Questa non è una squadra costruita e pianificata per vincere uno scudetto come altre che hanno smosso investimenti e operazioni finanziarie di vario genere. La Lazio si ritrovata a giocarsi il titolo per un concorso di circostanze e capacità, ma anche per l'affiatamento e la propensione a divertirsi giocando di un gruppo collaudato. Finché si volava sulle ali dell'entusiasmo sottratti alla luce dei riflettori mediatici tutto andava bene. Ora è cambiato qualcosa. Non ci si può più nascondere. Si deve (doveva?) scendere in campo con la responsabilità di dover vincere e concorrere per lo scudetto, senza alibi e infingimenti. Volevamo tornare sui prati verdi e giocarcela, non si poteva interrompere un'impresa a un punto dalla vetta. Ma bisognava dimostrare alla ripresa di avere le carte in regola, caricarsi della responsabilità, vincere in ottemperanza a un proposito ormai pubblico e acclarato. Non c'è (c'era) più spazio per il divertimento, per la scorribanda, per le incursioni piratesche. La Lazio non è (ancora) una squadra pianificata mentalmente per lo scudetto, non l'ha mai potuto dire pubblicamente, ci si è ritrovata per quello che ha fatto, ma non è attrezzata (ancora) mentalmente per sostenere in campo aperto la competizione massima. Ci va bene quando viaggiamo a fari spenti, ma se siamo costretti a dimostrare di correre per il massimo titolo ci blocchiamo, a maggior ragione in una situazione anomala come questa. Poi, certo, si gioca due volte a settimana, la condizione fisica, gli infortuni, la panchina, i ricambi, la malasorte... ma al fondo è che non c'è più spazio per il divertimento, è solo la fredda, lucida determinazione.