Lo ammetto. Anch'io, pur non essendo allo stadio per motivi strettamente personali ( e non interessanti, peraltro), ho vissuto una serata paradossale. Più volte, quando di mezzo c'è il decoro della città da preservare, ho seguito le partite della Lazio con un orecchio ad altri campi, laddove ci fosse contemporaneità. Con un orecchio, appunto. Ma mai con " l'occhio". Perchè delle partite della Lazio, che sia la prima amichevole ad Auronzo in pieno luglio o un quarto di Europa League, non piace perdermi neppure un fallo laterale. Ieri, evento per me senza precedenti: un occhio alla tv, l'altro a Sky Go, Catania. In uno dei tanti momenti di stanca di una partita tecnicamente inguardabile ( Lazio - Milan, of course) mi giro verso l'Ipad e vedo l'abbraccio bianconero. Salto sulla poltrona, mi avvinghio un cuscino, mi attardo nel vedere replay su replay, mi allontano un secondo e mi perdo il gol del Tata. Festeggiato peraltro in modo piuttosto sobrio. E nel finale ho più il cuore in gola per quello che accade al Cibali che non all'Olimpico. Per farla breve, torno a concentrarmi sulla MIA Lazio solo nel recupero, quando a Catania i fuochi sono spenti. Mi faccio un po' schifo, ma questo è il risultato di una disaffezione che sconfina quasi nella rabbia, nel dileggio, nello scherno nei confronti di una squadra, di giocatori, di un quadro che non mi emoziona più. Superfluo, stucchevole ribadire o strombazzare la mia lazialità. E' forte, prepotente, a volte mi mozza il fiato. Ma qualcosa di serio, spero di non irreversibile sta succedendo. Dentro di me. Perchè poi fuori sarei disposto anche all'estremo sacrificio per il bene della Lazio. Ma mi sento svuotato, triste, anche un po' solo.