teatro", o giù di lì. Moggi che oggi torna in aula a Napoli ormai non tanto nella parte di "capomafia" che gli avevano assegnato esperti processuali di casting quanto in quelle di accusatore. E sì, perché sta venendo fuori che l'allora maggiore e ora promosso colonnello Auricchio, capo indagini di Calciopoli, ha fatto una scelta accurata delle telefonate intercettate e poi "brogliacciate" e infine trascritte. Di qui quelle sulla Juventus, ovviamente il vaso di Pandora di tutti i mali con Moggi nella parte di tutti e 40 i ladroni messi insieme, di là le altre telefonate, quelle di Alì Babà (Inter in primis, ma un po' tutti). Il bello (o il brutto) è che sempre di arbitri, per arbitri, con arbitri e designatori si parlava al telefono. Tutti, sia i 40 ladroni che Ali Babà. Solo che le telefonate di Ali Babà fino a ieri o ier l'altro e per quattro anni sono state rimosse, accantonate, non "brogliacciate" e tanto meno trascritte. Anzi, pare che in parecchie di esse, materia "sensibile" sia per il processo sportivo ormai astutamente prescritto sia per quello penale invece tuttora in corso, i nomi dei due interlocutori telefonici fossero stati prudentemente rubricati come "uomo 1" e "uomo 2". Auricchio e i suoi collaboratori, prima meritori e oggi "sospetti" ripulitori di questo calcio orrendo in odore di pulizie pasquali, potevano almeno usare nomi di fantasia, che so, Alì Babà...
Tornando al calcio giocato, le Coppe condizionano più del previsto, a quanto sembra, il Palermo docet. Vedremo strada facendo, anche se si sono già giocati 8 turni su 38, più di un quinto. È poco, ma insomma... Come detto, tra squadre nobili, decadute e provinciali è un gran poutpourri, con spettacoli scadenti e la moneta dell'incertezza ancora molto spendibile. Poi si esce dai confini e giù mazzate. La Roma traballa, ma il problema continua ad essere societario, come per la Fiorentina (anch'essa in via di brodino ricostituente). Osservavo che una certa storia fiorentina era cominciata con Cecchi Gori padre, mi è stato fatto notare che con lui nell'estate del '93 la squadra era già finita in B a colpi di Agroppi in panchina prima che nel novembre il patron cinematografaro lasciasse questa terra. Vero: ma Mario stava già male, già allora come nelle stelle e nelle stalle seguenti faceva tutto Vittorio e si è visto...
Per non fermarci al calcio, mentre Marchionne si scopriva in tv più canadese che italiano lo spagnolo Alonso vinceva in Corea del Sud il Gran Premio più estemporaneo della storia e tra pioggia, safety car assenti e incidenti e incidentucoli si riportava in testa al Mondiale piloti guidando una Ferrari. Italiana. Con un presidente come Montezemolo. Italiano. Che non avrebbe salvato la Fiat. Italiana. Nell'implosione delle Red Bull. Austriache. A due corse dalla fine. Una meraviglia, specie per chi sta per quotare in Borsa due Fiat, quella Industrial e quella Auto Spa, di cui la Ferrari costituisce insieme vetrina, modello e modellino. Marchionne sembra dimenticare che simbolicamente la Ferrari è un vessillo dell'italianità, della sua eccellenza sia pure a luci e ombre, che una Ferrari canadese non è nei progetti almeno prossimi, che Berlusconi, il nostro driver per antonomasia, qualche anno fa disse che avrebbe chiamato la Fiat Ferrari perché aveva più appeal, faceva più immagine per l'Italia. Forse Marchionne dovrebbe guidare il governo e Berlusconi la Fiat. Forse.
Oppure Berlusconi potrebbe affrontare sui campi di golf per veterani la cabala che adesso vede il ragazzo diciassettenne di Verona, Matteo Manassero, come il più giovane vincente del Circuito Internazionale. Avere due italiani anagraficamente complementari sarebbe un bel colpo. Se Silvio ce la facesse (pensate all'esercito di caddies maschili e femminili in scia con tutto il sacco, le mazze ecc...) sarebbe ricoperto di "lodi". E il teorema dimostrato. O no?