Bielsa, orgoglio e ribellione: un elettroschok per la Lazio Marcelo Bielsa Arriva in una squadra e ne abbraccia storia e tradizione. È stato cileno in Cile, basco a Bilbao e marsigliese a Marsiglia: quando c'è lui di mezzo, spunta spesso la parola rivoluzione. Lo chiamano "matto", ma per Guardiola è il migliore al mondo dal nostro inviato ANGELO CAROTENUTO 16 Giugno 2016
PARIGI - Prepariamoci, sarà un elettroshock. Portando in Italia Marcelo Bielsa con un biennale da tre milioni di euro, la Lazio fa un'operazione di calcio e cultura, dalle conseguenze imprevedibili forse per lo stesso Lotito. "Il mio lavoro è finito" sono state le sue ultime parole a Marsiglia, agosto scorso, quando si dimise dopo una sconfitta alla prima giornata. S'era rotto il rapporto con il presidente. Già l'anno prima gli avevano preso giocatori che non aveva chiesto. Non li faceva giocare. Il secondo allenatore straniero dell'era Lotito dopo Petkovic e il sesto argentino della storia laziale a trent'anni di distanza da Lorenzo, è un uomo che va oltre il suo mestiere. Arriva in una squadra e ne abbraccia storia e tradizione. È stato cileno in Cile: amatissimo. È stato basco a Bilbao e marsigliese a Marsiglia: adorato. Bielsa sceglie solo posti speciali, devono somigliargli; posti che hanno un passato ma che hanno smesso di vincere da tanto. Cerca fierezza e identità, orgoglio e ribellione. Cerca una subalternità per ribaltarla. Come si possa passare dall'idea di Prandelli a Bielsa resta insondabile. Bielsa fa esplodere, non normalizza. Affinché funzioni, Bielsa devi seguirlo non assecondarlo. Bielsa deve appassionarti, non devi sposarlo. Bielsa non è diverso, Bielsa è unico. La Lazio dovrà entrare nella sua unicità facendone la sua normalità. Lo chiamano "el loco", il matto, ed è solo una delle colonne di una fitta letteratura sul suo conto. I 26 modi diversi di battere un fallo laterale. Le arrampicate sugli alberi a bordo campo (al Newell's Old Boys) per seguire gli allenamenti: "Si vede meglio". Il campo di calcio fatto costruire nella casa in campagna dove si racconta abbia portato moglie e figli di notte, in pigiama, perché gli era venuto in mente uno schema. Argentino di Rosario. Come Messi. Come Che Guevara. Quando c'è Bielsa di mezzo, spunta spesso la parola rivoluzione. "Ho troppo rispetto di questa parola per credere che io ne stia facendo davvero una" disse a Marsiglia di fronte ai primi entusiasmi. Ha avuto un fratello torturato dal regine dei militari negli anni '70. Non parla a vanvera e non si rifugia nelle banalità. Due cose che starebbero insieme a fatica. Così Bielsa ha trovato una soluzione: parla poco. Non dà interviste da otto anni. Non legge i giornali, non stringe rapporti privilegiati, non dà il suo numero di telefono. Si allena a porte chiuse, non si fida di nessuno. A Marsiglia fece cambiare pure il traduttore, pensava che sbagliasse di proposito per creargli difficoltà. Preferì pagare di tasca propria un cileno incontrato in un supermercato. Si fece dare le chiavi del centro sportivo per poterci andare anche di notte. Nominò fra i suoi vice il titolare di un negozio d'alimentari della provincia di Mendoza che gli aveva scritto una lettera: "Vorrei lavorare con lei". Lo mandò a un corso d'aggiornamento e poi lo prese davvero. Il calcio di Bielsa è semplice. È uno Zeman più offensivo. Si attacca e si recupera la palla prima possibile, come da lui hanno imparato a fare Klopp e Simeone. "Difendere è un inconveniente. È il lavoro scomodo del calcio". Bielsa incanala le divergenze in una sola direzione. È una continua trazione verso la porta degli altri. Non esiste il possesso palla come lo concepiamo nelle nostre domeniche. Esiste il possesso palla per la creazione di un pericolo. Il compromesso non è nel suo dizionario. Burbero, scontroso, a un passo dalla sociofobia. Nulla può inghiottirlo. Casomai se ne va prima. Ha scoperto Batistuta e Balbo. Simeone lo chiama maestro, Guardiola lo definisce il miglior allenatore del pianeta. Si racconta che Pep abbia visto la luce e intuito la propria via dopo un pomeriggio in Argentina in casa di Bielsa. Dice Bielsa: "Il mio calcio prevede troppi rischi? Vuol dire che li correremo". Ha vinto le Olimpiadi con l'Argentina, giocato il calcio più utopistico degli ultimi anni ai Mondiali del 2002, riportato Bilbao in finale di Coppa dopo 35 anni e Marsiglia in testa alla classifica. Un ambiente con Bielsa può innamorarsi o scoppiare. Ci saranno le prenotazioni fra gli opinionisti e le seconde voci tv per andare a vedere la Lazio. Sono tutti pazzi per lui. Ma chissà se al primo 5-4 gli sarà perdonata la scarsa confidenza che concede fuori dal campo. "Mi piacerebbe dare una calmata al calcio" disse un giorno. L'Italia non lo cambierà. Vediamo se riusciremo a farci cambiare almeno un po' da lui.
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