Oddio oddio, ho le lacrime....
http://philippemexes.forumfree.it/?t=13472039&st=2805Così Francesco ha cambiato la storia dell'Italia 
(Il Romanista - T.Cagnucci) - Aveva 7 anni e mezzo. Pochi mesi prima, il fratello Riccardo gli aveva detto che la Befana non esiste e che la notte del 5 gennaio era inutile lasciare i mandarini prima di andare a dormire, perché nessuna vecchina sarebbe venuta a prenderli. Meglio così, in fondo, perché se la Befana non esiste di sicuro non è romanista, dato che il 6 gennaio la Roma ha perso uno scudetto e un paio di derby. La Befana è una grande mignotta.

Ma è il 30 maggio 1984 che Francesco scopre sul serio che le favole non esistono, perché gliele porta via un pagliaccio sudafricano con la faccia di un re barbaro ai calci di rigore: Bruce Grobbelar, il portiere del Liverpool.

«Mi ricordo il silenzio di quella notte». Ci vuole proprio una canzone intitolata a un re barbaro per rompere il silenzio di quella notte: Attila e la Stella. Così comincia il concerto di Antonello ++++++++ al Circo Massimo quella notte, ma c'è ancora silenzio dentro al cuore di Francesco, che ha capito che è ora di diventare grande e ha deciso una cosa: non vuole perdere il suo sogno, se ne sente responsabile come il Piccolo Principe si sentiva responsabile del fiore lasciato sulla sua stella. È a quel bambino di 7 anni e mezzo che lascia una promessa: «
Diventerò il più grande rigorista della storia della Roma,

così la prossima volta non la perdiamo la Coppa dei Campioni»

.
Francesco Totti è diventato il più grande rigorista della storia della Roma, più di Pruzzo, più di Agostino. (...). In Nazionale non ne ha mai sbagliati, una volta, contro il Cagliari, ne ha segnati due in dieci minuti portando la partita dal 2-3 al 4-3; un'altra volta, contro l'Atalanta, ne ha segnati tre tutti insieme anche se si è vinto 2-1 perché uno gliel'hanno fatto ripetere. Roba da specialisti veri, mica gente che sbaglia quelli importanti, tipo Platini, Zico, Maradona, questi qua... (...) 
Il portiere lo sa. Lui sa che il portiere lo sa. E il portiere sa che Francesco sa che lui sa. Ci mancano solo Alberto Sordi e Monica Vitti (maledetto Edy Bivi, maledetto Catanzaro di Claudio Ranieri), ma tanto tutti questi problemi sono lasciati al portiere, perché lui sa solo una cosa: «So che se tiro a incrocio e colpisco bene, il portiere non me lo prende ». (...) Il modo più semplice per fare la cosa più difficile, cioè l'estrema sintesi del modo di giocare a pallone di Totti, che proprio nei rigori trova la sintesi del suo destino. Perché un calcio di rigore è come un pozzo, ci puoi trovare di tutto, e se scavi fino in fondo ci trovi il tuo destino. Nel suo primo anno da calciatore, alla Smit Trastevere, Francesco ha segnato il suo primo gol dopo che un suo compagno aveva sbagliato un rigore, contro una squadra, l'Ina Casa, che aveva un giocatore che si chiamava Tancredi (probabilmente il nome di battesimo era Franco).
E nel codice etico di ogni romanista c'è scritto che non si segnano i rigori a Tancredi, perché Tancredi li para tutti, apposta vinceremo la Coppa dei Campioni... 
