Lo sfogo plateale del presidente della Lazio contro il tecnico
«Simone, te stai sempre a lamentà!» (Corriere dello Sport)
Lotito che cazzia Inzaghi aggiunge un altro capitolo a quello che è ormai diventato un genere letterario con il "padrone" laziale assoluto protagonista
di Giancarlo Dotto
Lotito è questo. Prendere o lasciare. Io prendo. Al netto di certa sua propensione a sfiorare la macchietta e della incontinenza da potere. Il personaggio non si presta a equivoci. Quello che vediamo in pubblico o di straforo coincide con quello che non vediamo. Niente lati oscuri, nulla da scavare. Un estroverso puro, nel senso del pensiero uguale azione. Un tipo alla Aurelio De Laurentiis, ma meno levantino e decisamente più divertente. I suoi sfoghi sono diventati nel tempo un genere letterario. Il suo cazziatone a "Simone" è un topos del genere "qui comando io", una versione non meno feroce e definitiva del "...Perché io so' io e voi non siete un cazzo!".
Un uomo solo al comando, insomma. Il guaio è quando l'uomo solo al comando è un cretino, un debole o un incapace. Ma Lotito è tutto meno che un cretino, un debole o un incapace. Lotito sa quello che vuole e sa come prenderselo. Non si sforza di essere quello che non è. E non cercherà mai il consenso delle masse. Non farà mai un sondaggio web tra i tifosi per decidere se vendere un giocatore o se cambiare la tappezzeria a Formello. Al massimo delle sue attitudini democratiche chiede un parere a Igli Tare, il più sottovalutato dirigente del calcio italiano.
Deprecabile forse, odioso qua e là, ma indispensabile. E clamorosamente efficace. In un calcio come il nostro così gravemente malato di acefalia, la gente capace di decidere è rara, a livello di club e di federazione. Lotito gestisce la sua Lazio come avrebbe dovuto fare il suo pavido amico Tavecchio con la Nazionale. Tanto per capirci, Lotito non sarebbe mai rimasto passivo e silente alla vigilia del disastro di San Siro con la Svezia, dopo lo strappo tra Ventura e i giocatori e il mai smentito abbandono del ritiro da parte del tecnico. Avrebbe, minimo, alzato il telefono e, Giampiero invece di Simone, l'invettiva sarebbe arrivata forte e chiara. E, chissà, anche il finale sarebbe forse cambiato. Per restare in ambito capitolino, il cesarismo ha premiato anche la Roma. Non è certo un caso se gli ultimi due scudetti arrivano con presidenti padri e padroni come Dino Viola e Franco Sensi, diversi ma uguali nella gestione egocentrica del club. Si narra a Trigoria delle frequenti sfuriate che arrivano da oltre oceano, ma non è la stessa cosa di quando il capo ti sta addosso anche fisicamente.
Lotito è questo e i risultati sono dalla sua parte. La telefonata a "Simone" conferma che l'esercizio del potere è anche terrore quando serve. Alzare i volumi, azzerare la dialettica, ridurre la sintassi a poche, inequivocabili esclamazioni, aiuta a ristabilire la chiarezza dei ruoli. "Tu pensa a fare l'allenatore!" sarà anche sgradevole a sentirlo, soprattutto se sei Simone ma anche se non lo sei, ma è il necessario colpo di frusta perché la macchina funzioni. Le moine non bastano, in certi casi sono tossiche. L'Inter di Moratti avrebbe vinto molto di più con una leadership meno propensa ai languori sentimentali. Se io sono il capo e ti pago sono tecnicamente obbligato a diffidare di te che ti fai pagare, perché prima o poi mi presenterai il conto della tua sudditanza.
Insomma, può piacere o no, ma Lotito è uno di loro, ha l'assenza di pudore e di moderazione tipica dei capi. Infiniti esempi, fuori e dentro lo sport. Da Tamerlano a Che Guevara, passando per Agnelli, Berlusconi o Marchionne, non c'è grandiosità senza qualcuno che si assuma il disumano dovere del comando.