Keita in Nazionale con l'Italia? Il passaporto spagnolo non arriva...
Il Senegal vorrebbe convocarlo in Nazionale, potrebbe inserirsi la federazione. Ma non potrebbe essere naturalizzato prima dell'8 marzo 2018, a meno che non si sposi
11 SETTEMBRE 2014 - MILANO
Tra Senegal e Spagna, passando per l'Italia, la storia di Keita è un romanzo. Keita è il giovane attaccante della Lazio, 19 anni e un grande futuro, origini senegalesi ma nato in Spagna: presto dovrebbe diventare comunitario, liberando un posto per un altro "extra" e potendo così indossare la maglia della Roja. Ma il passaporto spagnolo tarda: Keita sta per perdere la pazienza e accettare la convocazione del Senegal. In tutta questa vicenda può inserirsi la Nazionale azzurra, anche se i tempi si preannunciano lunghi.
SPAGNA-SENEGAL — Ma del passaporto nessuna notizia. Con il documento Keita sarebbe convocabile dal c.t. Del Bosque proprio come Munir, al centro di un caso per i minuti contro la Macedonia che gli impediranno di giocare per il Marocco. Il documento però non arriva e Keita, stanco di promesse a vuoto, sta pensando di accettare il Senegal. La regola Fifa è chiara: un'amichevole non è vincolante (l'esempio è Diego Costa che, dopo 2 "gettoni" con il Brasile, è diventato nazionale spagnolo), la partita ufficiale sì.
ITALIA NEL FUTURO? — In questa situazione potrebbe inserirsi l'Italia. Il regolamento prevede che chi ha compiuto 18 anni, dopo 5 di residenza, possa chiedere la cittadinanza (avendo anche il contratto di lavoro). Keita è maggiorenne dall'8 marzo 2013 quando era già in Italia: l'8 marzo 2018 potrà chiedere la cittadinanza. Ed essere convocato. Tempi lunghissimi: niente Euro 2016, a rischio Russia 2018. Un modo per accorciarli è sposarsi: sarebbero sufficienti allora due anni. Keita sa bene che nella Spagna la concorrenza (da Morata a Jesé a Munir) sarebbe fortissima. Chissà che non faccia un pensierino all'azzurro.
A parte le amenità dell'articolo della Gazzetta (l'idea che Keita possa aspettare il 2018 o - in alternativa - sposarsi per ottenere la nazionalità italiana e poter giocare con la Nazionale è fantasiosa assai), questo "slittamento" dalle campagne acquisti di club alle Nazionali mi lascia perplesso.
Siamo in una società multiculturale eccetera. Gente come Balotelli e Ogbonna (o Carlton Meyers) veste con ogni diritto la maglia azzurra. Sono italiani, nati in Italia e l'Italia li ha allevati come calciatori. La Germania presenta un pot-pourri di etnie, così come la Francia o l'Inghilterra, ma si tratta di tedeschi, francesi ed inglesi. Di scuola calcistica e formazione delle rispettive nazioni. Che poi sentano simpatia e attaccamento per le loro origini è naturale. Zidane in Algeria è un idolo, ed Eusebio ha una statua a Maputo.
Nessuno scandalo, sia ben chiaro. Poi però entriamo in un mondo grigio. Già ci siamo entrati quando sono entrate in vigore le regole sugli extracomunitari. Zii, nonni, bisnonni, affannose ricerche in polverosi archivi per estirpare un altrettanto polveroso documenti che dichiara che nell'800 un trisavolo di Abdul Mohammed El-Hawari (è un nome di fantasia) aveva un cugino di Tortoreto Lido. Vabbé, la regola sugli extracomunitari è cretina e fuori dal tempo. Ben altro si potrebbero inventare per tutelare i nostri vivaio di questo protezionismo da quattro soldi (la Croazia è appena entrata in Europa, e ora lo Spezia presenta sei croati in rosa , più uno sloveno).
Però parliamo della Nazionale. A me, da tifoso della Nazionale, dà fastidio vedere giocatori che la considerano poco meno di una squadra di club, da utilizzare al più come rampa di lancio grazie alla notorietà internazionale, e dirigenti che immagino in giro con cartelle come quelle dei vecchi professori, che litigano con omologhi di altre nazioni offrendo convocazioni a destra e a manca perché magari l'Italia è scoperta nel ruolo di terzino destro.
Un Camoranesi che non canta l'inno perché il suo è un altro vale un Ledesma, un Amauri e un Osvaldo. Che di italiano hanno una residenza, una squadra, magari un lungo corso da calciatore. Ma - certamente - non le radici. L'Italia ci vinse un mondiale nel 1934 con gli oriundi, dal magnifico Mumo Orsi all'inossidabile Luisito Monti. Ma quelli erano italiani dentro, figli di emigrati, che avevano portato in Argentina un piccolo pezzo della propria patria e che vi ritornavano.
La situazione attuale presenta analogia con quella degli anni '50, dove arruolammo i vari Sivori, Altafini, Lojacono e compagnia bella, per far fronte ad un periodo di crisi nera. Quelli non erano italiani, non parlavano bene la lingua (Altafini manco adesso...), non erano persone con cui mi identificherei mentre canto l'inno con la mano sul cuore.
Poi sta bene tutto. Se ad uno non frega niente della Nazionale questo discorso non ha senso, e lo posso capire. Però per me che alla Nazionale intesa come rappresentativa di un popolo ci tengo, risulterebbe difficile tifare per un Keita che esulta in spagnolo ad un gol contro il Senegal...