Il commento
Sfuma "il regalo di Natale" L'ennesima falsa promessa della sindaca indecisa a tutto (La Repubblica ed. Roma, 21 Novembre 2020)
di Sergio Rizzo
Giusto giovedì scorso, a sei mesi dalle elezioni comunali, la sindaca Virginia Raggi ha promesso ai tifosi della Roma "un bel regalo" per il Natale più improbabile del dopoguerra: lo stadio di Tor di Valle. "Siamo pronti", ha detto. Se guardiamo le statistiche, non c'è nulla di strano. In questo Paese terremotato dalla burocrazia passano mediamente nove anni dal momento in cui si concepisce il progetto di un'opera pubblica del valore di almeno 50 milioni all'apertura del cantiere. Tanti quanti ne sono già trascorsi dall'inizio della tormentata vicenda dello stadio della Roma calcio. Ma in questo caso, con quello che è già successo, ogni statistica lascia il tempo che trova. Anche perché, se nove anni dopo il Campidoglio è finalmente pronto, non lo è più la società. Tutto quel tempo ha lasciato segni profondi. E ciò che forse nove anni fa poteva avere un senso, con una logica che apparteneva allo sport soltanto per una quota oggi può non averlo più.
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di Sergio Rizzo ? segue dalla prima di cronaca N ove anni fa la città aveva già i suoi problemi, ma nove anni dopo non sono meno gravi. La qualità della vita peggiorata, i servizi pubblici disastrati, le difficoltà di spostamento sempre maggiori. Le grandi aziende una dopo l'altra levano le tende, e questo complica le cose a chi pensava di rendere sostenibile il piano dello stadio combinando il progetto del calcio con i metri cubi destinati a uffici e attività commerciali. L'epidemia di Covid-19, poi, ha dato il colpo di grazia gettando nell'incertezza sul futuro qualunque investitore.
Restano, sì, le macerie. I soldi, una novantina di milioni, che già sarebbero stati spesi dalla società. Ma soprattutto il fallimento di una politica che non è stata capace di gestire un'operazione che richiedeva buonsenso e capacità di assumersi qualche responsabilità. Salvo poi, in vista delle elezioni, scoprire che l'operazione stadio della Roma poteva servire per irrobustire in vista delle elezioni un consenso assai indebolito. Al netto delle disavventure giudiziarie che certo non hanno reso più agevole il percorso, la verità è che in questi quattro anni e mezzo il Campidoglio ha dato sempre l'impressione di vivere l'incombenza con fastidio, sufficienza e disorientamento, senza mai avere un'idea precisa sul da farsi. Al punto da dover subire una specie di commissariamento esterno con Luca Lanzalone, poi rivelatosi un'azione assolutamente nefasta e disastrosa. E non c'è nulla di peggio, per chi voglia investire in una città, che trovarsi di fronte un'amministrazione ondivaga e incapace di dare risposte. Che è poi la ragione per cui a Roma sono anni che non si fa un'opera pubblica degna di tale nome: e quando si comincia non si riesce nemmeno a prevedere non solo quando, ma neppure se sarà finita. La metro C insegna. Si continuano soltanto a tirare su palazzine inutili e orrende, devastando ancora di più le periferie. Per quelle, invece, il Campidoglio ha sempre le idee chiare. Difficile, in questo conteso, dare torto a chi ha deciso di fare marcia indietro. Ed è anche lecito supporre che l'avrebbe fatto comunque, anche senza scoprire tramite lettera del commissario le magagne che riguardano i terreni di Tor di Valle. Quello può essere semmai un utile pretesto. E' chiaro però da tempo che per una squadra di calcio che aspiri a raggiungere un elevato livello competitivo le ambizioni non si possono conciliare con la mancanza di uno stadio di proprietà. La questione è semplicemente di ricavi e di conto economico. Dice tutto, a questo proposito, la strada seguita dai grandi club europei. Il problema dello stadio dunque rimane. Da quando ha cominciato a circolare l'eventualità di rinunciare all'operazione Tor di Valle è affiorata anche la suggestiva ipotesi che il nuovo corso della Roma guardasse con interesse allo stadio Flaminio.
Non sappiamo se la cosa sia fattibile, considerando anche i vincoli delle Soprintendenze, ma anche banalmente i problemi di adeguamento alla normativa, la capienza e tutto il resto. A lume di naso, i vantaggi logistici evidenti, come la posizione nel tessuto urbano, si dovrebbero verificare con gli svantaggi sempre di natura logistica.
Sappiamo però che il recupero di quel gioiello di architettura, colpevolmente abbandonato in uno stato di inaccettabile degrado, sarebbe un dovere per la città. Quando accadrà sarà sempre troppo tardi.