La Roma stacca la spina a Tor di Valle "Era insostenibile". Raggi spiazzata (la Repubblica ed. Roma, 27 Febbraio 2021)
Dopo il Cda è arrivata la comunicazione formale della società. Ora si punta ad un nuovo progetto, green e vicino alla gente. I tifosi spingono per il Flaminio e i Friedikin hanno preso casa ai Parioli. Marino: "Colpa di un insetto"
di Francesca Ferrazza e Matteo Pinci
Alla fine di un Consiglio d'amministrazione fiume è arrivata la sentenza. Che decreta la morte, a 2980 giorni dalla sua nascita, dello stadio della Roma a Tor di Valle. Dan Friedkin, l'uomo che ad agosto aveva rilevato la Roma dalle mani di Pallotta, ha detto basta. Stroncando – lo aveva anticipato Repubblica lo scorso 22 novembre – un progetto che ha attraversato tre sindaci, un commissario, almeno due inchieste giudiziarie e svariate conferenze dei servizi. Non è un addio allo stadio della Roma, è un addio a quello stadio. Friedkin, insieme all'uomo delle istituzioni Scalera, incontrerà venerdì la sindaca Raggi e il suo staff, probabilmente in Campidoglio, per gettare le basi da cui ripartire. La Roma non ha, almeno ufficialmente, ancora identificato nuove aree. Ma ha fissato i criteri dell'impianto in cui giocherà (forse) la Roma del futuro. Dan Friedkin – oggi il suo primo compleanno da presidente romanista – vuole regalarsi uno stadio e solo uno stadio, senza uffici né costi di urbanizzazione: sarà green, sostenibile economicamente, soprattutto non sarà in un'area periferica ma vicino alle esigenze dei tifosi. Una scelta perfettamente in linea con quella dei Friedkin, che hanno scelto il cuore della città per vivere: il centro storico per il 30enne Ryan, i Parioli, in una abitazione riservatissima, per il padre Dan. L'idea è individuare un'area già servita sia su gomma che su ferro, dentro la città. Perché l'obiettivo è costruire uno stadio in due anni, il tempo che secondo la proprietà americana della Roma sarebbe servito ancora per portare a compimento il progetto di Tor di Valle. Due sostanzialmente i criteri ispiratori della scelta, «sulla base degli approfondimenti condotti da advisor finanziari, notarili e legali di primario standing, nonché alla luce delle ultime comunicazioni di Roma Capitale». Il vecchio progetto, secondo i pareri raccolti, era incerto e improponibile. Incerto perché, secondo il Comune, il terreno non è più nella disponibilità del proponente, ossia la società Eurnova, e quindi costringerebbe a negoziare con l'Agenzia delle Entrate. Inoltre i tempi di un possibile acquisto da parte di Vitek, il magnate ceco interessato all'area, sono tutt'altro che snelli, tra controlli indispensabili e spostamento di denaro. Ma la convinzione è che il progetto, in era post Covid, sia sostanzialmente superato, quindi improponibile: per sostenersi ha bisogno della realizzazioni di un polo commerciale e di uffici che permettano di portare pubblico e tifosi nell'area sette giorni su sette e per coprire i costi di urbanizzazione. Ma nell'era dello smart working, le società iniziano a lasciare gli uffici anche dentro Roma: chi mai ne acquisterebbe in una zona così periferica? In ogni caso l'amministrazione capitolina si è sbrigata ad annunciare che «porteremo avanti le opere pubbliche previste, come il potenziamento della ferrovia Roma-Lido e la realizzazione del Ponte dei Congressi ». La notizia ha ovviamente varcato l'oceano raggiungendo l'ex presidente Pallotta. Che anche a causa dello stallo permanente sullo stadio ha dovuto vendere il club. «Mi sento malissimo per la città di Roma e per la Roma. Qualche idiota (voi sapete chi sono) ha rovinato un grande progetto per tutti. Sono triste ». E poi, in un botta e risposta con i tifosi, ha aggiunto che il progetto «avrebbe potuto essere fatto senza uffici. In effetti avremmo investito più di 200 milioni dei nostri soldi nelle infrastrutture, sarebbe stato a costo zero per la città». Persino più duro l'ex sindaco Ignazio Marino, che con Pallotta strinse il primo accordo per lo stadio, ormai quasi 7 anni fa: «Un insetto da solo può rovinare un intero campo di grano». Difficile dire chi sia l'insetto. O forse no.