Il pezzo è questo:
«Trota» e Pupone per favore sparite
di Lino Patruno
Per favore, sono disposto a pagare pegno, a dire che Carla Bruni è simpatica, che la Ventura è una gentildonna, che la Littizzetto è figa. Sono disposto anche a dire che il ministro La Russa ha un bel tono di voce. Ma per favore, liberateci da Francesco Totti. E se possibile anche dalla moglie Illary Blasi. Ma anzitutto da Totti, detto Pupone.
Non so a quanti anni sia arrivato, ma sembra che sia un secolo che lo sopportiamo. Non è un'offesa essere romani, ma lo è perché romano è lui. Quest'aria da bulletto ciondolante, da fusto del Pretorio, da annoiato indolente, da noi che avemo la civiltà da millenni, da finto tonto (senza il finto) ormai non ci perseguita solo in campo, ma anche prima o dopo i pasti come una pillola. E in campo, con quel ciuccetto quando fa gol per ricordarci i suoi figli, anzi i regazzini, pezzi di cuore che come niente ci ritroveremo anche loro davanti, tanto per completare la famiglia. E del suo libro di barzellette sceme, ne vogliamo parlare? Allora i nostri del «Mudù» sono da premio Oscar.
Dio ci liberi da Francesco Totti - Ma anche in campo, quella volta che in nazionale sputò il danese Poulsen (ora alla Juventus). E quell'altra, sempre dopo un derby vinto con la Lazio, con la maglietta «Vi ho purgato ancora». E il gesto di «Quattro, zitti e a casa» dopo un quattro a zero alla Juve. E domenica scorsa, i pollici abbassati come quando nel Colosseo si diceva morte al gladiatore, per provocare ancora i laziali perdenti sotto gli occhi delle tv planetarie. Non tenendo conto che una sconfitta fa salire il sangue alla testa e tirar fuori accette, pugnali, sbarre di ferro come avvenuto appunto nella guerriglia post-partita. E questo qui a fare il di più, e da capitano per giunta, cioè uno che rappresenta tutta la squadra, definito grande campione ma non meno grande come borgataro.
Chi abbia minimamente calcato un campo di calcio, sia pure in una scapoli-ammogliati, conosce i tipi alla Totti: quelli che non hanno rispetto per gli avversari, specie da sconfitti, altro che divertenti sfottò come la stampa compiacente e prona ha subito minimizzato.
E tutto ciò non passi per moralismo, chi se ne frega di lui e della sua redenzione. Né per perbenismo altrettanto sprecato in questo caso. È proprio e soltanto noia, non si può stare tutta la vita a sorbirsi uno così moltiplicato dalle telecamere. Perché uno così è purtroppo una bandiera dell'Italia da serie B che viviamo, il Paese che ha dominato il mondo con la sua cultura, il suo buongusto, il suo stile, il suo modello di vita derubricata a esibizione cafona del peggio di se stessa, fra isole dei famosi, schiamazzi, culi- tette e ignoranza crassa. Degna appunto dei pollici abbassati di un suo eroe da avanspettacolo.
Renzo Bossi tutto suo padre - Ma siccome questa Italia deragliata davvero non si fa mancare niente, la cronaca settimanale ci ha servito sulla sua tavola da carrettieri in libera uscita un altro eroe del nostro tempo, un altro protagonista al posto giusto nel momento giusto, del tutto degno dell'aria che tira. Si chiama Renzo Bossi, 22 anni, con 13 mila preferenze nella provincia di Brescia il più giovane consigliere regionale mai eletto in Lombardia. Uno dice, grazie, è il figlio di Umberto Bossi, il boss della Lega Nord, del quale sono indimenticabili le foto estive in canottiera stagionata e olfattivamente sudata, il ce l'ho duro e altre cosine del genere. Ma occorre aggiungere sùbito, per dovere di obiettività, che, da ciò che dice, uno simile sarebbe diventato qualcuno anche senza cotanto padre.
Alla domanda di un noto periodico, se seguirà gli Azzurri ai prossimi Mondiali di calcio, egli risponde: «No, non tifo Italia». Non si sente italiano? «Bisogna intendersi su cosa significa essere italiano (per esempio usare il congiuntivo "significhi"). Il tricolore, per me, identifica un sentimento di cinquant'anni fa». L'intervistatore non gli chiede cosa voglia dire, lasciandoci in crisi di astinenza. Ma gli chiede se conosce l'Italia meridionale. Risposta: «Mai sceso a sud di Roma». Meno male.
Il promettente soggetto è quello definito «trota» dal papino quando lo indicavano come suo delfino, cioè successore. Ed è quello bocciato tre volte a scuola, secondo il padre per colpa di quei maledetti professori tutti meridionali. Ora però è iscritto alla facoltà di Economia, ma non in Italia, «perché non voglio trovarmi i giornalisti in aula quando faccio gli esami». Secondo i maligni vuol evitare di essere sgamato come il padre, che per altrettante tre volte si è spacciato laureato in medicina senza saper fare un'iniezione.
Però il ragazzo è giovane e bisogna capirlo, e del resto buon sangue non mente. Sarà una trota, ma a scommessa diventerà delfino. Di questi tempi, non bisogna mettere limiti al peggio della provvidenza.