da rep di oggi, la buttano in caciara come al solito, si devono barcamenare, mettendo in mezzo noi e cercando di menare ai politi di destra (gasparri e rampelli), insomma quello che è successo a budapest visto da mezzo mondo, paragonato al brescia o al campetto della borgata sotto casa.
Si sono superati sull'indignarsi a singhiozzo.
Igli della lipa, è passato sotto traccia all'estero li sono riusciti a coprire, con l'arbitro gli ha detto male.
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L'allenatore speciale per definizione aspetta l'arbitro nel parcheggio per insultarlo in tutte le lingue del mondo. Un gruppo di tifosi in aeroporto tenta di aggredire lo stesso signore, colpevole solo di una direzione scadente. Altrove, una partita salvezza termina per invasione di campo. E da qualche parte c'è già un'altra curva squalificata per razzismo.
Le immagini che arrivano da Budapest o da Brescia non sono un'eccezione, ma un cliché italiano. Non contano la latitudine o il lignaggio dei protagonisti: dalla A alla terza categoria ci sarà sempre un arbitro costretto a scappare, una tifoseria fuori controllo, un calciatore sotto tiro. L'Associazione arbitri da luglio a marzo ha registrato 217 episodi di violenza sui propri tesserati e 420 giorni di prognosi, dati in crescita. L'Assocalciatori in un anno ha contato 121 episodi di intolleranza: vittime principali i giocatori africani e balcanici.
Se le tre finaliste in Europa avevano annunciato un rinascimento del calcio italiano, la coda velenosa alla stagione dell'indecenza ci sbatte in faccia la realtà. Dopo anni spesi invano a combattere il virus dell'intolleranza, il sistema ha accettato implicitamente di convivervi, salvo indignarsi a singhiozzo: persino gli uomini delle istituzioni che devono applicare il diritto poi utilizzano, parlando da tifosi, linguaggi e argomenti inaccettabili.
Resiste una cultura regressiva che accarezza il populismo: mentre una generazione s'ispira a Guardiola e studia l'evoluzione del calcio, un'altra è ancora lì ad aizzare la folla come Alberto Sordi nei panni di Benito Fornaciari, il presidente del Borgorosso che un giorno decise anche di sedersi in panchina.