Citazione di: porgascogne il 28 Lug 2014, 08:40
si
Non arrivo ancora sinceramente a capacitarmi come una persona per cui nutro la massima stima, come laziale, come persona, come portatore sano di moglie e figlia perfette, se ne possa uscire con una dichiarazione di abbandono della Lazio. Non dello stadio, della Lazio. Del calcio.
Però...
Il calcio attuale, non limitato a quelle due ore domenicali, è una cosa orrenda. Loschi figuri se ne sono sempre pasciuti, ghignando sulle nostre passioni fanciullesche e creandovi le proprie fortune a ufo, sempre con obiettivi che col calcio non hanno nulla a che fare. Non ho nulla contro i vecchi (solidarietà anagrafica), ma il pensare di poter rimpiangere, che so, un Carraro, mi riempie di brividi la schiena, in questo pur caldo luglio. Separando le vicende personali da quelle tecniche, abbiamo comunque una persona orrenda come presidente. Il guardarmi attorno e constatare che altrove continuano a nuotare in questa enorme vasca squali, ventresche, pesci martello ed orche, non può rendermi comunque più sollevato e mal comune col cazzo che è mezzo gaudio. Possiamo notare, come da queste pagine è stato spesso fatto, come la diversa evidenza data ai misfatti di questi personaggi sposti gli equilibri e la percezione della massa, ma sempre di misfatti si parla. Sempre di persone con le quali mai condividerei un cappuccino o un'amicizia su facebook, gente che - in qualsiasi consesso - mi vergognerei se si proclamasse amica mia.
Nulla ci accomuna, non l'italiano, maltrattato dolorosamente da un uso scriteriato di congiuntivi e condizionali, non la cultura, non gli ideali, e - soprattutto - non la passione per il calcio. Per il gioco del calcio, per le emozioni inarrivabili che ci ha sempre dato. e che - spero - ci darà.
Parlano di stadi come di fantasmagorici contenitori di appartamenti, centri commerciali, cinema, farneticando di senso di appartenenza ed equiparandolo a quello di un McDonald o delle Geox. Il calcio è un business, uno spettacolo, un evento, spezzettato, spiattellato su più giorni perché noi possiamo godercelo tranquillamente dal nostro televisore hd, in mutande con un secchiello di popcorn, gonfi di gadget e merchandising che al confronto il bruco giallozozzo fa quasi tenerezza.
E noi ci accapigliamo per due centrali, nel disperato tentativo di spostare l'ago su quanto per noi è essenziale, l'aspetto tecnico, tattico, le formazioni, per farla breve, il calcio. E ci si sbatte perché vorremmo cambiare, non importa con chi, basta cambiare, ma lo sappiamo benissimo che chiunque sostituisca il personaggio in questione sarà un altro pesce predatore. Né più né meno dell'attuale. Magari con più soldi. Ma è questo che si vuole? Sbirciando sull'altra sponda, ci renderebbe più orgogliosi avere un management che raschia i nostri conti correnti per acquistare un paraguayano naturalizzato argentino come al Monopoli?
Forse così si può arrivare a comprendere la disaffezione per un mondo che non ci vuole più (cit. Lucio), che considera uno come me un patetico archeologo di filmati su youtube. E possiamo forse stupirci più di tanto come questo sistema percoli verso gli strati più deboli e suggestionabili, spalleggiato da una stampa imbelle e che dispensa indignazione ad orologeria? Possiamo stupirci che - come tanti soldatini irreggimentati - spostiamo la nostra attenzione e il nostro risentimento, ripetendo sempre le stesse parole d'ordine, non contro un mondo ripugnante, ancor più abietto perché gioca coi nostri sentimenti e le nostre passioni, quanto contro una minuscola rotellina di questo ingranaggio, e per motivi che - a mio parere - non sono assolutamente quelli per cui dovremmo, seriamente?
E allora uno come porga si allontana. Se interpreto, e spero sia così, il suo pensiero, ha avvertito l'olezzo di questo mondo, più che la puzzetta del nostro orticello. E allora lo capisco, a questo punto. Come può sopravvivere il calcio ai suoi dirigenti, quando il suo massimo esponente è un corrotto monomaniaco ferroviere svizzero, che lo gestisce come un grasso satrapo circondato da altrettanti sempre più grassi satrapi, in ogni angolo del mondo?
Io ho adottato la resistenza passiva. Partendo dal basso. Partendo da ciò che ci unisce, noi ancora tanti amanti dello sport. Non solo laziali, ma juventini, bolognesi, spallini, napoletani e - addirittura, pure se con le ovvie remore - romanisti. Ho bandito siti e sitarelli dal mio mondo, radio ufficiali e non, gestite o meno da ex-pregiudicati o da ex-agricoltori strappati a ben più nobili occupazioni, reality spacciati come trasmissioni sportive, giornali dispensatori di verità a pagamento, per ritornare alle emozioni. Al campo, a quelle due bellissime ore un cui stai là soffri e ti accalori, vinci o perdi, ti esalti per una rovesciata o imprechi per una papera. Il CALCIO.
Il calcio è il nostro comune denominatore. Non le beghe, gli odi e i rancori da Novella 2000. Non mi sento, non mi sentirò mai preso per il qulo perché questo destino tocca a chi abbocca, a chi conscio o meno è parte di questo sistema. Io raccatto le briciole, leggo e scrivo piccole storie di tanti ragazzi che sono partiti con un sogno e che sono arrivati a vestire una maglia, la MIA maglia. Per questo non potrò mai insultare uno di loro, perché insultarlo è insultare me stesso, sbeffeggiare la mia passione, perché quei ragazzi, in quelle due ore, sono ME.
Ingenuo? Sognatore? Retrò? Può essere. Questo è quel che sono, questo è il mio rapporto con questo gioco. Se mai ci uniremo tutti per una battaglia vera contro questo mondo, una assolutamente e fuori dal tempo spallata contro il calcio moderno, se reclameremo a gran forza l'uscita dei mercanti dal tempio, se faremo falò di televisioni sponsor merchandising, tavecchi ed albertini, blatter e galliani, agnelli e sceicchi che nuotano nel petrolio mentre il loro popolo vi affoga, finanzieri russi dai misteriosi patrimoni ottenuti chissà come, società possedute da banche, cinematografari d'accatto cresciti all'ombra di genitori in gamba, petrolieri che sperperano il patrimonio di famiglia, preziosi e zamparini, di viperette in cerca di notorietà, di palazzinari e gestori di imprese di pulizie, allora starò con voi, in prima linea.
Ma queste battaglie di retroguardia da cortile non mi appartengono. E' un mio limite, me ne rendo conto e lo accetto. E allora me ne ritorno a scartabellare filmati d'antàn, nella speranza che il collante che ci unisce sia più forte di quanto ci divide. E la stima per i vari porga, comunque, che seguono un altro percorso, è più forte di queste miserie, nella speranza di rincontrarci a parlare di podavini e magnocavallo, di lulic e della brujita, di rock, cucina e fregna (magari se fede va nell'altra stanza). Perché questo in definitiva è quello che conta.