Battute a parte, la vicenda di questo fenomeno, uno dei giocatori più forti che abbiano vestito la nostra maglia, è paradigmatica del momento che il calcio attuale sta attraversando. Sergej è arrivato dopo averci preferito alla Fiorentina, che lo aveva quasi preso. Dopo un anno di assestamento, ha iniziato a mostrare con continuità la sua forza debordante, unita a una qualità tecnica davvero rara. Gol al derby, esultanza con dito sull'aquila, aquila tatuata a imperitura memoria, attaccamento alla maglia dimostrato con continuità e senza la minima ombra, prolungamento del contratto a cifre per noi sostenibili, prese di posizione sempre corrette, sue e del procuratore. Trenta anni fa ogni vaga ipotesi di cessione sarebbe stata vissuta come uno psicodramma collettivo, oggi, qualunque cosa succeda, caschiamo in piedi, perché nessuno, nemmeno un fenomeno assoluto come il Sergente, vale le cifre che si sentono volare, e se Tare con 7 milioni porta qui Valon Berisha posso solo immaginare cosa potrebbe fare con 150 milioni in tasca.
Una parte di me è rimasta quella di 28 anni fa, quando Ruben Sosa giocò un pessimo mondiale, e rimasi malissimo da un lato, ma mi rasserenai alla prospettiva che il mio idolo potesse rimanere a giocare nella Lazio. La parte "tifoso 2.0", però, è preoccupata che il Sergente possa restare qui malvolentieri, deprezzarsi, facendoci perdere una grande occasione. Quest'ultimo pensiero ha poco senso, perché il tifo deve essere sentimento, irrazionalità, tenere i conti della propria squadra è un esercizio ridicolo, eppure le esperienze di metà anni '80 e post-Cragnotti ci hanno insegnato quanto si possa soffrire quando il bilancio economico è in rosso, e i distacchi dai vari Giordano, Signori, Nedved, Nesta ci hanno insegnato che l'amore per un calciatore non è mai eterno, specie se questo indossa la maglia biancoceleste.
Fine dello sproloquio, Sergej è un fenomeno è farà il nostro bene comunque, o sul campo o nel nostro bilancio. Ti voglio bene Sergente.