Nel campionato Esordienti 1985-86 la Smit ebbe tre rigori a favore e li sbagliò tutti e tre, uno dei quali proprio con Totti, il 9 febbraio 1986, cioè esattamente 11 anni prima di quel triangolare con Ajax e Borussia Moenchegladbach grazie al quale quella piccola stella è rimasta a Roma. Capito? Francesco Totti ha sbagliato il suo primo calcio di rigore nella vita nel giorno in cui un giorno resterà alla Roma, la sua vita. Undici metri, undici anni dopo. Queste sono le coincidenze dovute agli Shakespeare, agli Einstein, a Totti, a questo tipo di benefattori dell'umanità. Il cielo ha uno sguardo lieve per certe persone, è come se il cielo predisponesse un quadro, dipingesse la scena. La partita del suo esordio tra i grandi, il 18 febbraio 1993 amichevole Roma-Austria, s'è decisa con un rigore segnato da Carnevale, quella del suo esordio ufficiale, Roma-Sampdoria di Coppa Italia, è finita (male) ai rigori, il suo primo derby è finito malissimo, con un rigore sbagliato da Giannini e conquistato proprio da Totti sotto la Sud grazie a un fallo dell'unico giocatore più romanista di lui, Paolo Negro. Tutto questo è straordinario. Ci
sono troppe cose dentro quel pozzo che è un calcio di rigore. Per Osvaldo Soriano dura una settimana, per Nanni Moretti è un film, secondo il Nobel per la letteratura Camilo Josè Cela è la pena di morte del calcio, per Francesco De Gregori è una canzone. Per Totti e per i romanisti è il principio e la fine di tutto: «si va ai calci di rigore», disse Pizzul quella notte. Forse non sarà da questi particolari che si giudica un giocatore, ma è attraverso questi particolari che si vede l'uomo. Quell'uomo che, camminando sotto le stelle verso la Curva Sud, si copre il volto per non guardare quel bambino che lo sta aspettando da venticinque anni con il suo sogno. Quel bambino, quel puntino, era lui. Guardare se stessi è difficile ed è proprio per questo che è difficile tirare un calcio di rigore. Francesco Totti è diventato un grande specialista perché il primo rigore importante della sua vita lo ha segnato contro se stesso e cioè contro la Roma, a 12 anni. 
Aveva la maglia della Lodigiani e, a 12 anni, si sa, un cuore pieno di paura, ma non poteva tirarsi indietro. (...) Perché è come se in fondo al pozzo ci fosse (...) il tuo «io interiore». È per questo che Francesco Totti quando prende la rincorsa non guarda mai il portiere, perché in realtà sta guardando se stesso. Chissenefrega di quell'uomo nero che può usare pure le mani. La timidezza è una continua lotta con te stesso, contro le tue paure da prendere a calci, come faceva Agostino. Anche lui non guardava mai davanti a sé nella rincorsa, casomai guardava dentro di sé e poi tirava tutto addosso al portiere che lo faceva passare. Francesco come Agostino. Totti tende a somigliare a Di Bartolomei nel momento in cui il Capitano si ritrova solo, come sul dischetto del rigore, momento di solitudine estrema. Lì Totti è il Francesco che da piccolo non guardava mai in faccia le persone «per paura che capissero quello che stavo pensando ». (...) Il vero problema infatti non è il portiere. Quando sei fantasia e semplicità tutti gli altri sono portieri, quando sei timido tutti gli altri sono portieri. Quando sei solo come chiuso nella tua stanza con i pensieri che non sai esprimere agli altri o come sul dischetto del rigore, qualsiasi ostacolo sparisce, non c'è niente da guardare. «Non stavo guardando Schwarzer, pensavo solo a come esultare». Ma allora se non guardava il gigante australiano, che cosa guardava Francesco quando stava per tirare il rigore contro l'Australia? Eppure tutti, davvero tutti, l'hanno visto che non vedeva: l'inquadratura degli occhi a fessura di Francesco che riempivano lo schermo è una delle inquadrature più celebri della storia della televisione, non solo di quella legata al calcio. Aveva gli occhi fissi verso un punto e non guardava il portiere, vedeva davanti a sé e non guardava il portiere. Che guardava se non se stesso? È così vero che persino Sky s'è scordata di inquadrare il portiere venendo meno a ogni logica di linguaggio televisivo inventandone un altro: il primo caso di una soggettiva senza oggetto. Inquadrando Francesco Totti che tirava