Ciao, @tarallo e @bak. Ho rivisto, nel caso vi interessi, alcuni vecchi match di Mauro con la nostra maglia. Ne ho scelto appositamente un paio per stagione (3), prendondoli come esempio, per riassumere lo Zàrate del periodo, chi era e chi, purtroppo stava diventando. Se vi fa piacere, fatemi sapere cosa ne pensate. Un abbraccio e sempre forza Lazio.
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2008/2009: Partiamo con una premessa. Ci sono degli Atalanta-Lazio, Bologna-Lazio e altri match a testimoniare quanto Mauro non fosse estremamente continuo. Perdendosi, in partite del genere, in soluzioni solitarie senza mai creare superiorità numerica. Quindi, così come è una leggenda ''Ha vinto 2 coppe da solo'', lo è anche, ''Quell'anno fece il fenomeno''. Leggenda, quest'ultima, che ha fatto male al ragazzo, facendo passare una buona stagione per un qualcosa di perfetto, che perfetto non era, finendo per criticare, successivamente, anche quando giocava bene ma non benissimo. Detto ciò, analizziamo, a grandi linee, il conportamente in campo dell'argentino. Seconda punta o esterno, viene sempre a chiedere il pallone e, la prima cosa che fa, è fermare il pallone tra gli scarpini per partire nell'1 contro 1. Nonostante non sia la classica ala centometrista, sfrutta la sua tecnica immensa per andar via sul primo passo. La costanza con cui lo fa, risalta molto all'occhio, esternando naturalezza. Da far pensare quanto quel calciatore sia nato per far quello: dribblare. Ma non è il semplice cercare la giocata, bensì l'atteggiamento del calciatore, nel chieder con insistenza la sfera, tentare ossessivamente lo scontro con l'avversario di turno e, come se non bastasse, correre, correre, correre, per cercare di recuperare i palloni persi. Perché sì, Zàrate perdeva tanti palloni, visto la quantità di dribbling che tentava di portare a buon fine. Altra leggenda da sfatare, quella che vuole un Maurito agile all'inizio e ''pompato'' in seguito. La verità è che sin dalle prime partite, Mauro mostra una forza fisica eccezionale, che gli permette di resistere a gente come Samuel, Maldini e compagnia, senza andare giù. El Torazo, veniva chiamato, non a caso. Potenza non solo di gambe, quindi. Stesso discorso per le conclusioni a rete. Finì quell'anno solo dietro ad un certo Zlatan, in quanto a tentativi a rete. Calciava con sfrontatezza, senza pensarci, ripetutamente, da tutte le posizioni.
2009/2010: Dello Zàrate della seconda stagione, una cosa mi ha subito colpito. L'atteggiamento. Il suo porsi al ruolo da coprire in campo. Se quelle della stagione precedente era un free roamer impazzito, questo dava la sensazione del 10 che gioca da fermo, ovvero qualcosa di molto lontanto dalle caratteristiche del giocatore. Questo, a mio avviso, non è dovuto a questioni fisiche. Ma a questioni mentali. Denota un sentirsi arrivato. Con un che di spocchioso, anche. Anche l'approccio al dribbling, ossigeno, per Maurito, subisce un cambiamento. Mentre l'anno prima, Zàrate cercava di saltare l'uomo sullo scatto breve, aiutandosi in corsa con il corpo, quello ''arrivato'' dell'anno dopo, lo fa con presunzione, da fermo, puntando più sul gioco di gambe che sulla spinta, quella che in precedenza si dava, mettendo la testa tra le spalle e anticipando l'avversario. La sua capacità di andare via, quindi, peggiora sensibilmente. In primis, come detto, per un atteggiamento sbagliato nei confronti della partita e della sua interpretazione. In secondo luogo, un male interiore senza conseguente reazione, dovuta agli scarsi risultati personali e della squadra. Solo all'ultimo, per onestà, è da aggiungere alle motivazioni il fattore conoscenza. In un Reggina-Lazio del 2009, Mauro aveva 10 metri di campo per avanzare palla al piede. Col tempo, invece, la sua marcatura è divenuta tripla. Il tiro, poi, è ovviamente influenzato da tutto ciò, nonchè dalla sua poca intelligenza calcistica. Meno spazio. Sufficienza nella conclusione. Poca fantasia, vedendosi bloccato ogni qual volta ij procinto di provare il tiro a giro dal vertice dell'aria di rigore. Come detto stesso da lui in una conferenza post Chievo-Lazio dell'anno dopo, ''Quando le cose vanno male, giornata dopo giornata, ti riesce tutto sempre meno.''. Ed infatti, man mano che passano le giornate, Zàrate riesce sempre meno a tornare Zàrate
