Sono andato a vedere il (bel) documentario di Ualter Ueltroni dedicato a Enrico Berlinguer.
Figura colossale, un gigante assoluto della Politica e forse della Storia di questo Paese, un personaggio di quelli il cui solo comparire in qualsiasi consesso, provocava e ancora provoca un attimo sospeso di silenzio.
Premetto che lo so, è evidente che il target di questo film è una certa generazione di Italiani. Quella che si può ricordare (oppure che ha studiato e si è informata su come sono andati i fatti), perché c'era e magari se ne interessava. Non a caso, nella saletta (da 35 posti) di un piccolo multisala, di Martedì sera, eravamo una venticinquina, di cui a occhio solo una, forse due persone under-30.
Forse è proprio questo il limite di questo film, l'essere in qualche modo "di nicchia". Anche se l'intento evidente dell'autore era stato quello di voler raccontare, divulgare la vicenda di quest'Uomo anche presso le giovani e le giovanissime generazioni. Non lo so, probabilmente ci riuscirà, probabilmente la mia è una sensazione errata, del resto i documentari storici (anche quelli di Michael Moore, per dire) non sono prodotti destinati a grandissime masse di "fruitori". Vedremo.
Se anche una minima diffusione e un ampliamento delle base di conoscenza della Storia saranno raccolte, alla fine sarà già un successo.
Vedere nei primi cinque minuti del film (scena fin troppo lunga, a mio parere, sarebbe bastata forse la metà) le interviste a giovani studenti in giro per l'Italia, imbambolati e interdetti alla domanda "Chi era Enrico Berlinguer?" sperticarsi in risposte improbabili tipo "era un dittatore"... "era un Ministro"... etc. insomma, se non fa proprio male, lascia un po' di amaro .
Certamente Veltroni ci deve aver dedicato forse uno, due anni di lavoro appassionato. Si è
smiciato centinaia di ore di Tribuna Politica, di trasmissioni Rai dell'epoca (acquisendoli da Teche-Rai?

), di comizi, convegni, dibattiti. Ha raccolto, visionato e selezionato decine e decine e decine di filmati "privati", dalle sezioni del PCI, da compagni e privati cittadini (vanitosamente ci ha messo anche un pezzo girato da lui stesso, forse quando aveva diciott'anni "con la prima cinepresa super-otto da me acquistata...").
E poi ha montato il tutto, spendendoci altrettanto tempo, sapientemente e con molta qualità debbo dire. Inframezzando i filmati d'epoca (alcuni struggenti, altri incredibilmente attuali, moltissimi emozionanti, ma davvero), con interviste attuali. Belle, serie, interviste profonde e efficaci. Da Enrico Scalfari al Presidente Napolitano (che alla fine non ce la fa a non-commuoversi!), dall'ex-poliziotto per quindici anni capo della sua scorta, ai (vecchissimi) ex-dirigenti del PCI, Segre, Tortorella, Macaluso, fino a Pietro Ingrao novantanovenne, e altri ex-politici (Forlani, Signorile, etc.), fino all'operaio padovano che si trovava accanto a lui il giorno della sua morte.
L'aspetto documentaristico, ripeto, è formidabile.
Poi c'è la tesi di fondo, che alla fine mi trovo a condividere: con la scomparsa di Enrico Berlinguer, scompare ANCHE il Pci di Berlinguer.
QUEL Pci, quel Partito così profondamente connotato da quest'uomo onesto, la cui moralità, la cui rettitudine e la cui pulizia morale mai sono state neanche lontanamente messe in dubbio da nessuno (e fa emozione sopratutto l'immagine di Giorgio Almirante, il suo avversario politico più lontano, che si presenta al funerale, commosso e contrito come un vero amico).
Con la morte di Berlinguer, il Pci muore. Quel Pci muore, diventa altro. E non solo per una questione di uomini, no. Non è il Segretario-di-transizione Natta, non è Occhetto e il nuovo corso che lui imposterà... no, è tutto l'insieme, nel profondo, nei gangli fondamentali, che diventa qualcosa d'altro. Tanto da diluirsi, sciogliersi, modificarsi geneticamente fino a trasformarsi in altro, nei Partiti che sono venuti in seguito, nelle persone, nelle idee, nei concetti e nei comportamenti dei decenni a seguire.
Intendiamoci, io sono convinto che non fosse morto quel maledetto giorno di Giugno del 1984 a Padova, a neanche 62 anni, Enrico Berlinguer sarebbe stato comunque messo da parte dal PCI. O meglio: il Partito Comunista Italiano gli sarebbe stato tolto.
Perchè è così. Perchè la Storia andava avanti a precipizio, perchè Enrico come tanti, tanti altri personaggi del partito, a tutti i livelli dai più alti scranni del Parlamento all'ultimo Municipio nazionale, tanti personaggi "di vecchio stampo", troppo seri, troppo intransigenti, troppo tosti, inscalfibili ma non per ottusità, forse soltanto per dirittura morale, schiena dritta e palle robuste, alla fine erano diventati scomodi, insostenibili. Un ingombro, un pregiudizio da superare, icone da mettere in mostra, ma poi la vita, la storia e la politica necessitavano di altro. Di ben altro.
E abbiamo visto.
La sintesi, grandiosa, anche all'interno del film, è un pezzetto di una canzone di Giorgio Gaber, che Veltroni a un certo punto, quasi inaspettatamente inserisce: Gaber già vecchio, Gaber che tutto era meno che del Pci, Gaber che canta "Qualcuno era Comunista", con quel suo modo emozionante, profondo, convinto. Con le sue mani contorte, la bocca storta. Che dà i brividi. Qualcuno era Comunista perchè Comunista era Enrico Berlinguer. Quel sentirsi parte di un progetto comune, quel sentirsi capaci di lavorare, ognuno per la sua parte, con la massima serietà e il massimo impegno, sempre, e sentirsi contemporaneamente anche capaci di altro. Di fare anche altro. Anche capaci di essere solidali, di lavorare per gli altri, di essere parti di un gruppo, di una parte di Italia, di un Partito appunto, dove tutti avevano questa stessa profonda consapevolezza. Qualcuno era Comunista, perchè era capace di sentire, di fare, di progettare, di credere in questa cosa, tutti insieme.
Finito Berlinguer finito tutto?. No, non lo so. Forse no, forse centinaia, migliaia di Italiani ancora ci credono, ancora si impegnano, l'insegnamento sedimentato alla fine mica può essere del tutto scomparso. Ma di certo, finito Berlinguer, cambiato tutto. Questo sì.
Bravo Ualter, dico.