contro Francesco Totti, guardava se stesso. La timidezza diventa il modo per trarre forza dalla solitudine non dell'ala destra, ma del numero 10. Francesco Totti è diventato un grande rigorista proprio perché è timido. (...) Da piccolo, ai tempi dei primi rigori, era più facile stare lontano dai portieri. «Tanto erano bassi, allora li tiravo sempre sotto la traversa, così non ci arrivavano». Poi i portieri hanno cominciato a crescere e tutto quanto ha cominciato a crescere intorno a Francesco, anche le responsabilità, al punto che con la Nazionale Under 16 s'è ritrovato a dover calciare un rigore a Wembley, che era pure pieno nonostante fosse solo un'amichevole tra rappresentative giovanili di Inghilterra e Italia. Tirarlo sotto la traversa non era più una sicurezza e così Francesco l'ha calciato secco, basso, alla sinistra del portiere. Non un piattone, semplicemente un tiro ben angolato dentro la cattedrale del calcio. Accanto alle mitiche torri all'esterno dello stadio c'era la scritta AXA, come il quartiere dove Totti ha fondato la sua scuola calcio (...) Ma Francesco già aveva cominciato a segnare i rigori agli inglesi. Non vi perdete mai, stiamo parlando sempre della stessa cosa. Centotrenta miglia più a nord, centouno anni prima, Joseph Health aveva tirato il primo calcio di rigore ufficiale della storia del calcio. Inutile, tra l'altro, quel gol realizzato dalle 12 yard in Wolverhampton-Accrington 5-0. Da poco l'International Board aveva ufficializzato la regola, anche se in verità qualche rigore s'era già battuto in Scozia e in Irlanda, da dove era partita la proposta di William McCrumm, al quale tutti quei falli di mano che si vedevano davanti alla linea di porta sembravano un'ingiustizia. Di solito infatti finiva con una punizione impossibile da segnare, perché tutta la squadra avversaria si schierava in barriera sulla linea di porta. Capito? I rigori nascono per fare giustizia. Vallo a spiegare a Conti e Graziani... Che non fosse proprio così Francesco ha cominciato a capirlo proprio in quel 1992, quando Sergio Vatta porta lui e tanti altri '76 agli Europei Under 16, a Cipro. L'Italia è la squadra che gioca il calcio più bello, Francesco non ha ruolo, viene lasciato libero di fare tutto ciò che vuole e sarà premiato come miglior calciatore della manifestazione, che però l'Italia non vince. Perde in semifinale. Ai calci di rigore. Totti segna il suo, Morfeo sbaglia l'ultimo. È il 30 aprile 1992 e per la prima volta il nome di Totti compare sulle pagine rosa della «Gazzetta dello Sport». Anche stavolta c'è di mezzo un rigore, anche stavolta, come quella volta, c'è l'amarissimo retrogusto che mischia ingiustizia e senso d'impotenza. (...) Però la fortuna è che finché ci sarà Francesco Totti, ci sarà sempre una speranza. «Lui ha dentro di sé i segreti del calcio», diceva Luciano Spalletti. Giocare. (...) Anche quando il cortile, il giardino, il marciapiede scompaiono e diventano uno stadio pieno (...) e il garage diventa un portiere saracinesca come Edwin van der Sar e in palio c'è la finale degli Europei oppure una sfida alla playstation col compagno di camera. «Ci giocavamo sempre. C'era il mio gioco preferito, perché dà la possibilità di fare il cucchiaio. Ma sul calcio di rigore non si può fare e questa cosa mi ha sempre fatto rosicare. Nei giorni precedenti alla partita con l'Olanda, ho cominciato a dire ai compagni che se fossimo andati ai rigori l'avrei tirato così». Come se davanti ci fosse un garage. Come se, fino a quel momento, la storia della Nazionale non fosse diventata una storia di rigori sbagliati. Argentini, brasiliani e francesi hanno festeggiato, Baresi ha pianto abbracciato a Sacchi, Baggio ha pregato il suo dio buddhista troppo in alto, Di Biagio ha cercato l'intercessione dell'amico prete Don David che però è rimasta sulla traversa. «France', c'ho paura», dice Gigi. «E te credo, nun lo vedi quant'è grosso van der Sar?». (...) «Pensa se rimane in piedi mentre je faccio er cucchiaio, che figura de merda ce faccio ». Di Biagio ride, non pensa a traverse, divinità o preti, segna, si libera e avverte gli altri. «Guardate che je fa er cucchiaio». Lo fa. «L'avevo visto fare da Voeller in un derby» (...)