2010/2010: Lo Zàrate del terzo anno è un calciatore che vuole ritrovarsi, dopo una stagione per nulla positiva. Secondo me, però, l'ultimo Zàrate si è rivisto proprio in quella stagione disastrosa. O almeno in metà di essa. Non a caso, con Reja gioca ala sinistra nel 4-2-3-1, concludendo poco e niente, relegato sulla fascia a marcare Balzaretti. I pochi goal che fa, guarda caso, li fa da punta libera di svariare, il suo ruolo naturale, appunto. Complice il motto, ''Passa, non dribblare troppo'', l'involuzione di Zàrate, però, si completa. Abbandonata la faccia tosta dell'anno prima, lui ci si mette d'impegno. Ed infatti ci viene concesso di riallenarsi col suo preparatore atletico, giocando molto bene gli ultimi mesi con goal all'Inter, Catania, Cesena e Parma in pochi mesi. Però si perde, perché uno come lui, nato per puntare l'uomo e cercare il tiro in porta, giocando in diversi ruoli indefiniti del centrocampo, con quel carattere, con un certo tipo di allenatore, non può fare altro. Se non l'ala che crossa per 90 minuti. Zàrate, mal consigliato dalla sua capoccia, va all'Inter, tornando sulla fascia, con i soliti scarsi risultati. La pressione. I pochi minuti sulle gambe. Tutto fa sì che anche in quei pochi spezzoni giocati da attaccante, lui non riesca a far rivedere le sue qualità. Qualità sbiadite. Emblematico è un Inter-Genoa dove lui fa anche goal, però, su 20 allunghi, 20 volte si fa recuperare. E non per il fisico. Ma per l'improvvisazione del tutto. Tra puntare l'uomo deciso. E tra farlo con la paura di perdere il pallone. Ci passa una vita. Le gambe vanno il doppio. O, nel suo caso, la metà.
Questo è, in sostanza, ciò che penso. Mauro Zàrate si presenta in Serie A con un tiro preciso, uan corsa eccezionale unita ad una tecnica sublime che gli permette di dribblare, da fermo, come fosse niente. Un animale, che fa a sportellate con tutte le difese italiane senza mai andare giù. Il Mauro Zàrate di Pechino, invece, si sente arrivato. Quindi cambia modo di giocare. Senza rendersi conto quanto ciò gli avrebbe tolto. Gioca da fermo. Trotterella in campo. Non rincorre gli avversari. Dribbla pure meglio di prima. Però rimane lì, non affonda più il busto cercando l'anticipo. Pensa gli sia dovuto. Che anche senza muoversi può rimetterla nel sette. E quindi va in depressione. E si abbatte. E si allena male. E non reagisce. E le qualità sbiadiscono. Il Mauro Zàrate di Reja, l'ultimo, cerca di rinascere. Però gioca terzino e si snatura. Non dribbla più. O quasi. E quando lo fa non ci va convinto, perché sa che la curva non gli perdonerà l'ennesima palla persa. E quindi appoggia a centrocampo. E si abbatte. E si allena male. E non reagisce. E la qualità sbiadiscono sempre di più. Nessuno gli bussa allo stanzino, per dirgli di non sentirsi in colpa di aver saltato mezzo Catania con Andujar che gli toglie il goal della vita. E allora scappa a Milano, fuori forma, facendo brutte figure su brutte figure. Quando solo 3 anni prima, sempre a Milano, illuminò San Siro nonostante una brutta sconfitta, mettendo sotto una squadra intera.
Non è nei troppi muscoli. Ma in una condizione fisica mai coltivata.
Non è su Twitter. Mai in una fragilità mai compresa.
Non è nell'egoismo. E' nella testa.
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Tira quando vuoi. Non passarla mai. Ora che ancora puoi.