Era il 6 giugno del 1982, la mia prima partita allo stadio Olimpico.
Con papà avevamo preso un biglietto nei distinti, due di 6000 paganti e qualche abbonato che quel giorno si erano presentati alla partita decisiva per non retrocedere in C.
In me la curiosità e l'entusiasmo di un dodicenne trasformarono un'anonima partitaccia in una giornata di festa. Ero l'unico, o così mi sembrava, a gridare ad ogni gol di Vincenzino.
Avevo cambiato anche la giornata di mio padre, che invece di tirare al più un sospiro di sollievo in quel pomeriggio di deserto sportivo, era tornato a casa sorridente. Aveva capito che sarei stato Laziale per tutta la vita.
Per merito suo e di Vincenzino.
Papà è morto due anni fa, non prima di aver gioito con me dagli spalti nel maggio del '19, la finale di Coppa Italia.
Oggi è il giorno di Vincenzo.
Martedì scorso mia figlia, dodici anni anche lei, mi ha sorpreso chiedendomi di comperarle una maglia della Lazio. È nata a Parigi, viviamo a Milano e il calcio lo segue ben poco.
Ma facendo la valigia per partire per un campus in Spagna ha trovato una maglietta che le avevo regalato per i suoi 5 anni e chissà come...
Un filo sottile intreccia le storie della nostra vita e il caso a volte sembra una trama, un destino. Ma è solo un tiro di dadi.
Stavolta però mi piace pensare che il caso abbia la maglia della Lazio, la numero 9, e si stia divertendo a legare qualche episodio per dargli un senso romantico.
Ciao Vincenzo e forza Lazio per sempre.