Vi ho già sufficentemente annoiato con le mie tristi vicende personali, vicende che sono finalmente giunte ad un epilogo. Epilogo non insapettato, certo non quello desiderato. Sto raccogliendo le mie poche cose e tra un paio di giorni mi insedierò nella nuova casa. Piccola, carina, al centro, in altri momenti della vita avrei salutato questa nuova avventura con grida di entusiasmo. Ma non è l'entusiasmo la prima delle mie sensazioni.
Iniziare una nuova vita a 57 anni ti aggroviglia il cervello. Tutte le certezze faticosamente conquistate in questi anni (tanti, erano otto anni che vivevamo insieme) sono state polverizzate in un battibaleno, e mi sembra di essermi lanciato nel vuoto, al buio, senza paracadute. La sensazione è la stessa. L'aria ti vortica attorno, ti intontisce, e tu hai paura. Paura del vuoto, paura di quel che ti succederà all'impatto. Un terrore gelido, ma ho tante di quelle cose da pensare, che non riesco a focalizzare nulla. In realtà il paracadute ce l'ho, ma tutti i lanci precedenti (e ne ho fatti, perbacco!) l'hanno assottigliato. Le cinghie sono un po' logore, e non so come ci arriverò, a terra. Sono stanco, terribilmente stanco, stanco e preoccupato, disilluso da tutto. E' stata una botta brutta, al plesso solare, un colpo di quelli inaspettati, perché hai abbassato la guardia, un colpo che ti lascia senza fiato, senza energie. Mi sento come un pugile groggy, senza manco la consolazione del pugile che - una volta a terra - tutto è finito. E domani si ricomincia.
Ma anche io, come il pugile, domani ricomincerò. Comincerò ad invadere la mia casetta con tutto me, i miei libri, le mie suppellettili, la odierò dapprima con tutto il cuore perché tutti i muri riecheggeranno dell'assenza di lei. Poi - lo so, non è la prima volta - pian piano quel silenzio travolgente si placherà. E la casa comincerà a rimbalzare di nuove voci, una padella che frigge, i vicini, le voci della strada pian piano la riempiranno. E le risate degli amici, il profumo di un'altra donna... Ora è impensabile, improponibile. Me lo dissi pure quando successe la prima volta. E invece fu pensato, e fu proposto. Ci vuol tempo, grande maestro zen in un epoca che il tempo lo brucia, ne ascolterò il battito e calmerà il mio cuore.
Ce la faccio, ce la farò ancora. Io ce la faccio sempre, sempre con un po' di fatica in più, ma la vita concessami è una, ne ho già impiegato una bella parte e merita un bel vestitino lindo per il tempo che manca. Non stracci di desolazione. Ed eccomi qua, la fiducia nel futuro mi accompagnerà per sempre, molto poco laziale in questo. Pronto a ricrearmi un nuovo ambiente, nuovo bar sotto casa, nuovo luogo per aperitivi (già sperimentato), nuovi mercati, nuovi negozi, nuove amicizie tra gli indigeni.
Il merito è in gran parte mio se ce la faccio ancora una volta. Ma esistono certi momenti. Certi momenti in cui da solo proprio non puoi. E allora una parte del merito ce l'hanno gli amici, quel mio amico che quando gli raccontai la mia storia non mi disse nulla. Mi indicò il tavolo, mi disse: quello è il tavolo, quella la sedia, quello un piatto. Quando vuoi, vieni, siediti, sei a casa tua. Senza saperlo, mi ha aiutato anche questo forum, questo brulicare di voci discordanti su tutto ma che - al momento buono, ognuno a modo suo - ti si stringe intorno. Ho la tendenza ad essere esigente sull'amicizia, e non concederla così, con leggerezza. Ma in questo posto ho avvertito una solidarietà simile a quella del mio amico. Discreta, ma sentita e robusta. Una solidarietà che nulla chiede in cambio.
Grazie a chi c'era, chi c'è e chi ci sarà