Dev'esserci per forza, da qualche parte, in terra, in cielo, un posto, qualcosa di profondo che lega Totti a van der Sar. E non può essere solo quel biondo. (...) A lui Totti aveva già segnato, qualche anno prima, uno dei suoi due gol realizzati in quel triangolare con Ajax e Borussia Moenchegladbach,

anche se quel giorno il cucchiaio fu riservato al portiere tedesco, mentre il gigante olandese si beccò un tiro da lontano, da molto lontano. Non ci fossero stati quei gol, questa è storia, Carlos Bianchi avrebbe mandato via Totti per prendere il compagno di squadra di van der Sar, Jari Litmanen, e quella stella non sarebbe più a Roma (ma magari – cometa – sarebbe arrivata a Madrid, Milano o chissà dove, via Genova, via Genova non per noi). Era il 9 febbraio 1997. Pochi mesi prima, Edwin van der Sar aveva maledetto le stelle del cielo di maggio romano. Aveva perso la finale di Coppa dei Campioni, che tornava all'Olimpico per la prima volta dopo quel maggio ai calci di rigore, dopo una partita finita 1-1, con la sua squadra (l'Ajax, quella per la quale tifavano tutti i romanisti, dato che giocava contro la Juventus) andata in svantaggio più o meno al minuto di Neal e che aveva pareggiato nel finale del primo tempo più o meno al minuto di Pruzzo (gol di Litmanen, ancora tu).
Ce n'è abbastanza... ma, c'è di più dato che quando la finale di Coppa dei Campioni è tornata a Roma, nel 2009, là dove doveva esserci Totti c'era ancora van der Sar, che ancora una volta perdeva la finale all'Olimpico. Per due volte, insomma, van der Sar s'è preso il sogno di Totti, dato che il Manchester United ha eliminato la Roma nel 2007 e nel 2008, ma non è riuscito a viverlo, avendo perso due finali all'Olimpico, lui che per due anni è stato imbattuto sui rigori, neanche fosse Tancredi che poi va in finale e non ne para manco uno. In questa storia, il fatto che abbia vinto una Coppa Campioni a Mosca proprio ai rigori diventa un dettaglio, o forse l'annuncio di qualche speranza... Edwin e Francesco, parlatevi. Avete molte cose da dirvi. Non solo cose di calcio. E fatelo ai vostri bambini e a quelli di tutto il mondo, come già state facendo. Qui non c'è bisogno di ricordare ciò che fa Francesco, ma ciò che fa Edwin, ambasciatore di Make- A-Wish Foundation, associazione benefica che si occupa di bambini malati. «Io stesso ho due bambini – ha dichiarato – se entrate in un ospedale e vedete quanti di essi sono malati, vi renderete conto che è davvero molto grave e triste la situazione. Trovo davvero molto importante poterli aiutare. Per fortuna ho un buon feeling con i bambini». Sì, parlatevi. Avete molte cose da dirvi, un destino è stato scritto per voi, un destino di bambini, sogni, coppe e rigori. È quello il destino che è stato scritto per Francesco Totti. Basta rileggersi la storia delle eliminazioni della Roma dalla Coppa dei Campioni. Nel 2002 si perse a Liverpool, e non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro se non che ci fu ancora una volta un rigore e lo segnò Litmanen (ancora tu? Ma [...] no?). Nel 2003 la Roma pareggiò 1-1 con l'Ajax, aspettando vanamente che una squadra inglese segnasse a Valencia e quella squadra era l'Arsenal. Nel 2005 saltò tutto per colpa di una monetina che magari era la stessa del Gornik e che finì sulla testa di un arbitro svedese che comincia come Fr... edriksson, ma che si chiama Frisk. Nel 2007 ancora inglesi, Manchester United, nel 2008 invece pure, con un rigore sbagliato da Daniele De Rossi che poteva riaprire tutto, nel 2009 sempre inglesi, Arsenal, rigori all'Olimpico nell'anno in cui per la prima volta dal 1984 la Roma poteva rigiocare quella partita. Era l'11 marzo quella