Purtroppo Claudio Lotito è riuscito in ciò che forse è peggio di qualsiasi sconfitta: dividerci. Siamo arrivati a un punto di non ritorno, con due fazioni sempre più nette e contrapposte — chi entra allo stadio e chi sceglie di restarne fuori.
Ad oggi non esistono soluzioni semplici. Personalmente, pur non condividendo certe scelte, non me la sento di biasimare chi ha pagato un abbonamento e vuole comunque dargli un senso, continuando a sostenere la squadra. Allo stesso tempo, però, temo che uno stadio sempre più pieno finisca inevitabilmente per rafforzare questa presidenza, dandole nuova linfa e legittimazione.
Quello che davvero non riesco a comprendere è perché la squadra venga sistematicamente sollevata da ogni responsabilità. Essere scarsi non è una colpa in sé, ma fino a un certo punto. Se la società non investe come dovrebbe, è una colpa dirigenziale; ma 33 punti restano un bottino vergognosamente insufficiente. La mancanza di qualità può spiegare dei limiti, non giustificare l'assenza di carattere, di orgoglio, di senso di appartenenza. Anche loro dovrebbero iniziare a sentire la pressione.
Dobbiamo forse accettare una verità amara: ciò che vediamo ogni domenica non è la nostra amata Società Sportiva Lazio, ma un ricordo sbiadito di ciò che siamo stati. La Lazio è storia, sacrificio, imprese eroiche, con il rischio concreto della Serie C trasformato in leggenda.
Questi individui, TUTTI, oggi non sembrano avere nulla a che spartire con quella storia. E forse è proprio questo che fa più male: non la sconfitta in sé, ma la sensazione di aver perso l'anima.