Va beh, tocca a me. Non è un palo, è solo un rimpianto.
Avevo ventisette anni, ero reduce da una storia che definire brutta è poco. Decisi di concedermi una vacanza premio e me ne andai in Grecia, da sola, come piace a me. Come al solito, ogni volta che sono partita da sola, mi sono accadute le cose più assurde. Alla stazione incontrai due ragazzi napoletani, il più carino si offrì di portarmi lo zaino. Avevo un Ferrino più grande di me, quindi gli sorrisi, ringraziai e glielo mollai più che volentieri. Partimmo dopo mezz'ora, direzione Brindisi, lanciai una sessione di stretching nel corridoio del treno. Quello carino mi guardava e continuava a sorridere, forse chiedendosi chi cazzo glielo aveva fatto fare. Arrivammo al porto e ci separammo, mi imbarcai ed ero diretta sul ponte perché è così che viaggio sulla nave, anche quando il mare è agitato e gli altri vomitano. A proposito, sul traghetto per Cagliari, con la nave che faceva l'altalena, lanciai uno scivolo nel corridoio con quattro musicisti sardi. Fu un momento bellissimo, ma questa è un'altra storia.
Fui letteralmente travolta da una comitiva di ragazze che mi trascinarono a un tavolo del bar e facemmo l'alba chiacchierando. Arrivammo a destinazione e ci separammo. Al porto incontrai un gruppo di ragazzi di Benevento che decisero di dover necessariamente prendere alloggio dove ero diretta. Va beh. Per strada, con quel povero asino che trainava il carretto con i nostri bagagli, uno del posto puntò il dito e disse convinto: "Italiana!". Feci sì con la testa. Per i successivi venti giorni fu il mio nome, l'Italiana. Non so da cosa se ne accorse, dai capelli rasati a zero, da come ero vestita o, meglio, svestita, dalla faccia di culo che sorrideva al mondo intero, non lo so. Sì, avevo la faccia di culo, una abnorme, sfacciatissima e sorridente faccia di culo. L'ho amata da morire, peccato sia svanita con tutto il resto. Comunque, arrivammo a destinazione e cominciò la vacanza. Non cercavo niente, non volevo nessuno e feci un sacco di danni. Andavo in discoteca col walkman, non sopportavo niente e nessuno, l'unico che mi piaceva era Marcos, era inglese dello Yorkshire e aveva gli occhi tristissimi, avrei dovuto capire che stavo procedendo spedita solo verso un elevato momento di depressione. E depressione fu, la peggiore che potessi immaginare e l'ultima cosa che avrei voluto. Si fece male lui, io non cercavo niente, ma ancora me ne pento. Per mettere fine allo strazio, tagliai corto e ripartii quattro giorni prima. Per arrivare da Brindisi a Scalea impiegai dodici ore, cambiando quattro treni. Sul terz'ultimo, mi fermai nel corridoio, davanti a uno scompartimento con quattro ragazzi. Mi affacciai al finestrino e guardai una coppia estiva che si salutava. Alle mie spalle si affacciò un ragazzo magro e alto quanto un palo della luce e mi disse che se volevo nel loro scompartimento c'era posto. Così entrai. Salutai, ringraziai e andai a sedermi vicino al finestrino. E lo vidi. Uno dei ragazzi più belli che abbia mai visto in vita mia, palermitano, 24 anni, si chiamava Emanuele, riservato e schivo, biondo come un normanno, scuro come un arabo. Volevo dare una craniata nel vetro perché sapevo di avere solo un'ora prima di Villa San Giovanni, gli altri mi parlavano, io rispondevo, ridevo e continuavo dentro di me a maledire la sorte. Quando scendemmo dal treno, mi avviai davanti e sentivo i suoi occhi appiccicati addosso, mi girai di scatto, lui li abbassò immediatamente rovistando nella borsa. Avevo dieci minuti ancora e decisi di prendere un caffè. I ragazzi erano già saliti sul treno. A un certo punto mi sentii chiamare, il suo amico si sbracciava dal finestrino salutandomi. Alle sue spalle c'era Emanuele, fece solo un cenno con la mano e continuò a guardarmi, finché il treno non partì. Quello sguardo me lo ricordo ancora, è quello che mi ricorda quando nemmeno hai potuto giocare la partita e perderla, perché non c'è stato modo di cominciarla.
Buona ansia pre-derby. Io nemmeno lo guardo, perché non ce la faccio.