notte. Non possono essere tutte coincidenze. È chiaro ed evidente che Francesco Totti, come ogni romanista, dal 30 maggio 1984 sta giocando sempre la stessa partita, quella partita, senza mai riuscire a rigiocarla per davvero. È un filo rosso, come la maglietta sopra la faccia (...) È nei suoi occhi che si può leggere la sua crescita, come rigorista e come uomo, che poi sono la stessa cosa, perché un calcio di rigore è uno di quei momenti dello sport che ti dicono in tempo reale chi sei veramente. A Kaiserslautern, quando l'arbitro fischia il calcio di rigore all'Italia contro l'Australia e gli occhi di Totti sono azzurri come la maglia, pronti alla sfida come quelli di Sid Vicious e Rocky Joe, sereni come quelli di un padre che tra un po' alla playstation giocherà con il figlio. Francesco ha conosciuto la sofferenza fisica e il regista di Sky, Angelo Carosi, che ha girato un film sul suo recupero dall'infortunio e quindi sull'uscita dalla sofferenza, e che perciò lo conosce, decide di stringere l'inquadratura proprio sui suoi occhi. È il momento di quella soggettiva senza soggettiva. C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole di un pomeriggio tedesco. Sì, sta guardando dritto avanti a sé verso di sé. L'inquadratura segue questa traiettoria impossibile. Gli occhi che si stringono sembrano quelli di Clint Eastwood, hanno gli stessi capelli, gli stessi colori e pure le rughe allo stesso posto. Un rigore in fondo è ciò che c'è di più simile a un duello western, la musica è quella di Ennio Morricone, uno che ama Totti oggi come amava Krieziu più di mezzo secolo prima e che per tutta la vita ha fatto un sogno chiamato Roma. Scion scion, giù la testa, qui si fa la rivoluzione. «Qualcosa non mi convinceva. Non ero sereno come agli Europei. Così ho cambiato idea e ho pensato al tiro, invece che al cucchiaio. Non potevo immaginare che la regia mi stesse inquadrando gli occhi con quel dettaglio così stretto. In quel momento non ero serenissimo. Ho pensato che se sbagliavo avrei fatto godere quelli che stavano col fucile puntato ad aspettare un mio errore. Erano tanti a pensare che sbagliassi, nessuno me lo leva dalla testa. Io invece ero sicuro di segnarlo». Guarda il pallone. L'arbitro gli dice di rimetterlo a posto. Ride. E poi guarda di nuovo davanti, dove oltre al portiere c'è se stesso, perché non ha più paura di farlo. È sicuro. A cosa pensa? A come esultare dopo. Straordinario. (...) Lo segna incrociando forte, sotto la traversa, come faceva da ragazzino perché i portieri erano bassi e non ci potevano arrivare. Schwarzer è altissimo, ma non ci arriva lo stesso. Un giorno parerà un rigore alla Roma, calciato da Menez perché a Fulham quel giorno mancava Totti, evidentemente l'unico che può tirare un rigore a Schwarzer, ma soprattutto l'unico che poteva completare la rivoluzione da lui stesso iniziata sei anni prima in Olanda. E visto che le rivoluzioni falliscono perché ci sono in mezzo troppe teste, perché, come si sente dire Clint Eastwood, «quelli che leggono i libri vanno da quelli che non leggono i libri, i poveracci, e gli dicono: qui ci vuole un cambia- mento! E la povera gente fa il cambiamento. Poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono dietro un tavolo e parlano, parlano e mangiano, e alla fine che ha fatto la povera gente? Tutti morti! Ecco la tua rivoluzione!». Scion scion. Tanto vale farla da solo, la rivoluzione. Se l'Italia vincerà la finale mondiale ai rigori, un non-sense calcistico, è perché Totti ne ha cambiato la storia, facendola diventare una Nazionale che ai rigori, e con i rigori, sa vincere. Il suo merito per il Mondiale è totale. Anzi esclusivo: l'Italia