due anni fa, all'addio di reja la Lazio rispose con petkovic, un allenatore sconosciuto ai più ma, poi sapemmo - dal cammino della Lazio in Europa e dall'incarico che lo attende alla guida della nazionale elvetica - con un profilo e con ambizioni spiccatamente europee. a pesare in maniera definitiva su quella scelta, probabilmente, furono le indicazioni di tare
fino a gennaio del 2013 - terzo posto in classifica e finale di coppa italia ai danni della juventus - la scelta sembrò straordinariamente centrata. da lì in poi fu notte fonda in campionato e corsa più che accettabile (fino ai quarti di finale) in euroleague. poi arrivò il 26 maggio e rese la stagione comunque fantastica e irripetibile
il rapporto con petkovic però si era logorato in maniera irreparabile e i sei mesi che seguirono la vittoria della coppa furono uno stillicidio. partita dopo partita, il patrimonio tecnico della Lazio perdeva peso, credibilità e ambizione. indecisione dopo indecisione, si è atteso quasi un intero girone prima di certificare la separazione dal tecnico bosniaco
la rottura con petkovic però, primo segnale forte delle incertezze nelle quali si dibatteva la Lazio post-reja, più che un passo in avanti, segnò un ritorno al passato, una sorta di ristabilimento del contesto da cui si era preso il via diciotto mesi prima. Cristo si era fermato a formello: riprendiamo reja, chiudiamo la stagione nel modo più indolore possibile, facciamo reset, magari riprendiamoci il piazzamento europeo conquistato due anni fa e poi disegnamo, di nuovo, le linee del futuro. il piano, come sappiamo, è riuscito a metà: con reja alla guida il patrimonio tecnico della Lazio ha dato risposte più consone al proprio reale valore (20 punti in 17 partite prima, 36 in 21 dopo), senza però riuscire a (ri)conquistare un piazzamento europeo
come ripartire, allora? la mia impressione è che mentre due anni fa, ribadisco, salutato reja, si diede ampio potere e margine di manovra a tare, questa volta lotito abbia voluto privilegiare una pianificzione fondata sugli orientamenti e sulla idea di calcio rigorosamente rejani. per capirci meglio - anche se il raffronto è al solito oltremodo sgradevole - possiamo pensare a una roma baldiniana con luis enrique e zeman e a una roma sabatiniana con andreazzoli e garcia. se petkovic, con la sua baldanza teutonico-balcanica, dava carne e sangue alle idealità di tare, stefano pioli e il suo pragmatismo (comunque assai più ricco di varianti tattiche di quanto molti, stupidamente, vogliono far credere: pioli non ha nulla a che spartire con il monoteismo conservativo di ballardini) sono i figli legittimi e manifesti della visione del calcio tutta italiana di edy reja
se vogliamo, la mancata pertecipazione alle competizioni europee rende, nell'immediato, questo passaggio "da tare e reja" del tutto logico e conseguenziale. Epperò, interrogarsi e riflettere su questo passaggio da un orizzonte all'altro e sulle "incertezze tecniche" che accompagnano le scelte di lotito, non sembra, a questo punto, un esercizio vano. calcio italiano e calcio europeo, per economia ma più ancora per idee, sembrano muoversi su sentieri sempre più distanti. saltellare da un sentiero all'altro non sembra, obiettivamente, la scelta più saggia